Ten dei Pearl Jam è il vinile della settimana da Discopatici

“Ten” è sicuramente il prodotto discografico che meglio si inserisce nel contesto di Seattle e del grunge, tra il ’91 e il ’92. Ed è nel calderone del grunge che vanno a finire pure i Pearl Jam, assieme ad altri storici nomi come Nirvana, Alice In ChainsSoundgarden, Mudhoney, Screaming Trees e pure Smashing Pumpkins. Proprio Ten in questi giorni è ritornato alla ribalta grazie ad una intervista da parte della madre di Jeremy, ragazzo che ha ispirato uno dei singoli di maggior successo dell’album

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Rieccoci amici, la malattia dei Discopatici mi ha contagiata di nuovo, ma stasera so bene cosa ascoltare, due sole parole: TenPearl Jam. Ed è proprio “Ten” il vinile che mi farà compagnia in questa lunga nottata di musica e pensieri. Ottobre è quel mese in cui veniamo sopraffatte dal bisogno di mettere ordine. Nel caos disordinato degli armadi dove regna sovrana un’anarchia di abiti e accessori estivi, primaverili, autunnali e anche invernali. Nel caos mentale delle cose da fare a cominciare da quelle rimandate a domani che intanto è diventato oggi. Novembre è il mese dell’oggi. Nel delirio delle gocce di pioggia, in una giornata come questa. E nell’umidità di stanotte che si taglia col coltello. Ottobre è quel mese in cui sorrette da un’insensata voglia di equilibrio, cominciamo a fare pulizia, a buttare via quello che non ci serve più e a conservare quello che amiamo ancora. Che siano emozioni. Priorità. Desiderata. Parole d’amore. Canzoni. O prodotti beauty poco importa. Cominciamo a mettere ordine, cominciamo da un cassetto di casa o della memoria. Novembre è il mese in cui i cassetti prioritari vanno aperti, va data aria ai sogni. È il mese in cui alcuni cassetti vanno sigillati, perchè a vivere sempre con un piede nel passato si rischia di non avere abbastanza forza peso per mantenere in equilibrio anche il piede che protende nel futuro. Insomma novembre è il mese delle larghe felpe ereditate da fratelli- fidanzati – mariti- padri, e delle serate sul divano con un buon libro e un vinile. Passare dal prosecco al rosso 18 gradi. Perché il cambio dell’armadio no, ma quello del vino sì. E stasera il mio alleato compagno è il Taurasi DOCG di Donnachiara Montefalcione, dal sapore secco, caldo, morbido, vellutato, con una buona concentrazione di tannini eleganti, dotato di una lunghissima persistenza che amplifica i sentori organolettici.

Bando alle ciance, ripetiamo il solito rito settimanale: alziamo la testina del giradischi e iniziamo l’ascolto serale di Ten.

