“X&Y” dei Coldplay è il vinile della settimana

Immancabile l’appuntamento settimanale con i Discopatici, il vinile di oggi è un evergreen della musica internazionale, uno di quei capisaldi che riescono ad unire in un unico giudizio sia i neofiti del rock old style che chi predilige questo genere nelle continue contaminazioni dovute ai dettami dei tempi che cambiano. Insomma “X & Y” dei Coldplay è riuscito ad accontentare davvero tutti, regalando a Chris Martin e band la fama di oggi.

Ormai quello di scrivere di notte è diventato un rito, una piccola confort-zone in cui rifugiarmi di tanto in tanto. Stasera complice dell’accaduto è stata la telefonata con una amica, quelle di cui inizialmente parli dell’angoscia del momento, e ti ritrovi così impelagata, quarantacinque minuti dopo, nei traumi di terza elementare quando il tuo vicino di banco ti ha rubato la merenda dalla cartella. Un’amica così speciale da chiedermi spesso se ci fossi io prima di lei, o se la mia esistenza ad un certo punto fosse diventata un tutt’uno con gli eventi che abbiamo condiviso, da sempre. Tra questi l’immancabile trasferta milanese per il concerto dei Coldplay. 14 – 11 – 2005, sedici anni a cranio, già immolate alla dea musica.
Nello stesso anno nasce YouTube “Brodcast Yourself”, antenato di tutte le piattaforme di streaming online, primo vero canale di fruizione musicale, Londra il 7 luglio fu vittima di un attentato terroristico che anticipava la vera morsa della strategia della tensione che da Al Qaida conduceva fino all’ISIS. Nello stesso anno – proprio nella capitale britannica – arriva il terzo album dei Coldplay, l’unico che riesce a riempire il vuoto lasciato dalle rock band praticamente inesistenti in questo momento, seguendo la scia dei Radiohead (molto più elitari), e conquistandosi la fama dei veri successori degli U2 nel mondo.

È giunto il momento, su la testina del grammofono e che l’ascolto di “X&Y” abbia inizio, di nuovo, tredici anni dopo. Bicchiere in mano, stasera resto spiaggiata con la maglia del “Sei Nazioni di Rugby del 2015” (per restare in tendenza vintage) sul lucidissimo divano di pelle (quello intoccabile da bambina perché-si-macchia-tutto-e-non-ci-devi-colorare-con-i-pastelli-sopra-sennò-le-prendi. Per fortuna poi si diventa grandi). In tema di Regno Unito, stasera tradisco il mio gin tonic per un momento più delicato: Irish Single Malt Whiskey 8 anni e Cioccolata Modicana Perù Amazònico 70%. Le particolari note agrumate e tostate, di frutta secca e tabacco di questo Irish Single Malt Whiskey si armonizzano perfettamente con gli aromi di frutta esotica della Cioccolata Modicana Perù Amazònico: perfetti insieme per un dessert o un dopo cena davvero speciali.

Un inizio sempre emozionante quello di “Square Onetappeto di synth Eno (che, toh!, suona in qualche traccia), ritmo sostenuto, groove di basso, chitarre taglienti à laThe Edge e un finale che sembra preso di peso da Ok Computer. , “Dall’inizio del tuo cammino vuoi soltanto qualcuno che ti ascolti. Non ha importanza chi tu sia; non ha importanza chi tu sia” recita Martin in questa terzina ripetuta più volte. È un po’ il male del secolo questo, siamo tutti bravi a parlare, pochi ad ascoltare. Emblematica la scelta di un inizio così deciso, soprattutto se accostata al messaggio che si cela dietro il nome dell’album. X&Y «ha a che fare anche con gli opposti e le tensioni tra gli opposti; un misto tra ottimismo e pessimismo nelle loro forme più estreme. E questo è ciò che per me significa X&Y. Mi piace il fatto che siano lettere molto forti, molto chiare..» Come opposti e complementari sono i due cromosomi: X – femmina, Y – maschio. Un pianeta questo in cui il rischio dell’incomunicabilità e del mancato ascolto reciproco è sempre terreno fertile.

