“The Dark Side Of The Moon” in questa nuova puntata de “I Discopatici” [Report Live]

Ci risiamo, è mercoledì e dopo una settimana di pausa in cui – per rimediare all’assenza della puntata de “I Discopatici – malati di vinile” che tanto aspetto – ho chiesto rifugio al mare, sorseggiando birra sugli scogli del porto di Pozzuoli, in compagnia di due rossissime Kwak, quattro anatre sculettanti, e un complice d’eccezione, una fortunatissima novità in queste serate in cui la musica sembrava essere il mio unico alleato, oltre che pensiero, e una luna spettacolare.
Archiviata l’adrenalina post concerto di Noel Gallagher, ripresa la quotidianità di queste serate estive, anche la giornata di oggi è stata un tour de force, e per questo – a proposito di grandi classici – non possono mancare i Pink Floyd. E questo sembrano saperlo i miei ormai amici di Radio Crc, Stefano de Asmundis e Rita Romano, che stasera condurranno i miei pensieri attraverso il disco dei dischi: “The Dark Side Of The Moon, che solo a nominarlo la pelle d’oca affiora da sola, nonostante l’afa di queste serate.

Ormai le stanze di casa mia le conoscete tutte, vi ho condotto in ognuna di loro durante queste puntate, ma ce n’è una che ancora non aveva sentito le parole di questa trasmissione: la mia camera da studentessa. In questo posto leggendario, con i poster dei miei concerti del cuore, una bacheca in cui conservo gelosamente tutti i biglietti dei vari concerti, i post- it con gli sms chiave della mia vita (sono frasi di canzoni, ca va sans dire), in una nicchia ci sono tanti CD ed un solo vinile, proprio questo. Allora lo tiro fuori dalla custodia, immaginando di avere un giradischi, ne annuso l’involucro in quel cartone nero con il prisma arcobaleno, senza il colore indaco, e immergo i miei pensieri in un mondo targato Pink Floyd, e nessuno più.

Stasera non bevi? Vi chiederete. Si, ho ripreso in mano ancora una kwak, perché certi ricordi se miscelati alla musica del cuore riescono ad essere ancora più perfetti. Perché ci sarà sempre qualcuno con cui sognerai di ascoltare quella canzone o quell’album, forse in questo caso non sarebbero i Pink Floyd la prima opzione, ma di sicuro non verrebbero scartati.

Bando alle ciance, sono le 21, puntina sul vinile e si inizia. È uscito esattamente quarantacinque anni fa ha venduto più di 15 milioni di copie negli Stati Uniti e altri 45 milioni nel resto del mondo. Un vero colosso del classic rock, che ha reso i suoi compositori – Roger Waters, David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright – incredibilmente ricchi. Ma senza ridurre sempre tutto a mera economia, questo disco nasconde un simbolismo che ha fatto storia: l’eterna dicotomia tra l’oscurità e il fascio di luce che si dipana dal prisma in cui è avvolto, un fascio che contiene i colori dell’arcobaleno, ognuno dei quali rappresenta un aspetto della vita di ognuno di noi, tutti riassunti in un brano. Inizialmente doveva raccontare le pressioni e le difficoltà della vita da musicista: poi, con il tempo, Dark Side of the Moon è arrivato a parlare di ricchezza (Money), guerra (Us and Them), follia (Brain Damage), esistenzialismo (Time) e morte (The Great Gig in the Sky). «Dark Side è stato il nostro primo album con un tema vero e proprio», ha detto Roger Waters.
Primo brano in riproduzione è “
Speak To Me” e in suite continua senza interruzione con “Breath” – fintamente secondo brano dei Pink Floyd. Una canzone ricca di effetti sonori – fa notare l’appassionato Stefano – in cui ognuno rappresenta un preciso brano di una traccia successiva, ad esempio “Breathe” è presente nel riff di un sintetizzatore di questo primo brano, l’urlo o lamento si può riconoscere anche in “The Great Gig in The Sky”, il rumore di un elicottero è quello del terzo brano, il registratore di cassa allude a “Money”, il ticchettio di un orologio a “Time”. È il momento di “On The Run”, il pezzo più sperimentale della storia dei Pink Floyd, pervaso da questo frenetica e nervosa base di sintetizzatore a frequenza modificata, durante il pezzo si sentono infatti degli effetti privi di un senso, le voci provenienti da un altoparlante di un microfono distorto e sulla fine lo schianto di un aereo. Tutto di un fiato ecco “Time”, primo dei soli due singoli estratti, un brano a cui sono particolarmente legata dato il mio conflittuale rapporto col tempo, che come amo sempre dire “mi corre dietro”. Un ticchettio di orologio fa da sfondo alla hit, “il tempo scivola via e non ci si accorge di quanto tempo si sta sprecando” è questo il messaggio in codice dietro questi 6,22 minuti di capolavoro. “Il sole è sempre lo stesso – relativamente parlando – e tu sei più vecchio, con il fiato più corto, e con un giorno in meno da vivere”, ricordano i conduttori prima di riabbassare la puntina del giradischi e lasciar scorrere il tempo a suon di orologio su questo quarto brano. Una digressione fa capolino nei miei pensieri, chi ha inventato il tempo e perché? Questo tiranno padrone delle nostre esistenze. Un bene così immateriale, un vero dono che scegliamo di fare a chi ci circonda. Nessun tentativo – secondo una prospettiva scientifica, empirica o razionale – di risolvere in termini definitivi la questione del tempo è andato a buon fine. E questo per il semplice motivo che il tempo non è un oggetto di cui si possa fare esperienza. Insomma, ciò che si può fare per un qualsiasi fenomeno naturale del mondo fisico, non lo si può fare per quell’«enigma intricatissimo» che è nella coscienza del soggetto. Perciò, sulla scia di Agostino e di Kant, e sulla scorta delle persistenti incertezze della scienza, crediamo che il tempo abbia una natura soggettiva e che questo vero e proprio schema mentale al limite sia stato influenzato – per quanto riguarda il modo di percepirlo o misurarlo, ma non nella sua essenza – dall’evoluzione biologica e socio-culturale dell’uomo. Qui la mia mente scientifica da chimica farmaceutica cozza con la l’anima letterata, ma a interrompere questa disputa interiore è “The Great Gig in The Sky” e il famosissimo urlo di Clare Torry chiamata dal produttore Alan Parson agli Abbey Roads dove si stava registrando LP. “Non cantare nulla”, mi dissero. “Improvvisa”. Immaginai la mia voce come una chitarra solista e mi sentii come una Gospel Mama” ha raccontato la Torry, che nel 2004 citò in giudizio sia i Pink Floyd che la EMI per le mancate royalty dovutele per l’album The Dark Side of the Moon, asserendo di aver contribuito anche artisticamente al brano (originariamente accreditato al solo Richard Wright). All’inizio del 2005 l’Alta Corte di Giustizia britannica riconobbe valide le ragioni della cantante e la dichiarò co-detentrice dei diritti d’autore sulla canzone. Ma dispute legali a parte, un brano che continua intrinsecamente a parlare di tempo, oltre che di morte e della paura di averne sprecato troppo invece di fare cose che avrei voluto fare, molto alla Kierkegaard.