Ad aprire il lato A è “Once”, capitolo centrale della “Mamasan Trilogy”, preceduta da “Alive” e seguita da “Footsteps”. È un brano in cui si narrano le vicende psicologiche di un uomo che giunge ad essere un serial killer. Ma su Once tocca fare un po’ di apologia del gruppo, e tracciare il profilo determinante di Eddie Vedder all’interno della band. Quello del frontman e del leader è un ruolo nettamente distinto, troppo spesso riassunto approssimativamente in una sola figura: il cantante, frontman per l’appunto. Il leader è altro, è colui che scrive e riarrangia i pezzi, che si occupa di mantenere i contatti con l’entourage, di partorire decisioni a nome dell’intero gruppo, e non sempre è la figura del cantante ad incarnare ciò, anche se nel comune sentire appare come l’uomo più in vista. Sfatato il mito dell’unicità del cantante, ci sono anche casi in cui la stessa figura riesce ad incarnare entrambi i ruoli ed è sicuramente il caso di Eddie Vedder. La storia dei Pearl Jam è curiosa. Noti a tutti come la band di Seattle apripista del grunge rock e antagonista dei Nirvana, compaesani e precursori del medesimo stile. Ma Eddie Vedder è di San Diego, California. Una band di Seattle ma un leader californiano. E il tred union qual è? È il sottobosco musicale fiorente di quegli anni. Siamo alla fine degli anni ottanta, a Los Angeles un gruppo funk si sta facendo conoscere per le proprie scorribande, favorito dal fatto che il padre del cantante sia un abituè dei locali della zona. Un gruppo che nel 1989 donerà al pianeta un album “Mother’s Milk” e che impareremo a chiamare col loro nome: Red Hot Chili Peppers. Nello stesso periodo nello stato di Washington un gruppo si stava sciogliendo (i Mother Love Bone), tre componenti della band (due chitarristi e un bassista) si unirono al batterista dei Soundgarden – Matt Cameron – e registrarono delle Demo. Lo stesso Cameron passò le Demo all’allora batterista dei Red Hot, Jack Irons, chiedendogli aiuto nella ricerca di un cantante. La scelta non potè che ricadere su Vedder, che il giorno dopo sulla base di Dollar Short, Agytian Crave e Footsteps contenute nella Demo scrisse i testi. Le prime due furono in seguito rinominate Alive e Once. Gossard e Ament ascoltarono la demo con la voce e i testi di Vedder, e rimasero così impressionati da far volare Vedder a Seattle per un’audizione. Nel frattempo, Vedder aveva composto le parole anche per E Ballad, rinominata Black. Vedder arrivò il 13 ottobre 1990 e provò con la band per una settimana, scrivendo inoltre undici brani.

È ora di riempire il bicchiere, il vino ha decantato, ho ancora il make up in viso, quello che resta dopo una serata di passione, è il momento di “Even Flow”, secondo brano di Ten:

Congelandosi, appoggiò la sua testa su di un cuscino fatto di cemento, di nuovo. Oh, sentendo forse che un giorno riuscirà a sistemarsi meglio. Oh, in mezzo a volti che ha già visto ma ancora non sono così familiari. Oh, ghigno nero che non riesce a togliersi, quando è felice sembra un pazzo!”

Il rock trascinante di questo brano – persino la sua pausa centrale psichedelica – mi conducono verso un unico pensiero: se la felicità ha una colonna sonora, stasera suona così.

Terzo brano dell’LP di Ten, forse il più famoso della band, oltre che dell’intero album, è “Alive”, il cui testo riguarda il passato di Eddie Vedder, e la traumatica scoperta della morte del padre naturale: per anni la madre del cantante gli aveva tenuta nascosta la vera identità del padre, il tutto enfatizzato dal memorabile riff di chitarra di Stone Gossard. “Why Go“, graffiante blues, tra le cose migliori del gruppo, racconta di una ragazza rinchiusa in una clinica dai genitori perché scoperta mentre fumava uno spinello. Questo mi fa affondare immediatamente la mente nei ricordi liceali, nelle autogestioni e in quelle occasioni in cui – complice uno spinello – il mondo era ai nostri piedi. Crescendo poi si tende a credere che accumulando anni si imparino sempre più cose, eppure disimpariamo continuamente e poi ricominciamo da capo, accogliendo voglia di rischiare o meno, vivere o galleggiare, andare o stare. Ogni volta abbiamo la possibilità di imparare in modo diverso, perché non siamo più una lavagna vuota. Siamo una tavola imbandita di storie e avvenimenti e conquiste e fallimenti. E ci portiamo dentro tutto e quindi impariamo rivedendo le cose in un modo che non avremmo potuto intendere prima. Si tende a contare sul fatto che accumulando esperienza si diventi più saggi, trascurando il fatto che la saggezza è fatta di leggerezza, che la consapevolezza si fonda sulla possibilità di essere più auto indulgenti e qualche volta, possibilisti. Insomma se dovessi dare un nome a questa ipotesi possibilistica sarebbe “il liceo da adulta”, e se dovesse avere un colore sarebbe senz’altro il blu, come il colore dei suoi occhi. Se dovessi aggettivare tutto questo kaleidoscopio emozionale sarebbe nell’unico possibile: autenticità! Il liceo da adulta è quello che riesci a cavalcare pienamente quindici anni dopo, con la lucidità delle tue consapevolezze, e non con l’esagerazione delle sostanze psicotrope.