Ad incalzare il ritmo sullo stesso tema è “What If”, brano successivo: “Cosa accadrebbe se tu dovessi decidere che non mi vuoi lì al tuo fianco? Che non mi vuoi lì nella tua vita?”. Un dubbio in cui ognuno di noi si è imbattuto almeno una volta nella vita. Ad un ascolto poco impegnato questo brano può sembrare la classica ballata da melodramma adolescenziale, un remake dell’Elton John seduto al pianoforte al funerale di Lady-D, ma quando Chris esplode col suo brand-in-falsetto, sul lampo di una chitarra stridente, puoi solo ingoiare un sorso di Whiskey e mettere il telefono in modalità aereo per evitare di comporre un messaggio che citi questo testo e fugare così ogni dubbio di risposta negativa. “Quando ero un ragazzo cercavo di ascoltare. E voglio sentirmi così. Se ti sei mai sentito come se ti mancasse qualcosa ci sono cose che non capirai mai”. È lapidario l’intro di “White Shadows”, e tanto attuale. Conoscendo il brano successivo, decido di alzare la testina del grammofono per fare una riflessione, non togliendo così spazio all’emozione che solo “Fix You” sa ancora darmi. Nel 2005 Google acquista Android, siamo alla vigilia del boom degli smarphone, e della tendenza delle vite in vetrine. Ancora esistevano quei riti ancestrali delle telefonate. Eppure questo album riusciva ad essere precursore del decennio successivo e della patologia dell’egocentrismo più radicato in ognuno di noi.

Tra un morso di cioccolato fondente e un sorso al wiskey (chi l’avrebbe mai detto che il cacao non è un ottimo alleato solo del rum?), è il momento topico di “Fix You”. Quel brano di una dolcezza disarmante capace di dissolvere tutto il ghiaccio accumulato in fondo ai cuori dei più restii al romanticismo (“Eccomi, ci sono, sono anche io in questa casistica...”) e soffiare sui veli apposti sulle anime. “Fix You”/ Consolarti. Nella prima strofa la voce di Martin è supportata soltanto dall’organo, fino al ritornello in cui in ausilio arriva il pianoforte e la chitarra acustica nella strofa, fino ad esplodere in un giro di chitarra elettrica nella seconda strofa, scampato pericolo della possibile melansa. Momento questo che nel videoclip coincide con la fine della corsa di Chris e la visione del palco, dove far esplodere il suo pathos, con alle spalle un edificio su cui compare la scritta “make trade fair” in Codice Baudot, lo stesso della copertina. Insomma, quanto vorrei che suonasse adesso il cellulare e venissi in un attimo catapultata anche io, mano nella mano con “il signor Y” (dal suddetto cromosoma), nel video di Chris, alla ricerca del palcoscenico più adatto a questo momento delle nostre confuse vite.
Le persone ti cadono addosso come la pioggia, ci inciampi dentro negli angoli sparuti quel giorno in cui hai sbagliato strada. Hai sbagliato a comporre numero telefonico nella rubrica, ti sei seduto in un posto diverso dal solito nel bar di sempre, o semplicemente sei ritornata a casa. Nell’unico posto in cui puoi ritornare ad avere – contemporaneamente – sette, dodici, quindici, venti, o ventinove anni. Ti giri a guardarne solo alcune, che tante volte sei distratto, annoiato, indaffarato, stanco. Quelle che ti si incollano negli occhi, che ti si appiccicano alla vita, che vorresti sotto la pelle, con cui puoi addormentarti sul divano, con le musiche giuste, con le battute insolenti, con le risate forti, quelle sincere che ti stravolgono la libertà così precisamente che pare tutto al suo posto. Ma il telefono lo lasciamo in modalità aereo e torniamo ai Coldplay. È “Talk” il prossimo brano, toh, “e voglio parlare con te amico!”, ma guarda un po’ il caso. La melodia principale del brano è tratta dal brano “Computer Lovedei Kraftwerk. Il brano doveva inizialmente essere una b-side del primo singolo dell’album, Speed of Sound, prima di essere inserito all’ultimo momento nel disco e di costituire successivamente un singolo a sé. Il gruppo ha registrato tre versioni diverse del brano; quella pubblicata su X&Y è basata su una delle prime demo di essa. Un ritorno alle origini anche per questo brano, oltre che per me.
A chiudere il Lato A ci pensa la title track, “X&Y”, scandita da violini, tra sussurri eterei e venature psichedeliche. “Trying hard to speak” mormora l’incipit, mostrando una stanca rassegnazione e una mano debole che scaccia nervosamente le mosche dal burro sciolto sul piatto. La chitarra di Buckland sembra voglia sorreggere la frase svigorita, accompagnando la voce verso vette più alte o scortandola in territori familiari, dove sostare, riflettere e riposare. La musica segue un andamento circolare, che sembra venga risucchiato, ad ogni conclusione di strofe e ritornelli, in un cunicolo d’imbuto per ritrovarsi con tutte le sue componenti in un altro luogo: infatti il termine “together”, della frase “you and me are floating on a tidal wave“, sembra voglia essere strappato dal suo contesto. Rapito per essere trascinato nello Spazio.

