“The Battle at Garden’s Gate” dei Greta Van Fleet è un album da non perdere

di Dalila Giglio

Hanno poco più di vent’anni, il viso pulito e uno di quei nomi d’arte che ti rimangono subito impressi, come la voce del cantante e la sua abitudine a calcare il palcoscenico a piedi scalzi.
Si tratta dei tre fratelli Kiszka e di Daniel Wagner i quali, 9 anni fa, hanno dato vita ai Greta Van Fleet, la rockband che oggi campeggia sui cartelloni pubblicitari di New York e che vanta, all’attivo, due milioni di dischi e un Grammy Award vinto nel 2019 nella categoria “Miglior album rock”.
Lo scorso 16 aprile hanno pubblicato il loro secondo album, “The Battle at Garden’s Gate”, che fa seguito al fortunatissimo “Anthem of the Peaceful Army”, il cui tour li ha portati in giro per il mondo.

In Italia non sono ancora conosciutissimi, al di fuori dei circuiti “rock” ma, da qualche giorno, ha iniziato a girare anche nelle radio commerciali uno dei quattro singoli estratti dal nuovo album, “Heat above”, il quale, se supportato da una buona programmazione, potrebbe divenire, nel giro di poco, un grande successo anche qui da noi.

Difficile non rimanerne colpiti fin dal primo ascolto e non per via della somiglianza con i Led Zeppelin -di cui sono stati accusati di essere, dai loro più ferventi detrattori, i “cloni” – che pure esiste, soprattutto in alcuni pezzi e in taluni passaggi vocali, ma che di certo non si configura come una fedele riproduzione del compianto gruppo degli anni ‘70, poiché i quattro giovani ragazzi del Michigan hanno un loro stile che, nel disco appena uscito, emerge con chiarezza.

“The Battle at Garden’s Gate” è, semplicemente, un album bellissimo: un bellissimo album dei Greta Van Fleet. Con buona pace degli haters e di quanti non riescono a sentirci che i Led Zeppelin 2.0.

Che poi, cosa ci sia di male ad attingere dalle sonorità del passato per trarne ispirazione e generare qualcosa di nuovo -tanto più quando le fonti d’ispirazione sono i gruppi che hanno fatto la storia del rock- riesce difficile da comprendere.

Se si riesce nell’impresa di sgomberare la mente da preconcetti, pregiudizi e avversioni aprioristiche senza ragione di essere, limitandosi ad ascoltare l’album per quello che è, ovvero un disco rock concepito e partorito negli anni duemila, ci si ritroverà a godersi un’ora di musica ben scritta, suonata, interpretata e arrangiata.

Va da sé, che poi si possa maturare umanamente e artisticamente e fare ancora meglio, sviluppando uno stile unico che non ricordi nemmeno vagamente nulla che appartenga al passato: ma “The Battle at Garden’s Gate” è già un ottimo prodotto, tanto più se si considera che questi ragazzi sono poco più che ventenni e che gli anni d’oro del rock sono passati da un pezzo.
I 12 brani che lo compongono sono tutti caratterizzati da una sorta di aura “mistica” e da una forte potenza evocativa, che in “Age of Machine” e in “The Weight of dreams” raggiungono il loro apice.

Difficile dire quale sia il pezzo più bello, poiché si tratta, a mio modesto e soggettivo parere, di uno di quei lavori discografici nei quali discernere tra brani di primo e di “secondo” ordine è pressoché impossibile, poiché i pezzi suonano tutti meravigliosamente; tutt’al più, sarebbe possibile distinguere tra pezzi e-passatemi il termine- “pezzoni”.

Parecchio notevoli, oltre alle già sopra citate “Age of Machine” e “The Weight of dreams”, sono la ballata “Light my love” , “Heat Above” e “Built by nations”: ma davvero le altre non sono da meno.

La realtà è che i Greta Van Fleet hanno composto una favolosa opera rock, uno di quegli album che mai più pensavamo di poter ascoltare in tempi di predominio assoluto di trap e reggaeton, che ci fa tanto sognare e sperare che questo genere, da troppo tempo dato per morto, ricominci a farsi strada e a essere suonato, prodotto e commercializzato su larga scala.

Che i talentuosi Greta Van Fleet, e tanti altri giovani gruppi -come i The Struts e i Dirty Honey, solo per citarne un paio (e i Maneskin qui da noi) – possano avere una lunghissima, brillante e longeva carriera e tenere alta la bandiera del rock nel mondo.

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