Bombay, Album – Recensione

di Raffaele Calvanese

Il nuovo album di Bombay, è il quarto della sua discografia e si intitola proprio così: Album, difficile sbagliarsi.

Il disco fatto di dieci canzoni con un comune denominatore sonoro ma diverse tra loro per contenuti e forme è un disco in perfetto stile da cantautore calato nel proprio tempo. Il pop incontra le chitarre ma anche l’elettronica, che non guasta mai quando la si usa bene. Album è pubblicato per A Buzz Supreme e distribuito da Artist First.

Pubblicare un disco in un periodo in cui la musica live naviga in acque tempestose è un atto di coraggio, ma ancora prima ci vuol coraggio a dedicarsi ad un lavoro esteso come quello di un disco, in un’epoca in cui i singoli sono la forma preferita dalla discografia. Ebbene, se c’è una cosa che non manca a Bombay questa è proprio il coraggio. Coraggio nella sua obliquità, non un cantautore in senso classico e nemmeno un outsider completo. A metà strada tra i testi di Bugo e l’attitudine di Francesco Tricarico, per fare due nomi della vecchia guardia dell’indie. Ma non solo al passato guarda la musica di Bombay, il suo album è perfettamente calato nel presente, i suoi testi (vedi Motown e Poseidone) sanno oscillare tra l’ironia e la poesia.

Bombay

Album è un viaggi prima di tutto all’interno di sé stessi (i nostri bambini e Il cielo questo pomeriggio), lo è stato di certo per Bombay che con le dieci canzoni è riuscito a mettere insieme una seduta di autoanalisi musicale in meno di quaranta minuti facendo risultare perfettamente equilibrata l’architettura del suo disco.

Ma i riferimenti a cui il disco di Bombay richiama sono anche altri, c’è un po’ di Mannarino e di Fulminacci (vedi alla voce Se Vabbè, Mauretto e Motown), perché l’arma più affilata tra le mani del cantautore romano è di sicuro l’autoironia che si riflette nella sua scrittura.

Album è un disco con basi solide che prova a non prendersi troppo sul serio pur affrontando tematiche importanti. È probabilmente questo il suo punto di forza, riuscire a veicolare messaggi forti senza farli rimbombare in nessun trombone ma in chitarre e sequenze che si lasciano cantare volentieri.

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