Pulisco, tutto d’un fiato l’ultimo goccio rimasto nel bicchiere e mi alzo a cambiare il lato del mio vinile, con il cuore in tumulto, come se lo avessi spogliato dell’involucro di carne che lo circonda – come l’LP dal suo cartone – e si fosse bagnato sotto una pioggia torrenziale. E la sua camminata sotto l’acqua mentre gli altri organi, altrettanto nudi, cercano spazi d’asciutto per non rovinare la piega, mi ricorda che le cose rotte sono molto più belle e decisamente più interessanti di quelle ancora non scalfite dalla vita. Che rimettersi a posto, non sempre dona un’aria stropicciata, la maggior parte delle volte aggiunge strati di valore.

Grazie a Dio è il momento di “Speed of Sound” e della sua energia. È il primo singolo, che si fregia di una buona figura di piano (seppur a dir poco simile alla vecchia “Clocks“), considerato per l’appunto un brano “di passaggio” dall’album precedente “A Rush of Blood to the Head” ad “X&Y”. Segue “A Message”, il brano karmico che pare voglia dirmi “e riaccendilo sto cellulare su”. “Il tuo duro cuore è fatto di pietra. Ed è così difficile vedere chiaramente dentro. Sei l’obiettivo a cui voglio arrivare e porterò questo messaggio a casa”, recita l’infausto Martin portando me sull’orlo dell’alcolismo, ingoio wiskey come lo faccio con il rumore dei pensieri, stanotte.
L’ascolto procede con “Low” e “The Hardest Part”, fino a condurmi a “Swallowed in the sea”, iconica ed imprescindibile in questo album, tanto da meritare un posto nel Lato A.
A chiudere questo capolavoro tocca a “Til Kingdom Come”– originariamente scritta per l’ugola di Johnny Cash e qui inserita come traccia fantasma – che ti ricorda come Martin e i
suoi sappiano, quando vogliono, toccare le corde giuste con naturalezza e semplicità, senza cercare a tutti i costi l’appeal “da stadio”.

Il vinile è giunto al termine, la luna stasera, come ogni sera è bugiarda (per scomodare Shakespeare) e il bicchiere è stato nuovamente ripulito. “Si diventa nuovi, dopo che si è stati rotti”, mi direbbe questo il cuore ritornato nella sua nicchia dopo avergli fatto prendere aria, in questa pausa di umanità. Le persone ti scandiscono la vita, come la barista a cui riservi il buon giorno o quella che ti versa l’ultima birra prima di tornare a casa. Come gli ascolti che sono colonne sonore di esistenze intere. Te la cuciono addosso la vita, ti dicono chi sei e chi non sarai mai. Di tutto quello che puoi avere e perdere, le persone sono delle occasioni uniche. E sta a noi riconoscerle, lasciarci coinvolgere, e goderne.

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-10-04T23:00:43+00:00 19 settembre 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti