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Intervista a Isotta: perché la sua Palla Avvelenata è una prova di coraggio

by Paola Pagni

Isotta Carapelli, in arte Isotta, è una cantautrice nata a Siena nel 1992.  Ha iniziato a cantare e a prendere lezioni di canto all’età di 5 anni. Influenzata fin dalla tenera età dai più grandi cantautori italiani e stranieri, inizia a scrivere le sue canzoni all’età di 14 anni, e ad esibirsi dal vivo a 16, con svariate formazioni musicali. Oggi il suo stile può essere definito “romantic dark”. Negli ultimi anni ha lavorato ad un progetto discografico molto intenso con alcuni produttori e arrangiatori toscani, cercando di mettere in musica e parole tutte le sue esperienze personali, artistiche ed umane.

Isotta si è appena aggiudicata il premio insieme alla menzione per la miglior musica grazie alla sua “Io”, brano, scritto dalla stessa Isotta Carapelli con Pio Stefanini e Giuseppe Polistina, che esprime quella voglia di realizzare chi si è nel profondo, che spiega la forza insita in ognuno di noi a scoprirsi, a diventare ciò che si è veramente.

È stato un piacere intervistarla per sapere di più sul significato delle sue canzoni e su come ha ricercato questo suo sound così originale.

Intervista a Isotta

Ciao Isotta, benvenuta su Insidemusic! Prima di tutto complimenti davvero per quello che fai, sia “Palla avvelenata” che “Io” sono molto originale e anche molto coraggiosi, perché si capisce che c’è molto di te dentro. Ma partiamo da palla avvelenata, un brano nettamente autobiografico che forse ti ricorda cosa anche poco piacevoli del tuo passato: perché hai deciso di parlarne?

In realtà è sato un caso. Eravamo in sala di registrazione quando Pio Stefanini, il coautore del brano, disse che doveva andare a portare il figlio a giocare a palla avvelenata. Questo mi ha fatto ricordare che quando a scuola ci giocavo io, venivo sempre catturata per prima. Non solo: quando facevano le squadre venivo sempre scelta per ultima. Insomma non proprio un bel ricordo. E tutto questo succedeva perché ero grassa…ma grassa davvero. Da lì abbiamo iniziato a pensare di fare una canzone che parlasse di questo. Così ho ripercorso quelle sensazioni, quei momenti. Sai, alcune esperienze se le vivi dai 7 ai 14 anni poi non te le scordi. Credo che ad oggi sia il periodo della mia vita che mi ha cambiato di più.

Tu hai iniziato a scrivere all’età di 14, quindi proprio nel periodo forse più difficile: le due cose sono legate?

Io ho sempre avuto questa idea di voler scrivere canzoni mie, perché ho sempre cantato, e mi sarebbe piaciuto interpretare le parole in maniera un po’ più intima. Non posso dirti che la musica mi abbia salvata ecco, ma sicuramente mi ha aiutata. In tante situazioni è stata un rifugio, e lo stesso ruolo ha avuto anche lo scrivere, che per me è un po’ catartico. “Palla Avvelenata” ad esempio mi ha permesso in qualche modo di liberarmi da certe sensazioni, come se mi fossi alleggerita. Ad un certo punto non solo quella parte di te l’accetti, ma quasi te ne innamori, provi ancora più rispetto verso te stessa.

Quindi quando nel brano precedente “Io” ti chiedi scusa, ti riferisci a questo?

Un po’ è anche questo, sicuramente. Magari ero arrabbiata con me stessa perché pensavo di essere sbagliata e mi giudicavo di riflesso a quello che vedevano gli altri. Adesso ho una visione diversa delle cose, ma non vuol dire che non abbia ancora incertezze. Devo dire però che a volte non essere troppo sicuri è anche sintomo di intelligenza, perché è in quella condizione che ti poni le domande e ti metti in discussione. Ma arrabbiarsi con sé stessi no, quello non va bene.

Sia in questa canzone che in quella precedente, si percepisce il tema della maschera, che in alcuni casi può essere una protezione ma rischia di diventare un limite: per te cosa è?

Secondo me anche una maschera può essere la realtà, perché sei tu che decidi di indossarla, e quindi sei tu che decidi cosa vuoi far vedere di te. Non si tratta quindi di un limite secondo me, ma piuttosto di una difesa volontaria. A volte una maschera può essere anche un semplice abbellimento, qualcosa che serve a coprire altro che altrimenti non sarebbe piacevole alla vista. È un tema che mi interessa in modo particolare e su cui vorrei ancora scrivere qualcosa.

Tu hai scelto un sound molto particolare per i tuoi pezzi: come sei arrivata a questo stile così particolare?

Questo è stato il lavoro più grande fatto da me e degli altri autori che lavorano con me. Il nostro è stato veramente uno studio negli anni per capire cosa davvero mi stesse meglio “addosso”. Devo dire che mi trovo molto a mio agio in questo sound, in questa atmosfera sempre un po’ scura. Così con Pio Stefanini e Diego Calvetti, che lavorano con me da sempre, abbiamo trovato questa chiave di lettura in cui io mi sento totalmente me stessa. Mi piace esprimere i miei concetti con questo mood, senza urlare.

Quali sono state le tue influenze musicali?

Da molto piccola ascoltavo musica italiana, poi dai 14-15 anni ho iniziato a suonare in alcune band e li ho allargato le mie conoscenze rivolgendomi anche alla musica internazionale, innamorandomene perdutamente.  Considero Sting, Adele e Joss Stone i miei guru.

Ti vedremo live a breve?

Ho appena vinto il premio Bianca D’Aponte con “Io”, è già questo è stato un bel traguardo. Adesso ci stiamo preparando anche per altri live, che non so ancora dirti quando, ma sicuramente ci saranno.

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