pink floyd
Su la puntina dal disco, dopo la fine del Lato A e breve pausa alcolica anche per me, come se fosse questa la vera novità. Una birra che è stata resa famosa dal particolare bicchiere in cui viene servita, una vincente strategia di marketing per sopperire al calo delle vendite, quasi come il prisma presente sulla copertina del vinile in ascolto – se possibile – quasi più celebre delle tracce contenute in esso. Questo bicchiere si regge su di una staffa di legno ispirandosi al rituale dei guidatori di carrozze a cavalli di appenderlo su supporti a forma di “
lettera C”. C come l’iniziale del “signor C.” che ha sopperito alla mancanza di musica nel mercoledì di stop vinilico, in favore del profumo di mare e di due evidenti segni sulle mie gambe dettati dalla poca agilità iconica, e dall’effetto delle rosse.
Giù la puntina, è l’ora del Lato B, quello più “interessante” tecnicamente, il quale presenta due cambi di tempo e una battitura inusuale in 7/4 oltre alla tecnica di registrazione in loop, per i Pink Floyd. Finalmente tocca a “
Money”, secondo ed ultimo singolo estratto dall’LP. Una critica all’economia e a tutto il marciume dietro al consumismo, un brano sicuramente all’avanguardia con i tempi attuali.
Arriva l’ospite live della serata, si tratta di
PeppOh, il vero responsabile della scelta di questo album che lo definisce come “l’album”. “Us and Them”, il brano più lungo dell’LP, uno strumentale per pianoforte e basso scritto per la colonna sonora di Zabriskie Point, il film di Michelangelo Antonioni ma rifiutato dal regista che sostenne: «Davvero, è bellissima, ma così triste! Mi fa pensare alla chiesa». Vai con “Any Colour You Like” un brano enigmatico sin dal titolo, di cui i Pink Floyd non hanno mai voluto dichiarare il vero messaggio. In italiano suonerebbe come “qualunque colore tu voglia”, quasi come a dire “sceglilo tu a tua immagine e somiglianza fra i colori del fascio del prisma”, le ipotesi si sprecano non trovando neppure riscontro in un testo mancante, in quanto è solo strumentale ed eseguito dal maestoso David Gilmour. “Brain Damage”, penultimo brano, riprende il discorso dell’infermità mentale un tributo a quello che fu Syd Barrett, protagonista e fondatore della band che lasciò i compagni troppo presto per questa patologia. È “Eclipse” a chiudere il vinile col messaggio “tutto ciò che fai, tutto ciò che ti circonda è in sintonia, ma il sole è eclissato dalla luna”.

A questo punto, come sul finale di ogni puntata, si ritorna al presente con il live di PeppOh e la sua straordinaria versione rap di “Money” e una inedita “Chesta Notte” che porta la sua firma.

Un’ora per raccontare quarantacinque anni di storia del prog è stata davvero una impresa ardua per i miei compagni di viaggio del mercoledì.
Del resto ci sono gli evergreen nella vita di ognuno di noi, il tubino nero, la birra ghiacciata, la luna che si specchia negli occhi di chi ami, il mare, i Pink Floyd, da sempre e per sempre.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-12-13T12:58:19+00:00 30 giugno 2018|I Discopatici: malati di vinile|0 Commenti