L’approccio con BARRECA, artista calabrese che ha da poco esordito con il suo primo album ”Dall’altra parte del giorno”, è sicuramente particolare: è lui che inizia a farmi le domande.
Lui ha 34 anni e quindi siamo coetanei e abbiamo pure gli stessi gusti musicali, quindi appena ci mettiamo a parlare dei nostri adorati cantautori si crea subito sintonia. Ma oggi l’intervistato è lui: Domenico Barreca, in arte BARRECA, che ci racconta la sua musica, attraversando mezzo secolo di musica italiana.
Il tuo timbro abbastanza particolare e il tuo essere malinconico mi ricordano un po’ i cantautori vecchio stile, introspettivo e riflessivo… quali sono i tuoi riferimenti musicali?
Io non ho una preclusione di genere perché, per me, la musica deve suscitare qualcosa, quindi come dico in un mio brano: “non esistono canzoni felici”, questo è il mio riferimento, però sono sempre stato affascinato in maniera viscerale dalla canzone d’autore italiana perché il testo, le parole, i significati, entravano prepotentemente dentro, riuscivano a farmi entrare in connessione con loro: ascoltare un brano di Dalla o di Piero Ciampi, riusciva a donarmi quella pace interiore e anche quello stringere i pugni, a volte, che ti dà la sensazione di ribellarti e di volere una sorta di giustizia e questo me l’hanno regalato soltanto i grandi protagonisti della canzone d’autore italiana.
Mi rivedo nel loro modo di approcciarsi all’amore, ai sogni, ma anche a quella ribellione contro le ingiustizie che molti artisti riuscivano a descrivere. Penso a De Andrè, per esempio…. Se devo farti dei nomi penso a De Andrè, Gaber, Piero Ciampi, Tenco, Dalla, Rino Gaetano e tutta questa scuola o ad artisti come Guccini o Fossati, che hanno avuto il coraggio di andarsene artisticamente, di lasciare quando non avevano più nulla da dire, e io la penso esattamente come loro.
Tenco è stata una figura importante per me, innanzitutto dal punto di vista personale perché mi ha sempre regalato tantissime emozioni. Poi è stato molto formativo, anche nel modo di approcciarsi alla canzone, alla musica, al modo di interpretare…. Ci sono delle assonanze che ho riscontrato in lui, anche nel modo di porsi negli ambienti. Ho letto delle interviste in cui lui diceva quello che penso io perché molte volte: “io non riesco a esibirmi se non quelle poche volte nei contesti giusti”. La stessa cosa succede a me quando mi trovo in contesti in cui la musica è vista come un contorno, come intrattenimento. Io in quelle situazioni soffro, mi sento un alieno.
Il tuo disco è un viaggio che parla di sentimento, di attesa ma anche di solitudine, in senso positivo del termine, da dove trai ispirazione per scrivere?
Immagino questo disco proprio come un concept, un viaggio interiore in questa vita vissuta da un trentaquattrenne normalissimo già dal nome d’arte che è il cognome. Però un artista che si esprime in maniera autentica, raccontando sentimenti universali come la malinconia, la nostalgia e la solitudine, che ha avuto la forza i far emergere come punti di forza. In realtà ci sono sempre dei demoni nella mia vita, hanno sempre fatto parte di me e molte volte mi hanno anche annientato.
Non dico che adesso la battaglia l’ho vinta ma sicuramente l’ho fronteggiata, riuscendo a raccontarmi attraverso queste canzoni, che sono state terapeutiche. Ho avuto La fortuna di trovare una squadra che ha creduto in questo progetto, persone che mi hanno sostenuto e sono stati i miei angeli custodi, come Riccardo Anastasi per la produzione artistica e arrangiamenti; tutto ciò che sentite a livello musicale è opera della sua sensibilità e rispecchia ciò che sono. Non c’è nulla di forzato nei suoni e nelle parole. Benedetto de Maio invece ha dovuto subire i miei flussi di coscienza, perché ha scritto i testi delle canzoni.
È stato un rapporto bellissimo perché ci siamo confrontati e alla fine è uscito un po’ questo viaggio “Dall’altra parte del giorno” che è riuscito ad esorcizzare queste paure.
“Il peso delle virgole” è una riflessione sul mondo in cui viviamo, in cui l’odio si traveste da ideale e si esprime anche su argomenti che non ci competono… mai come in questi tempi c’è questo problema…. Come si potrebbe tornare indietro rispetto a questo processo che sembra irreversibile?
Questa canzone ha avuto anche la faccia tosta di farmi esplorare, anche dal punto di vista del canto, dei territori per me diversi. Non ho usato la gentilezza, l’eleganza, magari l’intimità che uso abitualmente quando canto e che fa parte del mio essere. Avevo bisogno di urlare queste cose, quindi mi sono un po’ arrabbiato anch’io. È talmente un’amara fotografia della realtà che ci circonda che comunque non potevo dirlo in maniera gentile, sussurrata.
