Il ritorno in quel di Roma di Steven Wilson ha sempre, come lui stesso ha affermato, un qualcosa di poetico che affonda le radici negli albori della sua carriera.

Di fatto, quando frontman dei Porcupine Tree, l’eccentrico polistrumentista inglese e la sua band progressive rock trovarono in Italia e, specialmente, in Roma, grandi quantità di spazio e visibilità. Nel 1997 proprio i Porcupine Tree rilasciarono “Coma Divine”, cd live estrapolato da un trittico di serate romane presso il “Club Frontiera”. Lo stesso Steven Wilson proprio ieri sera, ha dedicato qualche minuto a parlare del suo particolare rapporto con Roma e con il pubblico Italiano, che lo segue in grandi schiere fin dagli albori della sua carriera anche quando, usando sue testuali parole “ai concerti di Londra suonavamo davanti a due cani e un gatto”.

Proprio ieri sera, 10 Febbraio 2018, all’Atlantico di Roma, ha avuto luogo la riconciliazione tra Steven Wilson e la capitale con un concerto estremamente longevo (ben tre ore) in cui sono state eseguite tanto canzoni dal nuovo album quanto, per la felicità di molti, pezzi provenienti dal suo “vasto background musicale” (parole dello stesso Steven). Uno show non solo musicale ma anche artistico a 360 gradi. Gran parte dei pezzi, di fatto, verranno accompagnati da proiezioni, short film, suggestivi giochi di luci e non solo, garantendo al pubblico una totale immersione e un forte impatto emotivo.

La scaletta

Scattano le 21:00 e il locale è ormai pieno. Le luci si abbassano, la musica di sottofondo si ferma. Il tripudio dei fan viene interrotto da una voce che chiede di focalizzare l’attenzione su di un telo, calato di fronte al palco, dove vengono proiettati fotogrammi emblematici che riassumono le tematiche principali di To The Bone (di cui potete qui trovare la nostra recensione) tra cui famiglia, terrorismo, paura, informazione, religione e tanto altro. La band sale sul palco e tra le urla dei fan e Steven Wilson con chitarra e voce apre le danze eseguendo le prime note di  Nowhere Now. A seguire arriva Pariah, magistralmente eseguita con tanto di video e audio di Ninet Tayeb intenta a eseguire le sue linee vocali, regalando subito momenti di grande effetto ed emotività.

Steven Wilson afferra poi un basso 5 corde, Nick Beggs si sposta alle seconde tastiere ed ecco la batteria di Craig Blundell, accompagnato dagli organi di Holzman, iniziare il marciante e sincopato riff di Home Invasion che verrà poi direttamente collegata (come anche succede in Hand Cannot Erase) alla violenta e psichedelica Regret 9. I nuovi membri in formazione non sfigurano su una delle prove più dure da affrontare. L’assolo di Regret 9, inizialmente eseguito da Guthrie Govan e ora affidato alle mani di Alex Hutchings, viene eseguito ottimamente senza farci rimpiangere il riccioluto chitarrista degli Aristocrats.

Inaspettatamente, a seguire il duo estrapolato dalla penultima fatica, Hand Cannot Erase, arriva “The Creator Has a Mastertape”. Il pezzo, estratto dallo storico album dei Porcupine Tree “In Absentia”, inizia con il serrato e ossessivo basso di Nick Beggs che, verrà poi, seguito a ruota dagli altri membri della band. Il sound è duro, acidulo, ricco di frequenze basse. Le chitarre sono incisive e dalle distorsioni violente ma chiare. Ne emerge un pezzo coinvolgente e violento, ancor più della versione originale (e ciò non può che farci piacere).

Refugee, uno dei pezzi più belli di To the Bone, nonostante la buona esecuzione risente della mancanza del solo di armonica a bocca e un suono generale, in questo caso troppo confuso, non fa ben spiccare i soli di chitarra e tastiera perdendo molto in quanto a potenza e teatralità.

Tra le tante sequenze proiettate in accompagnamento ai pezzi, quella di “People Who Eat Darkness” è una delle più “disturbanti” che abbia mai visto. Lo short film, introdotto da un discorso di Steven che, simpaticamente, racconta al pubblico di come la madre fosse ai suoi tempi affascinata da storie riguardanti Serial Killer, calza alla perfezione con testo e sensazioni sonore. Un uomo, assiduo consumatore di psicofarmaci, alterna il suo modo di vedere il mondo. Un mondo inquietante e in apparenza normale dove insospettabili uomini di tutti i giorni si trasformano, sotto gli occhi di un confuso protagonista, in mostruosità divoratrici di oscurità in grado di infondere il loro male nelle loro vittime. Impossibile non distogliere lo sguardo da una sequenza tanto impressionante quanto di effetto.

