The Otherside: “Il giro giusto”

di InsideMusic
“Fammi entrare per favore, nel tuo giro giusto…” (Bugo)

I concerti sono il pane quotidiano di chi ama la musica, sono il terreno dove i musicisti e gli appassionati  si incontrano e dove l’energia crea qualcosa di completamente diverso da quello che si può semplicemente ascoltare su un disco. Da che mondo è mondo però ad ogni concerto non ci sono soltanto gli appassionati, il pubblico infatti si compone di tante figure, e chiunque ha una certa confidenza con i piccoli club e i locali abituati a proporre musica live ha sicuramente in testa almeno tre o quattro tipologie di persone. Dal fan sfegatato al parvenu, da quello che ti chiede dieci volte il nome del gruppo a quello che sa sentirsi a suo agio solo rivolto verso il bancone del bar a caccia di un cocktail. Ad ogni concerto che si rispetti, infatti, il pubblico può dividersi in strati, come più o meno il suolo terrestre o la sezione di un albero, ed ogni strato indica una tipologia ben precisa. In prima fila gli appassionati, i fan della prima ora, quelli che conoscono tutte le canzoni che potrebbero quasi fare da suggeritori evitando al cantante di avere un leggio. Man mano che ci si allontana dal palco si cominciano ad incontrare altre tipologie di persone, spesso più lontano dal palco ci si posizione e meno interessa si riscontra per la band che si sta esibendo, tranne per il mio caso, essendo io alto quasi due  metri per evitare di essere picchiato e di sentire i rimbrotti dei bassi dietro di me mi posiziono sempre nelle ultime file. Questa mia fisima personale mi fa capitare spesso in un girone dantesco dove si annidano per lo più occasionali. Questa suddivisione del pubblico crea una vera e propria spaccatura e rischia anche di pregiudicare lo spettacolo.

Da quando infatti la musica live è diventato uno dei “riempitivi” preferiti dei gestori di locali e di conseguenza con l’affacciarsi di tanti artisti che spesso definiamo “emergenti” andare ad ascoltare la musica dal vivo non è più un affare per appassionati, ma è cool. Ciò ha creato nuove dinamiche, non tutte negative. Molti infatti tramite la certezza di trovare locali pieni sono più propensi a partecipare a serate musicali, ciò porta a conoscere nuova musica e come diceva la canzone “uno su mille ce la fa” può capitare di guadagnarsi nuovi fan pescando in quel mucchio. Più spesso però molti affollano i concerti solo per “fare serata” e ciò aumenta il casino a ridosso del palco.

Una delle cose peggiori che possa capitare ad un concerto è che l’artista che si sta esibendo debba richiamare il pubblico a fare un po’ di silenzio, eppure non è più una cosa rara.

Allora la questione è vecchia quanto la musica, vecchia quanto Guccini, vecchia quanto i Pooh.

Meglio rimanere il solito giro di quelli che sotto i palchi siamo sempre i soliti tre o quattro, ci conosciamo e siamo sempre gli stessi, oppure meglio avere sale piene, con tanto di casino?

Gli appassionati diranno sempre “meglio pochi ma buoni” ma con questo ragionamento i locali chiuderebbero o smetterebbero di pagare band e artisti per esibirsi. A conti fatti quindi per la musica la quantità potrebbe diventare sinonimo di maggiore qualità, perché i locali pieni quando ci sono dei live significano soldi che entrano in circolo e possibilità per altri artisti di suonare e trovare spazio per esibirsi. Forse chiedo troppo quando cerco un locale pieno di persone attente, cosa praticamente impossibile.

Forse si tratta più semplicemente di scendere a patti con l’idea che ora la musica “indie” o emergente o chiamatela come volete, crea delle situazioni capaci di attrarre persone, e questo tipo di serate, stanno lentamente ma inesorabilmente soppiantando quello che erano le serate in discoteca di qualche anno fa. In base a questa dinamica quindi è impossibile sperare di avere serate affollate di puristi della musica, ma soltanto serate affollate. Forse in questi grandi numeri si potranno allevare nuovi appassionati o forse no, semplicemente dovremo fare il callo a quelli che scelgono le ultime file di un concerto per parlare dei fatti propri, con buona pace di chi è lì per capire se l’artista farà o meno questa o quella canzone. La questione resta apertissima, da una parte gli artisti in cerca continua di palchi da calcare, dall’altra gli appassionati che chiedono solo di poter ascoltare dei buoni concerti, in mezzo un sacco di gente che ha voglia di uscire e per cui la musica è solo un rumore di sottofondo, come quella volta che in un locale, in attesa che cominciasse un concerto ho visto una ragazza usare shazam per trovare il titolo di “walk on the wild side” di Lou Reed chiacchierando con le sue amiche.

Raffaele Calvanese

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