Sting e il cinema: un sodalizio che avrebbe potuto essere più fruttuoso

Sapete da dove deriva l’alias di Gordon Matthew Thomas Sumner? Era un maestro, ma che nei weekend si dilettava nel jazz, ed adorava vestire a strisce gialle e nere. Da lì, da “vespa”, “ape” ad infine “pungiglione”.

Personalità carismatica ed artista poliedrico, ha fatto del trasformismo musicale il suo marchio di fabbrica: unica costante, oltre ad una certa predilezione per l’ettronica, nella sua discografia, la sua voce acuta, a volte sussurrante, ma sempre morbida e raffinata. Partire dai lontani tempi dei Police di Synchronicity del 1983, i tempi della new wave, fino ad arrivare al gioioso 44/786 con Shaggy ed il suo raggae di qualità, è troppo per una vita intera. Un artista che affonda le radici nel jazz, ma non ha mai disdegnato alcun genere, spaziando fra le derive esotiche di Fields of Gold in Ten Summoner’s Tale (nota di colore: il titolo è inglesissimo. Deriva dall’omologo inglese del Decameron di Boccaccio, il molto più puritano ed edificante Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer), e di Desert Rose in Brand New Day, passando per il rock quasi glam di The Soul Cages del 1991 al live musical di The Last Ship, alla reintepretazione con la London Orchestra dei suoi grandi classici in Symphonicities ed all’incursione/saccheggio nella musica medioevale avvenuto con Songs From the Labyrinth ed Edin Karamazov. Divenuto, invecchiando, un nuovo crooner, un futuro Tony Bennet ma più giovane e chic, si è fatto cantore di ciò che il mondo necessitava in quel momento: indimenticabile il suo concerto a Figline Valdarno (dove aveva una villa) interrotto dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, in cui lasciò decidere il pubblico se andare avanti o meno.

Sting

Sting nel periodo di Every Breath you Take, 1983.

Un viso particolare, uno stile unico che ha contribuito a formare una generazione, che sia avvolto in grandissime sciarpe e pantaloni troppo attillati o in total black, è un artista che ha sempre offerto la sua immagine ai trend del momento. Uno charming englishman (in New York) che, con voce pacata e accompagnamento soft rock, può e vuole dire tutto ciò che vuole; può fissarsi con lo yoga, col sesso tantrico, col vegetarianesimo e l’UNICEF, senza perdere di credibilità. Forgiato e forgiante degli anni ’80, la Sting mania non si estinguerà mai.

Sting non ha mai disdegnato, insomma, le altre forme dell’arte: fra tutte, però, il cinema è stato ed è il più amato. Nella settima arte ha spesso fatto incursioni, sia come compositore di colonne sonore che come attore.

Ma andiamo con ordine, partendo dalle colonne sonore originali di Sting, poichè dato l’enorme successo di numerosi suoi singoli, molti suoi brani sono stati inclusi in colonne sonore, anche senza essere stati appositamente scritti per il film in questione.

Fra le colonne sonore originali, il suo debutto, con prima candidatura agli Academy per miglior colonna sonora originale, avvenne con Le Follie dell’Imperatore, 1998, adorabile film Disney che ruota attorno alla figura di Kuzco, sfortunato governante dell’impero Inca tormentato dalla feroce Yzma. Inizialmente un musical, Kingdom of the Sun, fu poi trasformato in un vero e proprio film d’animazione, e la Disney si rese autrice di delitto di lesa maestà nei confronti di Sting, tagliando TUTTE le canzoni del Nostro, se non per tre che vennero incluse nei titoli di coda e nell’album originale della soundtrack. Ad ogni modo, il brano promozionale del film, My Funny Friend and Me (che, va detto, fa un po’ il verso a Can you feel the love tonight di Elton John in occasione del Re Leone) venne candidata all’Oscar.

sting le follie dell'imperatore

Dove sono finiti i brani di Sting composti per Le Follie dell’Imperatore?

Voliamo al 2001 e troviamo (già) un Golden Globe per Sting: Until.. dalla colonna sonora di Kate&Leopold, commedia romantica in cui Hugh Jackman, bellissimo duca ottocentesco viaggia nel tempo e si innamora di Meg Ryan. Il brano è una valzer di quartetto d’archi e chitarra pizzicata, romanticissimo.

Nel 2003, Il Signore degli Anelli, il testosterone involontario di Viggo Mortensen, la barba di Peter Jackson ed il troppo poco premiato compositore Howard Shore governavano gli Academy. Ma proprio in quell’anno, uno dei più siccitosi che la storia moderna ricordi, il Nostro sfidò lo strapotere fantasy, componenendo You Will be My Ain True Love per l’incantevole voce di Allison Krauss e per il film Cold Mountain, pellicola di Anthony Minghella con un cast ensemble: Nicole Kidman, Philip Seymour Hoffmann (compiantissimo, venuto a mancare nel 2017), Jude Law e molti altri. Si tratta di un brano folk, atmosferico, che affonda le sue radici nel mondo del film stesso, ossia la guerra civile americana.