Purtroppo quando siamo entrati in questo periodo di pandemia, ho subito dubitato che ne saremo usciti migliori: ho visto sin dai primi giorni che non c’era compassione, voglia di umanità, di collaborazione…in primis nei leader politici. Ho valutato il valore del silenzio. La chiave per affrontare quello che ci ha travolti è stata fermarsi e apprezzare il silenzio, rispettare appunto anche le virgole, ammirare la semplicità e la bellezza delle piccole cose. Questo magari ci potrà dare lo spunto per ripartire, come dice la canzone, “creare dalle briciole”. Un minimo di speranza io ce l’ho, ci sono delle situazioni che mi portano ad essere ottimista, proprio in virtù di questa concezione delle piccole cose, che apparentemente sembrano insignificanti. Nel ritornello i toni si abbassano proprio a raccontare quella speranza.
“La Nudità” parla invece di violenza psicologica; come mai hai sentito l’esigenza di trattare questo tema?
“La nudità” è nata con l’intento di raccontare la drammatica esperienza di una donna che subisce la violenza psicologica.
Registrarla per me è stato un pugno allo stomaco, tanto che non ero convinto di inserirla nel disco, perché io stesso non riuscivo ad ascoltarla. Il brano è veramente qualcosa di incredibile a livello di racconto…la violenza psicologica a volte sa essere più distruttiva e subdola e può essere ancora più grave di quella fisica, le cicatrici te le porti dentro per tutta la vita.
Il solo pensiero che una donna venga privata della libertà e della facoltà di poter vivere la propria vita, anche sbagliando, è qualcosa che ti annienta perché poi l’unica cosa di cui va alla ricerca è l’aria, che però non vuole prendere, perché la soluzione è lì a due passi… la morte. Il risultato è talmente forte e credibile che sono fiero di aver lanciato un messaggio di speranza.
“È Tutto Qui” è stata scelta come colonna sonora del film “L’INCONTRO” di Salvatore Romano (Un posto al Sole), che è uscito in questi giorni sulle piattaforme streaming, come è nata questa esperienza?
È stata un’esperienza molto positiva, che mi ha portato, non solo a far uscire quest’album ma a ritrovare la mia voce nelle scene del film, questa sorta di musica nelle immagini. È stato innanzitutto emozionante; inoltre è stata una collaborazione molto produttiva, in qualcosa in cui tra l’altro ho creduto dall’inizio perché la tematica mi è sempre piaciuta. Il tema è quello di una svolta, di una redenzione, di cercare il perdono per la vita condotta, quindi rappresenta soprattutto un viaggio interiore.
Abbiamo inserito un brano che non c’è nel disco, una sorta di preghiera laica che si intitola “E dopo vola”, e fa parte della scena clou. “È tutto qui”, oltre ad essere il secondo singolo di questo album, è stata inserita nel film pur essendo nata in un ambito diverso: un Barreca che si riprende da una situazione negativa perché, comunque, le esperienze fortificano e le delusioni passano e rimane la voglia essere se stessi. Mi trasmette tanta positività perché racconta il mio modo di buttarmi nelle situazioni e nelle relazioni, nonostante sia inconcludente, mi tengo il buono e vado avanti. Vedere il film sulla piattaforma mi ha fatto godere di queste emozioni che resteranno per sempre.
Questo è il tuo secondo album, pensi che si stia affacciando una nuova generazione di cantautori?
Penso che nella scena attuale italiana ci siano tantissimi artisti che possono essere considerati la leva cantautorale del 2020. In Calabra abbiamo Brunori Sas, però ti posso dire anche artisti a cavallo tra gli anni novanta e ora come Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, tutta la scuola Romana. L’Italia continua ad avere dei riferimenti importanti: non sono forse quelli che ascoltiamo tutti i giorni alla radio, o che vediamo in tv? In questo senso i social, le piattaforme o dei live ti danno l’opportunità di poter riuscire ad avere un contatto anche con questo tipo di musica.
Negli anni 90 era un po’ difficile, io vengo dalla generazione cresciuta coi Timoria, gli Afterhours, i CCCP, i Marlene Kuntz, quello per me era l’indie, tutto questo mondo che, nonostante i suoni fossero differenti, aveva una certa coniugazione con la canzone d’autore, perché comunque dicevano delle cose che potevano essere scomode, potevano incarnare ciò che ero in quel periodo.
Ti posso nominare del 2020, Brunori Sas, Vasco Brondi, Motta, Colapesce e Di Martino, Giovanni Tuppi, che credo siano dei pionieri in questa sorta di canzone d’autore; non hanno nulla di meno, hanno soltanto bisogno di persone che continuino a credere in tutto questo e purtroppo sono la minoranza… Diciamo che la canzone d’autore viene ancora vista come musica di nicchia, ma un loro pubblico ce l’hanno ed è un segnale che fa ben sperare.
Ci saranno dei live questa estate?
Stiamo lavorando al live. Ho in mente una presentazione che renda omaggio a tutti coloro che hanno partecipato, quindi non ci sarà solo la band, che poi girerà per i live ma l’intera orchestra di venti elementi. Questo album è nato con l’intento di suonarlo dal vivo e penso che, a breve, ci saranno tante belle novità, sicuramente farò delle cover da Tenco a Fossati e Bersani…

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)