Tiara, Seventh Wonder: tragedia fantascientifica [Recensione]

di InsideMusic
Tiara è il quinto album degli svedesi Seventh Wonder, uscito in ottobre 2018 per Frontiers Records ed anticipato dai singoli Victorious e Tiara’s Song.

C’è così tanta bruttezza nel mondo.

Così tanto orrore, così tanta crudeltà; così tanta pretenziosità, perchè anche chi crede di perseguire la bellezza, spesso incappa in creazioni malfatte, deformi, fini a se stesse: l’arte è e deve essere ricerca ed innovazione, non costante ripetizione dello stesso tema.

In origine fu il rock, poi fu il metal grazie ai Blue Oyster Cult e ai Led Zeppelin, poi è stato il grunge; nel sottobosco musicale, il prog è sempre stata una costante, più o meno fortunata. Eppure, anche il genere che dovrebbe trainare l’innovazione – e, come ogni innovatore che si rispetti, come l’R&D di uno stato dell’Europa del Sud – è sempre quello in cui si investe meno, in energie e denaro, da parte delle label.

Quindi si fa da soli. Chi fa da sé fa per tre. E spesso si incorre, di nuovo, in un flusso di pretenziosità, di citazionismo, di tecnicismi e leziosità fini a se stesse. Eppure, ci sono dei rarissimi casi: Tiara dei Seventh Wonder è uno di questi casi, uscito nel 2018 per l’italianissima Frontiers Records.

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Chi sono questi Seventh Wonder? Che nome pretenzioso, settima meraviglia? Solo l’ennesima band svedese symphonic metal, mezzo prog, concettuale. Con un surplus: Tommy Karevik, uno dei più talentuosi vocalist in circolazione – un degno erede di Roy Khan dei Kamelot, fuoriuscito dalla band in seguito ad una non ben definita crisi mistica e mio sogno erotico a quindici anni. Proprio l’impegno con i Kamelot sembra aver frenato la creatività sfrenata di questi ragazzi, amanti dei concept album, dopo averne sfornati quattro in dieci anni. La lunga gestazione non sembra però aver nuociuto alla qualità del lavoro: Tiara.

Fra i punti di forza dei lavori dei Seventh Wonders c’è sempre stato lo storytelling, che anche in questo caso non manca. The Great Escape del 2010 narrava dell’esodo dell’umanità dalla Terra tramite l’astronave Aniara, basato a sua volta sull’omonimo romanzo di Harry Martinson; ma, come in Elysium di Neill Blomkamp, c’è sempre chi è costretto a rimanere. E Tiara parla di loro, degli ultimi, dei dimenticati. Di quelli che hanno distrutto tutti gli ecosistemi, che vivono attaccati a degli android – le Dream Machines – e di come Tiara, una piccola ed onesta combattente, cerchi di salvare l’umanità dall’ira degli Everones. Cosa che SPOILER la piccola e fin troppo onesta Tiara non fa, condannando la nostra razza alla distruzione.

Perché, in fondo, facciamo cagare come apici dell’ecosistema.

L’arrivo degli Everones è annunciato da Arrival, ascrivibili, a chi è affine all’Universo Marvel, a dei Celestiali, o, meglio ancora, alle entità governanti la simulazione quale è il nostro universo che si fanno conoscere nell’evento Secret Wars: semi-divinità che guardano le civiltà fin dall’alba dei tempi, e alle quali decidono di porre fine qualora esse rassomiglino più a neoplasie che a bellezza. Pomposità ai massimi livelli, mista ad eleganza. L’altrettanto pomposa intro di The Everones – mescolata, però, alla chitarra estremamente dinamica di Johan Liefvendahl – ci presenta effettivamente tali entità, che hanno il totale controllo sulla vita dell’ipotetico narratore, che è semplicemente un essere umano impersonale che lancia la sua preghiera a Tiara. Lo stile dei Symphony X si fa sentire, ma è arricchito dalle esperienze quasi-musical delle varie metal opere nordiche, prime fra tutte quelle di Ayreon. L’utilizzo di accordi diminuiti crea una straniante sensazione di attesa nell’ascoltatore. Si prosegue con Dream Machines, che, come ho anticipato, è altrettanto descrittiva dell’effettivo ridicolo positivismo dell’umanità che ancora abita, e sporca, la Terra: racchiusi nelle loro bare (le “macchine del sogno”), nelle quali creature una volta umane, ma ora immortali e quasi incorporee (dei Dalek?), si domandano perché gli Everones vogliano bruciarli fino alle ossa. Dalle loro visioni in realtà aumentata, non si accorgono delle “dying shores” dei loro mari; e Tommy interpreta con rabbia un sentimento condivisibile. Un grandissimo lavoro del neo-batterista Stefan Nogren che tiene magistralmente il tempo, che spesso si muove in antitesi con la frase melodica degli altri strumenti.

