Sunshine Dust: il sofferto ritorno degli Skyharbor

Finalmente, dopo una lunga attesa di quattro anni, gli Skyharbor tornano a farsi snetire con Sunshine Dust, loro terzo album in studio rilasciato lo scorso 7 settembre, primo con Eric Emery alla voce (giunto a sostituire un Daniel Tompkins tornato nella sua terra madre, ovvero il parquet di prova degli inglesissimi Tesseract).

Sunshine Dust è un album senza ombra di dubbio controverso e ricolmo, già nel suo sviluppo, di significati legati agli ultimi anni vissuti dalla band anglo/indiana. In primis, dato non trascurabile, viene a seguire Guiding Light, album del 2014 tra i più belli del panorama Djent/Progressive rilasciati dalla scena negli ultimi anni.

L’eredità è pesante, il carico delle aspettative è immenso. Come poter seguire un mastodonte simile senza il timore di non riuscire, in qualche modo, a bissare la raffinatezza del precedente lavoro? Il cambio di vocalist ha, senza ombra di dubbio, rimosso le castagne dal fuoco portando, con la sua venuta, uno stile del tutto diverso.

Una voce estremamente giovanile e dal tocca fresco, popish e allo stesso tempo aggressivo (Spencer Sotelo, dei Periphery, si sente tirato in causa a giusta ragione). Una voce dotata ma, senza ombra di dubbio, non ai livelli di un Daniel Tompkins attualmente considerabile il miglior cantante in circolazione di tutta la scena rock/metal contemporanea (chi non la pensa diversamente necessita un netto e aggressivo lavaggio di orecchie).

Non dimentichiamo, poi, la genesi sofferta di Sunshine Dust, album tenuto ai nastri di partenza per ben due anni a causa di problemi di natura prettamente discografica. Possiamo subito evincere da queste poche ma critiche informazioni come questo ritorno degli Skyahrbor necessiti un livello di contestualizzazione importante e approfondito.

Sunshine Dust è l’album dei nuovi inizi, delle ripartenze a fronte di eredità pesanti, del timore di mancare l’obiettivo dopo il colpo grosso, colpo seguito da un periodo sofferto e quanto mai problematico.

Parlando ora dell’aspetto prettamente musicale, il primo elemento che emerge in questo nuovo lavoro è una netta differenza nella concezione del songwriting. Il dinamico e variegato stile di Guiding Light viene sostituito da un palesemente ripetitivo incrociarsi di pattern frutto della, magistrale oserei dire, fusione tra elementi atmosferici, metal new age e pop.

Il riffing è aggressivo, presentandosi spesso in modo duro, groovy e trascinante in maniera decisamente preponderante al predecessore. Le parti vocali sono andanti, spinte, slanciate e di presa ma, a tratti, piuttosto fredde e poco dinamiche. La prestazione di Eric Emery, di fatto, per quanto tecnicamente ottima, pecca di una certa ma non eccessiva mancanza di dinamica nella stesura delle linee vocali e nella loro conseguente interpretazione.

Le sezioni atmosferiche, spesso preponderanti nel recente passato degli Skyaharbor, si rendono qui sfondo a un contesto principalmente ritmico e tendente più verso la spinta che verso la strutturazione di sonorità dal tocco etereo e sognante (salvo nella strumentale The Reckoning, pezzo quasi riconducibile agli ambienti Post Metal).

Ovviamente non dobbiamo mai dimenticarci che stiamo parlando di musicisti di tutto rispetto, abili nel loro lavoro e tremendamente dotati. Di fatto ogni elemento presente nei pezzi si incastra alla perfezione nel contesto. Le tracce risultano quindi tanto funzionali e orecchiabili quanto elaborate dal punto di vista dell’arrangiamento.

Riuscire a non cadere nel banale rimanendo, allo stesso tempo, in un raggio di ampia ascoltabilità non è cosa facile. Vedasi pezzi come Out of Time, Synthetic Hand, Blind Side e Dim, impossibili da rimuovere dalla mente già dal primo ascolto ma allo stesso tempo ben curati nell’incrocio tra chitarre sincopate, riffing esplosivi, elementi ambientali elettronici e progressioni vocali energiche e ricche di spinta.

Di fatto, in questo incrocio tra metal e atmosferico, l’elemento stilisticamente pop riesce a rendere coesi e gradevoli i pezzi, suggerendo un’ascoltabilità superiore alla norma persino li dove, analizzate musicalmente, le strumentali tentano (riuscendoci) a tratti di osare maggiormente su panorami tecnici.

Nel complesso, con Sunshine Dust, gli Skyharbor tornano sulle scene con un album valido ma, in alcuni aspetti, limitato. Sembra essere il frutto della sintesi di solo alcuni elementi del suo predecessore, risultando in alcuni talvolta piuttosto ripetitivo. Gradevole all’ascolto, pregno di possanza emotiva e trascinante nelle sue orchestrazioni risulta, comunque, a tratti stucchevole a causa di una certa ripetitività nel concepimento dei pezzi (in sovrannumero rispetto a una media di necessità ponderata con le sue 13 tracce per un totale di un’ora di riproduzione).

Sunshine Dust non tenta di ripete Guiding Light, anzi, se ne distacca cogliendo da esso solo alcuni elementi aggiungendo un tassello in più al variegato panorama stilistico di una band tanto notevole quanto sottovalutata. Sintetizzando e contestualizzando tanto i pregi quanto i difetti, può essere tranquillamente considerato un album di transizione in grado di stabilire le basi sonore per un futuro prossimo musicale verso cui la band sembra, in modo sempre più convinto, volersi dirigere abbracciando il parametro dell’orecchiabilità e fondendolo con la durezza e spinta del djent metal contemporaneo.

Voto – 7

 

Lorenzo Natali

 

 

Lorenzo Natali

Amante della musica e dell’arte in tutte le sue forme. Studente di lettere, musicista e compositore (forse un giorno anche in modo professionale) ma, soprattutto, eterno eccessivo pensatore. Tendenzialmente bonario ed aperto ad ogni sound, raramente critico in modo cinico e accanito tanto da doversi sottoporre a censura. Forse, però, è meglio così….

2018-09-10T14:48:38+00:00 10 settembre 2018|Recensioni|0 Commenti