Vittorio De Sica: ripercorriamo la vita dell’eclettico regista, capace di fotografare la vera Italia

di InsideMusic

Il 13 novembre 1974 a 72 anni moriva Vittorio De Sica, lasciandoci orfani delle sue pellicole cinematografiche, capaci di imprimere un senso all’Italia disordinata del dopoguerra.

Attore istrionico e regista geniale, Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, noto solamente come Vittorio De Sica è stato uno dei personaggi più importanti ed influenti della cinematografia mondiale. Una figura complessa e onirica dal talento innato, fu uno dei padri fondatori del neorealismo. E già, “c’era una volta il neorealismo”, una stagione meravigliosa per il nostro cinema, quanti capolavori eterni furono costruiti in quel periodo. È malinconico pensare di dover tornare indietro fino agli anni Sessanta per ritrovare un film che può raccontare il reale senza artefici. Era la stagione in cui il vero non era mascherato ma ritratto senza veli, la storia e le storie erano raccontante in maniera autentica e oggettiva, senza contaminazioni. Gli autori di quel prolifico periodo si ponevano in una posizione di sudditanza e di rispetto nei confronti della realtà, ragionando sugli errori e orrori del proprio Paese, e dichiarando la loro consapevole gratitudine nei confronti dei movimenti partigiani. Vittorio De Sica fu pioniere di quella corrente cinematografica e culturale, capace di conservare la profondità di ogni evento, rispettandone il contesto, senza soprusi.

Cresciuto in ciociaria da una famiglia modesta, De Sica si rivelò ben presto capace di perdurare nel tempo. Negli anni del fascismo, incarnando l’uomo comune in pellicole come ad esempio “Gli uomini, che mascalzoni”, in cui lanciò la celeberrima canzone Parlami d’amore Mariù, suo cavallo di battaglia per il resto della carriera, “Darò un milione” e “I grandi magazzini”, faceva da contraltare alle azioni del regime, si discostava totalmente dalla rappresentazione dell’ideale fascista imposto al cinema. All’Italia ufficiale e oltraggiosa di Mussolini si contrapponeva l’Italia ufficiosa e dignitosa del giovane Vittorio.

Ma fu nel dopoguerra che la carriera di Vittorio De Sica spiccò il volo. Ad un certo punto, come se fosse una necessità primaria, sentì il bisogno di passare dietro alla macchina da presa, per esprimere compiutamente l’universo esteriore e interiore. Il racconto della vita vera di quell’Italia in ginocchio appena uscita dalla guerra, la scelta di attori comuni presi dalla strada, i primi piani drammatici e strazianti, la fotografia contrastata, lo hanno reso di fatto il vero autore del neorealismo, insieme a Rossellini. Amatissimo nella nostra Penisola e amatissimo negli Stati Uniti, De Sica aveva una capacità stupefacente di rendere importanti le cose piccole, dando un senso profondo alle vicende quotidiane che raccontava, riuscendo sempre a toccare, con estremo rispetto e delicatezza, il cuore dello spettatore.

Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca, anzi, della piccolissima cronaca.

Il primo grande capolavoro di De Sica, regista dei sentimenti e della gente, è stato “Siuscià” nel 1946. Uno di quei film che ad ogni visione si racconta da capo, con una recitazione ingenua e spoglia di inutili virtuosismi e divismi, ed una regia conscia di essere solo spettatrice di una realtà che è cornice e quadro, un’opera omnia che racchiude il meglio ed il peggio di un’intera generazione di italiani. Una pellicola drammatica e struggente in grado di testimoniare un periodo, quello post bellico, povero di moneta ma ricco di valori. Una storia che ci accompagna nell’infanzia del dopoguerra, quella che sopravviveva arrangiandosi, data in pasto al mondo degli adulti e del lavoro ancor prima di essere pronta e pagandone a volte un prezzo troppo alto. Il film è stato talmente impattante che indusse l’Academy Awards ad istituire un premio speciale per i migliori film stranieri, così Vittorio De Sica con questo film si aggiudicò il suo primo Premio Oscar, ed insieme a “Roma città aperta” e “Paisà” di Rossellini, “Sciuscià” è considerato la terza eccellenza neorealista.