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Conosciamo la dolce Tiara in Against The Grain: come “un umano fatto alla vecchia maniera” di Matrix, Tiara è effettivamente una normalissima bambina. Una power ballad accorata, in cui Tommy interpreta Tiara che si rivolge all’”ONU” o ciò che ne rimane – qualcosa che assomiglia più all’evangelioniana SEELE – predicando la non-violenza ed il dialogo come mezzo di risoluzione della crisi universale e della minaccia degli Everones, tanti piccoli Galactus. Brano caratterizzato da numerosi cambi di ritmo e chiave, introduce la tematica musicale di Tiara, cioè sonorità più dolci ma variegate, chitarre e basso che dialogano fra di loro come il flusso di coscienza interiore della bambina. La mid section richiama poi al brano centrale dell’album – Tiara’s Song. La pomposissima Victorious, tutta power metal vecchia maniera e refrain super catchy; il testo, stavolta, riflette l’insensato ottimismo dell’umanità dopo il discorso motivazionale di Tiara, che si scopre (per gli amanti della fantascienza) essere sempre più modellata su Enea, protagonista dei canti di Hyperion di Dan Simmons, sicuro estimatore del lavoro di Martinson. Primo singolo dell’album, fu in trend su YouTube per lungo tempo.

Siamo finalmente al cuore di Tiara dei Seventh Wonder: il trittico inizia con  Farewell, dedicato al flusso di coscienza interiore di Tiara che intraprende il cammino per raggiungere l’astronave degli Everones ed andare a parlamentare con loro. Tiara’s Song, uno dei brani prog più belli del 2018, è un’accorata ballad che mescola sapientemente synth dal sapore hakeniano e intensissimi riff a là Stratovarius.

Farewell, Tiara, this song is yours
From Sahara to the seven seas it soars
A million voices stand and sing this chorus
Oh, Tiara, saviour of our dying shores

La commovente Goodnight – una di quelle ballad intense che dagli anni ’80 non hanno più fatto – descrive l’addio di Tiara ai suoi genitori, le loro raccomandazioni, il loro sentirsi morire dentro di fronte alla missione della figlia. La potenza espressiva dei Pain of Salvation mista alla sincerità espressiva dei Kingcrow rende il brano un’altra gemma.

So goodnight, but not goodbye
Close your eyes and learn to fly
You can if you try
Be the bravest astronaut
The world has ever seen
Now take off into a dream

 Beyond Today ne è l’immediata continuazione, ancor più mozzafiato. La piccola Tiara si rigira nel letto, cercando di prendere sonno, e riflette se è davvero lei la prescelta: il Neo femmina. E, soprattutto, se vuole davvero salvarla, quell’umanità. Piano, voce, violino di Arto Jarvela: Karevik che sussurra gentilmente nel microfono in maniera così commovente e sensuale che viene da abbracciarlo e rassicurarlo. Is there somewhere beyond today?

Il dono della voce è diffuso nella famiglia Karevik, ed è la sorellona Jenny a raccontare la verità del parlamento divino, ciò che la piccola ambasciatrice ha fatto: in The Truth,echi cantautorali di Elton John, ed esplosione orchestrale, i fratelli Karevik danno il meglio di sé, in un crescendo marziale. Tiara decide di dire la verità: l’umanità non merita la grazia degli Everones. L’umanità, non salvata, ma condannata all’annientamento, dà il meglio di sé in By the Light of the Funerl Pyres, cavalcata prog metal da manuale; guerre mondiali esplodono, pire funerarie bruciano sotto alla luce delle astronavi degli dei. Cos’è, del resto, che sappiamo far meglio? Ucciderci gli uni con gli altri.

Tiara, però, è stata un esempio. Lei, agli occhi degli dei, ha rappresentato una speranza che l’umanità sia in grado di salvarsi da sola, senza intrusioni esterne: decidono dunque di andarsene, rapidmente come erano venuti. E condannare l’umanità alla Damnation Below, ancora più lontano dai fortunati che erano fuggiti verso migliori lidi sulla Aniara. Controtempi e intrusioni chitarristiche descrivono un brano forse sottotono rispetto agli altri, ma indispensabile per lo storytelling.

One final stare into the barrel of a gun
This is the end
Once again the bleeding skyline torn asunder
Damnation below the suns
Behold the harm you’ve done

Di una marcia nuziale, gioiosa, è l’organo di Procession, che, ecclesiasticamente, introduce il tema del pentimento. Un’intera orchestra di suoni è messa in campo dal tastierista Andreas Soderin – suoni oscuri, di malinconia, di rimpianto.

Se si deve eleggere un brano moderno ai Prog Rock Monsters Award, personalmente candiderei Exhale, brano di chiusura di Tiara e sorprendente suite. La scelta dei termini è sublime:

In the unselfish sacrifice true redemption lies

And the world exhaled

,gridano gli Everones, mentre la partenza delle loro astronavi fa frusciare i rami degli alberi più alti. Di nuovo, con le guerre mondiali di The Fire of The Funeral Pyres, l’umanità ha tentato di autodistruggersi. Dov’è, dunque, la speranza di un mondo migliore? In mezzo a rifiuti radioattivi, a zone contaminate dal fosgene, negli oceani contaminati? Essa risiede in creature come Tiara, condannata all’eterno rimorso.

Dunque Tiara dei Seventh Wonders è un lavoro magistrale, che, però, a sua volta, avrebbe potuto esser perfetto: in fase di mixaggio si è sicuramente perso il basso di Andreas Blomqvist, totalmente non pervenuto, mentre la voce di Karevik suona spesso come un altro strumento, e non come il principale narratore della storia. Tiara rimane comunque uno dei più lavori prog metal del nuovo millennio, infinitamente superiore alle ultime derive tecniche degli Haken e al ritorno dei Dream Theater.

Farewell Tiara, this song is yours!

di Giulia Della Pelle

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