Quest’anno è stato uno di quegli anni in cui ho disimparato tantissimo tentando ad imparare tutto di nuovo, da capo. Il passato è un tesoro prezioso se siamo capaci di non esserne reduci. Il futuro è da inventare, il presente è l’occasione di essere chi vogliamo. Del mio passato, quest’anno, mi porto addosso la capacità di perdonare. Anche colui il quale mi ha portata al primo concerto dei Pearl Jam, nel 2014, prima di lasciarmi in un bagno di sangue in cui ho annegato i mesi successivi. E “Black” non può che essere il brano ad hoc, una splendida ballata, la storia di un amore finito, “sfumato in nero”, che si lascia andare a un lungo, psichedelico finale, in cui emerge anche un pianoforte.

“Sono state sparse davanti a me come una volta fece lei. Tutti i cinque orizzonti ruotavano intorno alla sua anima come fa la terra con il sole.
Adesso l’aria che ho assaporato e respirato ha svoltato l’angolo. Già, e quello che le ho insegnato era tutto. Già, so che quello che mi ha dato è tutto ciò che aveva…
Ed ora le mie mani amare si sfregano sotto le nuvole. Di ciò che era tutto…
Oh, le immagini sono state tutte tinte di nero, hanno tatuato tutto…”

Torniamo con un piede nel presente, perchè ho scelto proprio questo vinile? Perché qualche giorno fa ho visto – su un canale YouTube americano – un’intervista che mi ha lasciata molto critica. Si trattava di Wanda Crane , madre di “Jeremy” ragazzo suicida che ha ispirato l’omonimo brano di Vedder, contenuto in Ten .

«Non bisogna definire la sua vita dal giorno in cui morì. Era figlio, un fratello, un nipote, un cugino, era un amico, aveva talento», ha aggiunto ricordando la passione del figlio per la pittura descritta anche nella canzone. Ero in ufficio. Non ci riuscivo a credere. Ero scioccata. Non poteva essere mio figlio. Quel pomeriggio sarei dovuta andarlo a prenderlo a scuola. Penso a come verrà ritratto lo studente, a quello che si dirà di chi compie un gesto del genere. Vorrei abbracciare le madri e le sorelle e dire loro che un giorno andrà meglio». Ero in ufficio. Non ci riuscivo a credere. Ero scioccata. Non poteva essere mio figlio. Quel pomeriggio sarei dovuta andarlo a prenderlo a scuola», ha aggiunto riferendosi anche alla sua reazione davanti alle notizie delle sparatorie nelle scuole statunitensi: «Penso a come verrà ritratto lo studente, a quello che si dirà di chi compie un gesto del genere. Vorrei abbracciare le madri e le sorelle e dire loro che un giorno andrà meglio».



Vedder, in un album dal profilo così psicologico, ha confessato pochi anni fa, di aver scelto di dare voce a quell’episodio avendolo vissuto in prima persona assistendo al momento di follia di un suo compagno di scuola che un giorno ha sparato su un acquario, in presenza dell’intera scuola. La storia è narrata con lo stile tipicamente frammentato di Eddie, fatto di immagini e puntini di sospensione che lasciano trapelare qualcosa di non detto. E infatti nel pezzo il suicidio non viene mai nominato. La canzone esce come singolo e viene accompagnata da un clip che vince diversi premi importanti. Ma i fraintendimenti creati dal video, che ritrae una classe di bambini, sono stati uno dei motivi che ha spinto i Pearl Jam a non girarne più per diverso tempo.

Finisco l’ultimo fondo di Taurasi e mi alzo per cambiare il lato del vinile di Ten. Fa una pausa anche Eddie dai temi esistenziali e controversi caratterizzanti l’intero album Ten con “Oceans”, una ballata d’amore dedicata alla sua tavola da surf. Contraddistinta da fragorose chitarre acustiche e da un ritmo animalesco, ricorda molto gli Zeppelin del terzo album, anche se nella parte finale Vedder si concede un falsetto nello stile di Bono.

