Lunedì 25 Marzo siamo stati alla presentazione di “Vivi per sempre“, il nuovo album dei Canova in uscita il primo Marzo. Ne abbiamo approfittato per fare due chiacchere sul senso della loro musica, sul significato della musica Indie, sulle foto di Instagram e sulle loro esperienze con le groupie

Matteo Mobrici (voce, chitarra elettrica, piano), Fabio Brando (chitarra elettrica, piano), Federico Laidlaw (basso) e Gabriele Prina (batteria) sono i quattro ragazzi milanesi che compongono i Canova.
Dopo il successo di Avete ragione tutti (il loro primo album, uscito nel 2016) e dell’annesso tour di oltre cinquanta date partito a Maggio 2017 e concluso a Gennaio 2018, tornano a far parlare di sé con “Vivi per sempre”, Album prodotto per Maciste Dischi e in uscita il primo Marzo 2019, anticipato dai singoli “Groupie”, “Domenicamara” e “Goodbye Goodbye”.

Ciao ragazzi, una domanda di rito per cominciare: quanto è stato diverso per voi scrivere il vostro secondo disco, da band ormai conosciuta, rispetto a scrivere il primo, quando le pressioni erano pressoché nulle?

Non è cambiato assolutamente nulla; il nostro primo album è stato scritto quasi solo per noi, non ci aspettavamo nessun tipo di successo, e quindi il processo creativo è stato molto libero.
Lo stesso vale per questo nuovo album: non abbiamo pensato alle esigenze del pubblico, per la felicità del nostro manager (ndr, ridono), ma soltanto a quello che potesse piacere a noi.

Una cosa che emerge quasi subito ad un primo ascolto è la tendenza ad essere sonoricamente meno vistosi rispetto al primo disco, da cosa deriva questa cura maggiore del suono?

Sicuramente indica che da un punto di vista della qualità musicale e di mixaggio abbiamo fatto dei passi avanti. Abbiamo preferito curare maggiormente il suono e gli arrangiamenti, facendo più attenzione all’equilibrio e sperimentando molto con le chitarre -uno strumento eccessivamente bistrattato negli ultimi quindici anni di musica italiana- senza però rinchiuderci troppo in delle sonorità a tutti i costi retrò.

Il vostro stile è caratterizzato da una forte influenza da parte del pop-rock classico anni ’60/’70, specialmente da parte delle british ballad, da un punto di vista musicale, mentre i testi si rifanno alla grande tradizione del cantautorato italiano. Come è nata questa unione, è stata studiata a tavolino o è qualcosa di spontaneo?

È assolutamente qualcosa di spontaneo. Vogliamo evitare di risultare troppo cerebrali nella ricerca di sonorità specifiche, non vogliamo creare musica in provetta.
Semplicemente siamo quattro ragazzi che per caso, o per fortuna, hanno più o meno gli stessi riferimenti musicali: facciamo la nostra musica cercando di risultare il più naturali possibile e allo stesso tempo evitando di “auto-plagiarci”. Anche perché, se no, sai che palle? Non vorremmo più far musica.

Voi stessi avete dichiarato che il nuovo album non sia “un concept, bensì una raccolta di canzoni figlie di momenti diversi e di circostanze e ispirazioni a sé stanti“; in tal senso il richiamo letterario va subito alla cosiddetta “totalità parziale” di un Joyce o uno Svevo: il tempo quasi non esiste, prima e dopo si confondono in una narrazione radicalmente soggettiva.
In tal senso, quanto è importante il ricordo nella scrittura delle vostre canzoni? Quanta autobiograficità c’è? E qual è il filo rosso che unisce tutto l’album?

Moltissima. Anzi, tutte le nostre canzoni sono autobiografiche. Le nostre canzoni raccontano momenti diversi, a sé stanti, dell’esperienza di uno o più anni, e spesso non sono nemmeno scritte nell’ottica di essere pubblicate.
Diciamo che hanno una funzione quasi terapeutica, tutti gli sfoghi vengono concentrati nella canzone e trovano una soluzione nel momento in cui vengono condivisi con tutti tramite il disco.
E forse l’elemento in comune che unisce le canzoni, al di là degli elementi stilistici e musicali, è proprio questo: l’autobiograficità e l’importanza del ricordo.