Vittorio De Sica - Sciuscià

Locandina della pellicola cinematografica “Sciuscià”, 1946

Un altro caposaldo della cinematografia neorealista è stato “Ladri di biciclette” del 1948, in cui si confermò vincente l’idea di De Sica di utilizzare attori non professionisti per raccontare vicende vicine alla popolazione dell’epoca. Quella messa in atto in questo film è una lucida analisi della quotidianità in un mondo di miserie e di problemi mai risolti e l’amore per i personaggi che qui diventa vero senso di pietà. Il film ebbe incassi colossali per quel tempo e rimane ad oggi un’opera prima di spessore e bellezza assoluta. Scritto a quattro mani da De Sica e Zavattini, la pellicola estremamente realista seppe commuovere il mondo, aggiudicandosi il secondo Premio Oscar.

Nel 1952, dopo il film “Miracolo a Milano”, arrivò un altro caposaldo neorealista di De Sica, ispirato proprio al Padre Umberto. “Umberto D”, è questo il titolo della pellicola, vinse il Premio Oscar alla sceneggiatura. Un film che fu poco compreso dal pubblico del tempo, a differenza di “Pane amore e fantasia” dell’anno seguente, una pellicola diretta da Comencini che vide il ritorno di Vittorio De Sica nelle vesti di attore, regalando ai cinefili una delle sue interpretazioni più celebri, quella del maresciallo Antonio Carotenuto, galante seduttore di mezza età, attratto dal fascino della bella Maria detta “la bersagliera”, interpretata da una splendida e iconica Gina Lollobrigida. Il film, con il suo tono brillante e scherzoso, divenne talmente famoso e amato da dare vita ad una saga e creare il cosiddetto genere del “neorealismo rosa”. È ancora oggi uno dei maggiori successi commerciali del nostro cinema.

Vittorio De Sica La Ciociara

Locandina della pellicola cinematografica “La Ciociara”, 1960

Uno dei momenti più alti del regista Vittorio De Sica e dell’intera stagione del neorealismo, seppur in decadenza nei primi anni Sessanta, è rappresentato dalla storia di una donna che fugge dalla guerra, ritrovandocisi immersa suo malgrado. Stiamo parlando de “La Ciociara” del 1960, l’ultimo grande esempio di stile ed essenza di quel cinema, in grado di riscoprire il rurale e le sue genti povere e umili. Quella raccontata e interpretata da un’eccelsa Sophia Loren, che gli valse il Premio Oscar a soli venticinque anni, rendendola una diva oltreoceano, è una storia di dolore e sofferenza che si riflette nel supplizio dell’Italia martoriata dalla guerra.

Con il miracolo economico e le conseguenti ed inevitabili conquiste sociali, Vittorio De Sica raccolse dalla ceneri del neorealismo l’impulso di raccontare l’Italia sotto un’altra forma. Con una pungente ironia e talvolta amara satira di costume, rifletteva l’evoluzione della società di quegli anni. Esempio di questa nuova corrente fu “Ieri, oggi, domani” del 1963 in cui De Sica ebbe la genialità di confezionare tre segmenti ascrivibili al genere della commedia popolare, nota in quegli anni come “commedia all’italiana”. Un tour nazionale – nord, centro, sud – che sviscera solo apparentemente tematiche calde come la povertà, l’alienazione, il senso della morale, per concentrarsi in realtà su caratterizzazioni di grande impatto comico. Memorabile la sequenza dello spogliarello della sensualissima ed esplosiva Sophia Loren davanti ad un famelico Marcello Mastroianni. La scena è passata alla storia come una delle più divertenti del cinema nostrano. Il film consentì a De Sica di vincere il terzo Premio Oscar. Anche “Matrimonio all’italiana” è un altro film che fa parte del filone della “commedia all’italiana”, che vide ancora una volta Sophia Loren e Marcello Mastroianni protagonisti. De Sica raccontò sul grande schermo una storia a metà fra dramma e amore, passioni senza tempo e lacrime amare.

Vittorio De Sica

Celebre scena dello spogliarello di Sophia Loren nel film “Ieri, oggi, domani”, 1963

Il quarto ed ultimo Oscar per Vittorio De Sica arrivò alla fine della sua brillante carriera. Per molti è stato il “film della maturità”, lontano dalla forma estetica e contenutistica delle pellicole cinematografiche precedenti, lontano dal neorealismo e dalla commedia, nonché il punto più alto della filmografia del regista. “Il giardino dei Finzi-Contini” del 1970 racconta le vicende della dolce vita di alcuni giovani borghesi ebrei, che improvvisamente si trasforma in tragico dramma a causa delle leggi razziali. Una pellicola malinconica e piena di sentimenti nascosti, parlati sottovoce, piuttosto che urlati nel loro crudo realismo. Un testamento visivo di grandissimo valore.

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