Ancestral chiude la prima sezione del concerto. Il pezzo, eseguito paro paro come da album, vede spiccare su tutte la prestazione del batterista Craig Blundell. Dinamico, nervoso, nevrotico e imprevedibile, il drummer in forza ai Frost* non fa rimpiangere Marco Minneman regalando anzi una prova batteristica sensazionale e di estremo valore!

Dopo 15 minuti di pausa arriva uno dei pezzi più attesi e amati da tutti i fan di Steven Wilson. Craig Blundell riprende posto alle pelli e imbraccia uno shaker. Idem faranno Wilson e Beggs, mentre in sottofondo una traccia riproduceva i pattern atmosferici usati da Ricard Barbieri in Deadwing. Il delirio dei fan esplode quando Hutchings inizia ad eseguire il famoso arpeggio di “Arriving Somwehere But Not Here”, traccia storica dei Porcupine Tree. Non vi è a riguardo molto da dire. Uno dei momenti più belli della serata. Esecuzione da brividi di una canzone troppo bella per non lasciare esterrefatti a ogni sua ripetizione.

La madre di Steven Wilson, oltre ad essere affascinata da storie di Serial Killer, era anche una grande amante della musica Pop e dei Musical. In particolare proprio di quel gruppo che, palesemente e su sua stessa ammissione, ha ispirato uno degli ultimi singoli di Steven (e non poco). Stiamo parlando degli Abba, ovviamente, e proprio parlandoci del suo amore per il pop di un tempo ci introduce a Permaneting. Una grande sfera da discoteca si attiva proiettando su palco e pubblico luci argentate ricostruendo l’atmosfera delle tipiche discoteche anni 80. Il pezzo scorre e, nella sua facilità, è ben eseguito. Risulta, forse, meno “fomentoso” di quanto ci si sarebbe aspettati.

A scuotere i fan di vecchia data ci pensa ancora una volta un pezzo tratto da Deadwing, l’emotiva e solenne ballad Lazarus.

L’atmosfera torna poi cupa con il duo Songs of I/Detonation. Tra spiccate sonorità elettroniche, tripudi di archi, potenti bordate di chitarre e sonorità psichedeliche si mostrano live due delle migliori tracce di To The Bone in un’atmosfera cupa, opprimente e coinvolgente.

Inaspettatamente buona la prova dello Steven cantante sulla falsettata The same Asylum As Before (anche essa accompagnata da visual piuttosto disturbanti), pezzo, da lui ammesso, vissuto come una vera e propria sfida vocale che ricalca gli stilemi di artisti come Prince.

Heartattack in a Layby con i suoi eterei cori (eseguiti da Beggs e Hatchings) precede la dura strumentale Vermillioncore per poi proiettarci in Sleep Together. Tra i pezzi più amati dallo stesso Steven, la traccia dei Porcupine Tree, estratta da Fear Of A Blank Planet, regala uno dei momenti più violenti ed emotivi della serata e va a chiudere la seconda parte del live.

L’ending è affidato ad altre tre storiche canzoni dell’eclettico artista inglese.

Even Less, suonata in stand alone dal solo Steven senza gli altri membri della band, ci riporta a 20 anni fa (quando vide la luce Stupid Dream, nel 1998). Subito dopo si completa nuovamente la formazione per andare ad eseguire Harmony Korine. Il pezzo tratto da Insurgentes viene leggermente allungato guadagnando così maggiore impatto e tensione (il tutto sempre coadiuvato da ansiogeni e oscuri visual).

La chiusura di questa lunga serata viene affidata a The Raven That Refused to Sing. Uno dei pezzi più amati di Steven Wilson non che uno dei più emotivi e struggenti della sua vasta discografia. L’esecuzione è perfetta. Bella, delicata, emotiva, potente e drammatica. Ottima chiusura per un live che ha visto, nel suo divenire, un tripudio di emozioni, varietà sonore e, soprattutto, tantissima teatralità.

Il comparto degli strumentisti è eccezionale. Il tanto criticato Craig Blundell spicca tra i migliori della serata. Nick Beggs, con le sue treccine ossigenate e il suo stile inconfondibile, basta, con la sua sola presenza, a far scena. Hutchings sostituisce ottimamente Govan aggiungendo di suo molta più presenza scenica e, infine, Steven Wilson si mostra ancora una volta come la bestia da palcoscenico che tutti noi conosciamo.

In conclusione, il Live all’Atlantico si presenta come una grandissima prestazione dove lo show intavolato da musicisti di livello, curate proiezioni ed esecuzioni impeccabili, riescono a non far rimpiangere una Location “bruttina” e poco curata oltre che un impianto sonoro decisamente migliorabile.

Lorenzo Natali

Photogallery – Serena De Angelis