Se tutte le vostre canzoni sono autobiografiche, allora la domanda è inevitabile: cosa mi dite di “Groupie”?

(Ndr, Ridono) Per non parlare di “Threesome”!
In realtà è una canzone che è scritta proprio in difesa delle groupie. Molto spesso da fuori questo fenomeno è visto in maniera distorta o comunque incompleta, ma per noi che abbiamo cominciato a conoscerlo “da dentro”, assume diverse sfumature.
Ci siamo resi conto – ed è questo il messaggio della canzone – del grandissimo atto d’amore che le groupie compiono nei confronti dell’artista non tanto come uomo ma come personificazione della canzone e della musica: non è solo la follia di qualche fan sfegatata, è più profonda la cosa.

Siete un po’ dei romanticoni.

In realtà il termine “romantici” è un po’ da sfigati (ridono ancora): non vogliamo passare per lagnoni, più che romantici siamo sentimentalisti. Anche se, bisogna dirlo, da un punto di vista letterario c’è sempre una punta di romanticismo nelle nostre canzoni, più o meno esplicito, più o meno velato a seconda del brano.

Mi spiegate da dove deriva la scelta della copertina?

Così come per la copertina del primo album, volevamo un’immagine che fosse più vera possibile: abbiamo fatto una ricerca enorme fra centinaia e centinaia di immagini su Instagram, da profili di tutto il mondo.
Nonostante fossimo divorati dalla decisione, c’era sempre l’immagine di questo cane che ci ossessionava: i suoi occhi esprimono tutte le emozioni che son presenti del disco, dalla gioia alla disperazione, dalla malinconia all’innamoramento fino alla frosternazione. E così ha vinto lui.

Sempre parlando di foto, si dice della fotografia digitale di aver stravolto la natura della fotografia analogica, non più rappresentando la realtà ma presentando una sorta di iper-realtà sempre modificabile e quindi soggettiva.
Nelle vostre canzoni viene utilizzato un linguaggio “fotografico”, che procede per immagini, ma qual’è l’intento? Descrivere una realtà o filtrarla attraverso delle lenti?

Un po’ tutte e due: ogni canzone è -appunto- autobiografica e descrive un frammento di realtà effettivamente vissuta, ma è logico che poi il ricordo sia soggettivo e personale.

Il due generi che oggi si stanno spartendo principalmente fra i giovani sono l’indie e la trap. Voi vi riconoscete in una categoria effettiva? E come vivete questa sorta di rivalità?

La definizione della cosiddetta musica Indie passa per un problema linguistico: noi facciamo musica pop, ispirandoci al pop e al rock senza aver paura di ammetterlo. Spesso invece capita ad alcuni artisti di volersi rifugiare a tutti costi nella categoria dell’Indie per sfuggire alla definizione di artisti Pop, a causa della sua accezione dispregiativa addottata negli ultimi anni in Italia, come sinonimo di bassa qualità. Ma non è così, i Beatles erano Pop!
Per quel che riguarda il rapporto fra Indie e Trap, son due generi diversi fin dalle loro origini: l’Indie ha cercato un’alternativa alla canzone italiana, ha cercato di riempire il vuoto lasciato negli anni 2000, per poi però di fatto rifarsi alla tradizione stessa della canzone italiana; la Trap invece trae spunto da un movimento americano, emula e introduce ex novo in Italia un qualcosa che prima non c’era.
Tuttavia, pur rimanendo su binari separati, hanno una bellissima caratteristica in comune: sono due generi animati da giovani, che si propongono di dare finalmente una voce ai giovani, di provare a proporre una vera alternativa musicale a quello che c’era prima.
E, nel bene o nel male, questi movimenti mossi da una volontà di innovazione lasceranno il segno, fra una ventina d’anni probabilmente ne vedremo i frutti.