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Ecco che arriva “Porch”, brano di Ten su cui aprire una finestra apologistica sull’intero panorama alt-rock dell’epoca. Dopo aver suonato in tour per tutto il 1991, i Pearl Jam chiudevano l’anno aprendo il live dei Red Hot Chili Peppers insieme all’altra band spalla, i Nirvana al Cow Palace, vicino San Francisco. La faida con i Nirvana non era ancora nata davvero, e proprio in questa occasione i Pearl Jam suonarono quindici secondi di Smell Like Teen Spirit prima di Porch.

«Ricordate», disse quella sera il chitarrista, «l’abbiamo suonata prima noi».

È una delle poche volte in cui le leggende del grunge hanno condiviso il palco. E da quel momento i due gruppi di Seattle diventeranno gli antagonisti per eccellenza, emulati un lustro dopo da Oasis e The Verve, fra gli altri. A fama raggiunta, grazie a “Ten” ed al successivo “VS” i Pearl Jam furono invitari da MTV per una serata saluto all’ascesa di Seattle a nuova metropoli rock il 13 dicembre 1993 con un concerto di capodanno al Pier 48. Le star erano Nirvana e Pearl Jam, vale a dire i due gruppi di punta non solo della scena locale, ma di tutto il “nuovo” rock. I Pearl Jam diedero forfait all’ultimo minuto a causa di un’indisposizione di Eddie Vedder, alimentando varie voci. Temeva il confronto con Cobain, si disse. In realtà le radici di questa rivalità risalgono ai tempi delle vecchie band, quando Vedder era ancora un californiano e il cantante dei Mother Love Bone non si era ancora suicidato. Durante la militanza nell’underground i musicisti dei futuri Nirvana accusavano i colleghi dei Mother Love Bone, futuri Pearl Jam, di aver sporcato il valore del dilettantismo in favore del dio denaro, perchè da sempre ostinati nel riuscire a firmare con una major. Un tema che trentanni dopo vediamo riproposto anche in Italia con la diatriba “indie vs mainstream”.

Il mio ascolto continua con il metal di “Garden” e “Deep” e la melodica “Release”.
Ogni pezzo contenuto in questo lavoro è una storia, cantata dalla voce roca, priva di indulgenza, fiera e pienamente, tradizionalmente rock di Eddie Vedder e costruita sui riff delle chitarre di Stone Gossard e sui soli di Mike McCready, spesso in grado di dare l’impressione di una jam session, come nella migliore tradizione dell’improvvisazione, che solo un buon musicista è in grado di trasmettere. I testi sono impegnati, con temi che passano dalla depressione, all’omicidio ed al suicidio, con accenti spesso autobiografici ed altrettanto spesso improntati al sociale.

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Stacco il vinile, raccatto la bottiglia ormai vuota, prendo il cellulare e mi assicuro che lui sia arrivato a casa. Che sono tanti i modi per dire ad una persona che per te è speciale, anche senza dirglielo. Anche solo assicurarti che il viaggio di ritorno da casa tua sia andato bene. E smettiamola di fare le donne controcorrente che non siamo, le anticonformiste ad ogni costo. Quelle che fingono di fregarsene. Che lui deve fare il primo passo, sempre. Anche perché non ci crede nessuno. Anche perché chi vuole andare a tutti i costi controcorrente è ancora più conformista di chi invece segue la corrente. Perchè l’anima rock si annida nella determinazione e nella perseveranza verso il raggiungimento del successo, come ci hanno insegnato i Mother Love Bone che sono diventati Pearl Jam e da vent’anni riempono gli stadi di un intero mondo. Non nella paura di mostrare il profilo umano e mettere a nudo i propri sentimenti. Altrimenti “Ten” non avrebbe mai vissuto la sua genesi.

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-11-08T18:41:07+00:00 8 novembre 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti