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Lebowski – Galactica – Recensione

by Riccardo Rossi
lebowski

Enter my movie.

Questo l’invito, racchiuso nella prima pagina del booklet, a scoprire attraverso l’ascolto il susseguirsi di risvolti sonori che questo bellissimo album strumentale propone.
Nello sguardo dell’enigmatica ragazza ritratta in bianco e nero sulla fotografia di Wiktor Franko in copertina, si percepisce la struggente malinconia di una vita intera, un timido richiamo al passante annoiato ma un ammaliante rifugio per il musicofilo curioso.
Secondo album in studio del quartetto polacco, Galactica è la struggente sintesi di un ideale incontro tra sogno e veglia da parte di questi 4 artisti delle emozioni, ovvero Marcin Grzegorczyk alle chitarre, Marcin Luczaj al piano e ai synth, Ryszard Labul al basso, e Krzysztof Pakula alla batteria.
Nel limbo cinematografico che i 67 minuti del disco richiedono all’ascoltatore ritroviamo molteplici chiavi di lettura, in un susseguirsi continuo di sfumature ritmiche e melodiche.
Questa è musica che deve essere assorbita, filtrata dalle note che sprigiona ed assimilata come fosse cibo per la mente, laddove ogni singolo brano è un piccolo enigma da svelare piano, assaporandone il lento discernimento per trarne in seguito nuova energia.
D’altronde la media piuttosto lunga dei singoli episodi non potrebbe richiedere altre soluzioni, ci si ritrova inevitabilmente trasportati verso lidi lontani dalle immagini percepite nella nostra mente, le quali arrivano a passi felpati a bussare lì dove ogni cosa nasce e muore, per trasfigurarsi infine in pura bellezza.
Si è aiutati, e per questo il disco DEVE essere acquistato, dalle fotografie e citazioni contenute nel libretto, aforismi di Franz Kafka che divengono commenti a margine di un film malinconico, dove la solitudine e le ombre dell’uomo si ritrovano a vagare, fino a perdersi e scomparire.
Soffermandosi sui singoli brani, si scopre poi la ricchezza di questo connubio artistico tra suono e cinematografia.
Solitude of Savant, brano d’apertura, potrebbe idealmente essere come il primo passo dell’uomo su di un suolo mai esplorato, l’intreccio tra la chitarra ed il piano sovente si frammenta e rallenta, per poi diffondersi nell’aria come lucciole musicali verso la fine, in un meraviglioso attimo di coesione tra tutti gli strumenti.
La sensazione imperante nell’ascolto è quella di una sceneggiatura di note musicali che ha bisogno del nostro apporto per poter finire di scriversi, che pretende le nostre emozioni per concludere questo film mai girato, trovando poi, dentro di noi, l’alcova perfetta ove poter esser proiettato.
Diversi sono gli ospiti che hanno portato il loro contributo nelle 9 tracce di Galactica, come in Midnight Syndrome, dove Katarzyna Dziubak è protagonista di un brevissimo canto, struggente e liberatorio nel contesto di una canzone che vive di sintetizzatori che riempiono l’aria, per poi dileguarsi timidi e lasciare la scena a suadenti fraseggi di chitarra.
L’unicità di un album come Galactica è dovuta al fatto di ricercare soluzioni senza rimanere affogato in stilemi già abusati all’infinito in passato, riuscendo a connettere tra di loro anche strumenti diversissimi come il mandolino, ad opera di Dariusz Kabacinski, o il clarinetto di Maciej Marcinkowski.
Senza dimenticare un altro grandissimo musicista come Markus Stockhausen, che anche in questo album dà prova di una estetica sonora invidiabile grazie al flugelhorn, basti ascoltare quel piccolo capolavoro di Goodbye My Joy, squisita traccia rubata al jazz.
In quella che può essere definita la suite del disco, The Doosan Way, aperta dal frangersi delle onde su di una spiaggia, osserviamo ogni rifrazione sonora trovare il suo posto.
Splendidamente evocative le parti dove il mandolino pizzica la multiforme trama di questo pezzo enciclopedico, in è facile arrivare alle lacrime ascoltando i magnifici passaggi di chitarra danzare dolcemente con il piano, con il mare sempre lì, a tornare a riva tra le pieghe della musica.
Non posso ora non citare uno dei miei pezzi preferiti di questo album incredibile, ovvero Mirage Avenue, una bellezza disarmante di saliscendi di piano che lasciano fuoriuscire a tratti la voce di Katarzyna, per un piccolo miraggio musicale, forièro di un’accecante pace interiore.
In conclusione, l’intero disco è un unicum artistico imprescindibile di questo 2019, da custodire all’interno di noi stessi come un orizzonte rubato all’altrove, come una pellicola preziosa da tempo perduta e finalmente ritrovata.

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