Mimì , dopo 25 anni, la tua musica gira ancora intorno.

di Paola Pagni

C’è stato un giorno, esattamente a metà degli anni ’90, in cui l’Italia si è trovata improvvisamente orfana una donna che gli aveva regalato le sue emozioni più forti,

la sua sofferenza più buia, trasformate in note indimenticabili, rese da quel momento immortali:

quel giorno era il 14 Maggio 1995, quella donna era Mia Martini.

Mimì, Mia Martini, Domenica Rita Adriana Bertè, aveva lasciato a noi tutti questi nomi:

a lei non servivano più, perché la sua musica sarebbe bastata a mantenerne il ricordo sempre vivo, anche a chi di lei, fino ad allora, era importato poco o niente.

Io mi ricordo di quella notizia passata al TG, mentre scorrevano le immagini della sua apparizione a Sanremo del 1993, quella della struggente “Gli uomini non cambiano”,

e immagini del suo ultimo album del 1994 “La musica che mi gira intorno“;

Mimì, appena due giorni prima da quella Domenica, il 12 Maggio, aveva abbandonato la sua travagliata ma straordinaria esistenza, consegnando di fatto il suo nome all’immobilità del tempo, quella riservata alle opere d’arte.

Le prime ipotesi, i primi commenti, le foto, gli omaggi: improvvisamente quella incredibile artista, che della solitudine aveva fatto sua croce e delizia, era diventata di tutti,

imponeva la sua presenza ovunque come forse non aveva mai fatto prima.

“Era una domenica mattina – ricorda Giusy Chiumenti, la nostra fotografa– e lo seppi per telefono.

Una mia amica mi chiamò, perché sapeva che stavo contando i giorni per poterla finalmente vedere dal vivo.

Rimasi incredula, ovviamente piansi. Poi ricordo di aver collezionato tutti gli articoli di giornale che sono riuscita a recuperare”

Ed è proprio grazie a questi ritagli che si ripercorrono le emozioni di quei giorni, e che ci rendiamo conto di quale ferita profonda abbia lasciato Mimì nel mondo della musica Italiana.

Mia Martini era tornata da pochi anni dopo un lungo silenzio, dovuto ad un’accusa stupida che però nel mondo dello spettacolo pesa come un macigno: quella di portare sfortuna.

Una situazione talmente opprimente da spingerla a ritirarsi dalle scene, nel 1983.

Lei stessa dichiarò:

“La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro e tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che per esempio rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anch’io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival, perché con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo, per cui decisi di ritirarmi”

E tutto questo Mimì lo aveva subito non da sconosciuta, ma dopo successi che hanno segnato la storia della musica Italiana come pietre miliari:

infatti avvenne dopo aver pubblicato meraviglie come Piccolo uomo, scritta da Bruno Lauzi e Michelangelo La Bionda, su musica di Dario Baldan Bembo; o quel capolavoro assoluto di Minuetto, composto da Dario Baldan Bembo, con testo di Franco Califano.

Anni in cui la produzione musicale di Mia Martini fu ricca di collaborazioni, di successi e di partecipazioni; ricordiamo il suo debutto all’Olympia di Parigi con Aznavour, e poi la collaborazione, sfociata in una tormentata storia d’amore, con Ivano Fossati.

Nasce infatti in questo periodo un album di grande spessore, considerato uno dei suoi migliori lavori, DANZA.

È sempre più chiaro quindi il profilo di un’artista eternamente combattuta tra la sua forza e la sua fragilità, che riempiva la sua voce di tutto quello che nella vita non poteva urlare.

Successivamente infatti, disse proprio di questa sua relazione con Fossati:

“[…] Diceva che mi voleva come donna, ma non era vero perché infatti non ha voluto nemmeno un figlio da me, e la prova d’amore era abbandonare del tutto anche la sola idea di cantare e distruggere completamente Mia Martini. Io ero combattuta, non riuscivo a farlo […]. Ma quando si è opposto violentemente alla collaborazione con Pino Daniele, alla quale tenevo moltissimo, per un album che dovevo fare, questa lotta tra me donna e Mia Martini è diventata una cosa feroce. E infatti quando sono andata in sala registrazione per incidere il disco, senza Pino Daniele, mi è andata via la voce […] Ci sono voluti due interventi chirurgici. Sono stata muta un anno. E non si sapeva se sarei potuta tornare a cantare. Ho ricominciato, con fatica”

Arriva poi nel 1981 l’album Mimì, e successivamente nel 1982 l’immensa “E non finisce mica il cielo, scritta proprio da Ivano Fossati.

Tutto questo però, come ricordavamo prima, non la rese immune alle maldicenze che la portarono all’abbandono delle scene nel 1983.

Chissà se la sua solitudine è iniziata da lì, chissà se è stato quello il momento in cui l’ombra che aveva sempre accompagnato la sua esistenza, iniziò a prendere il sopravvento.

Eppure era riuscita a tornare, ancora una volta, a tentare di strappare quel velo che la avvolgeva da sempre: Almeno tu nell’universo, del 1989, è ancora una volta la forza di una grido sonoro potente, unito alla fragilità di una donna, che chiede, quasi implora, il suo uomo di essere diverso da tutto ciò che finora l’aveva delusa.

Questo suo continuo tentativo di risarcire le ferite che man mano le la vita le inferiva, proprio questa era l’essenza della sua musica:

la voce piena di ciò che aveva vissuto, piena della sua disillusione, che nonostante tutto non smetteva di cercare uno spiraglio, quel filo d’aria che gli desse ancora una volta l’ossigeno sufficiente a riprendere fiato.

Ma quello spiraglio, il 12 Maggio del 1995 non bastò.

Si susseguirono tante ipotesi, alcune subito smentite, altre no, su come e perché Mimì se n’era andata.

Le grida della sorella, Loredana Bertè, che come si disse, apprese la notizia solo dai telegiornali; poi la sua lite col padre di fronte alla bara (padre con cui Mia si era da poco riconciliata).

Le frasi dei colleghi, la presenza dell’amico fraterno Renato Zero, i particolari del ritrovamento che rivelavano una morte in solitudine, mentre ascoltava musica, che invece per lei era la vita.

Un infarto? un male incurabile?

Poi quel biglietto: “la mia sembrerà una morte provocata dalla droga, ma in realtà è un suicidio”

Così, come il più banale dei finali, il manto nero da cui Mimì aveva faticosamente cercato di scappare per tutta la vita, alla fine l’aveva avvolta, aveva vinto.

Quegli occhi grandi che portavano dietro tutto il suo mondo, si erano chiusi prima che chiunque riuscisse davvero a leggere l’anima fragile che nascondevano.

Ma forse è proprio quell’anima che ha vinto su tutti, forse quel sacrificio non è stato vano,

perché adesso che è finalmente libera, niente di lei sarà dimenticato.

Perché dopo 25 anni ,la sua musica le gira ancora intorno.

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