Dieci anni passano in fretta per Sting, fra Symphonicities e la riunione dei Police, un anno di tour, il suo cervello scannerizzato dal neuroscienziato Daniel Levitin per il film The Musical Brain,  e, soprattutto, il suo primo musical originale, on stage: The Last Ship. Cresciuto vicino ad un cantiere navale, Sting asserisce di essere sempre stato ossessionato dalle navi, tanto che la genesi di tale musical è durata più di sei anni. Il cantiere navale fu smantellato pezzo per pezzo, e fu tale lenta morte ad ispirare il progetto. Scritto assieme al premio Pulitzer Brian Yorkey, parla di un prete che convince dei giovani a tornare al defunto cantiere navale per costruire un’ultima, splendida, barca. Ospite d’onore nella versione CD del musical: Brian Johnson degli AC/DC.

sting

Sting suona The Empty Chair durante la cerimonia degli Academy 2017

Dovremo attendere il 2016 per veder sfornata una nuova colonna sonora originale: The Empty Chair per il documentario The James Foley Story, brano al pianoforte, malinconico e tragico, che ben si adatta alla materia trattata. Infatti, James Foley era un giornalista americano rapito ed ucciso in Siria dall’ISIS; lo stesso brano fu poi riadattato per chitarra e cantato al Bataclan nel 2017, due anni dopo l’attentato parigino.

Ad ora, non si hanno notizie su eventuali nuove colonne sonore del Nostro; passiamo dunque alle sue fughe attoriali.

Il battesimo nella celluloide avvenne con Quadrophenia, proprio ad inizio carriera, nel 1979. Film particolarissimo, per la regia di Franc Roddam, ripercorre punto per punto, canzone per canzone, aggiungendovi soltanto le immagini, il capolavoro degli Who; Sting è un perfetto mod, un giovanotto ben vestito appartenente a tale sottocultura profondamente ammirato, mentre danza in discoteca, dal protagonista un po’ sfigato Jimmy.

sting quadrophenia

Sting come Dancing Mod Boy in Quadrophenia

Ed ora arriviamo già al core, al nucleo, della carriera attoriale di Sting, e onestamente non vedevo l’ora di parlarne. Dune, capolavoro di Frank Herbert, narra di un futuro lontanissimo in cui l’umanità ha colonizzato altri pianeti ed è governata da un imperatore dal potere assoluto, che a sua volta assegna in feudo alle casate sottoposte determinati pianeti o interi sistemi; l’intero universo si basa sul melange, una droga prodotta dall’ecosistema di Arrakis, o, appunto, Dune. Vi è la contrapposizione fra la giusta genia degli Atreides ed i cattivissimi Harkonnen. Film dalla storia travagliata, avrebbe dovuto esser diretto da Alejandro Jodorowsky, scrittore peruviano di fumetti cyberpunk: nel suo cast voleva Orson Welles, Salvador Dalì, Mick Jagger, e musica dei Pink Floyd. Sul colossale progetto venne prodotto nel 2013 un documentario, Jodorowsky’s Dune.

Ma il film non si fece mai. Per ragioni tutt’ora oscure, Dune fu affidato a David Lynch, che rimpiazzo i Pink Floyd con (ok, ok) Briano Eno, Orson Welles col giovanissimo Kyle MacLachlan, suo feticcio anche su Twin Peaks, tagliò i costi della produzione, ma piazzò Sting come Feyd-Rautha Harkonnen al posto di Mick Jagger ma, fortunatamente, riuscì a reclutare il leggendario Max von Sidow. Stravolse la sceneggiatura, e (spoilerino) ammazzò il personaggio di Sting senza ragione alcuna, tagliando così la possibilità di eventuali sequel. Il film divenne in parte un cult, in parte una box office bomb: un gigantesco fiasco, ma con una bellissima colonna sonora piazzata totalmente a caso. Va detto che Sting si distinse bene nel cast, impersonando il delfino Feyd-Rautha con ottimi sogghigni, sguardi in tralice, abbigliamento minimal molto futuristico e frasette ficcanti.

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Sting come Feyd-Rautha Harkonnen in Dune di David Lynch

La carriera di Sting non si fermò qui, ed il suo aspetto naturalmente esotico e rubato ad un’era che ancora deve venire fu sfruttato anche in La Sposa Promessa (1985) ancora di Franc Roddam, in cui impersonò il dottor Frankenstein, in cui, però, la Creatura è una donna; anche questo fu un tremendo flop al botteghino. Fece un cameo anche in Le Avventure del Barone di Munchausen, del geniale Terry Gilliam, del 1988; ma, indovinate un po’? Altra box office bomb.

Insomma, la storia si ripete, da Madonna (qualcuno ricorda quell’oscenità di Travolti dal Destino?) a Sting.

Ci fu un’inversione di tendenza con Lock & Stock, velocissimo film in pieno stile Guy Ritchie, del 1998, che vede un giovanissimo Jason Statham al timone ed un ancora in forma Sting presenziare come padre di un co-protagonista.

Sting Lock & Stock

Sting come DJ in Lock & Stock di Guy Ritchie

Inoltre, più recentemente, Sting impersonò se stesso in Zoolander 2, seguito del fortunatissimo film con e di Ben Stiller ed in Bruno, adorabile film demenziale di Larry Charles (ovviamente proveniente dalle manine d’oro di Sacha Baron Cohen, Borat).

Insomma, oltre alle indubbie qualità compositive di Sting, possiamo annoverare anche qualche pregevole intepretazione attoriale, Dune e Lock & Stock su tutte; purtroppo, come compositore di colonne sonore, il nostro caro Gordon ha raccolto meno di quanto avrebbe dovuto, con quattro candidature agli Academy ma nessuna statuetta. Può però consolarsi col suo Golden Globe, ed ancora produrre, data la nuova linfa alla sua carriera fornita da Shaggy.

Continueremo ad aspettare la tua prima colonna sonora completa non mutilata dalla Disney e il tuo primo ruolo da protagonista, caro Sting. Staremo lì, for every breath you take we’ll be watching you.

Giulia Della Pelle

2018-07-25T14:35:15+00:00 25 Luglio 2018|Fra note e Pop-corn, Rubriche|0 Commenti