Steven Wilson: Home Invasion – La magia del Prog al Royal Albert Hall [Recensione]

di InsideMusic

Steven Wilson è un nome  pregiato e altisonante, sinonimo di musica di qualità. Ci ha affascinati per anni con le composizioni dei Porcupine Tree. Ci ha deliziato con i suoi progetti paralleli. I Blackfield con Aviv Geffen, gli Storm Corrosion con Mikael Akerfeldt, e chi più ne ha più ne metta. Tanta musica, tutta diversa per origini e aspirazioni, tutta con un sostrato comune. Lui: Steven Wilson. WilsonUna musica intima, che parla dei dubbi della vita quotidiana, questioni personali che bisogna affrontare. Senza mai una soluzione definitiva, ma con la presenza costante di un mood nostalgico, malinconico, seppur speranzoso.

Home Invasion è un disco live che riassume buona parte della carriera di Wilson. Buona parte delle canzoni provengono dalla tracklist dell’ultimo lavoro solista, To The Bone. Ad arricchire un repertorio di spessore, il compositore inglese ha deciso di tirare in ballo successi del passato vicino e lontano, con un riguardo speciale per quanto fatto con i Porcupine Tree. La storica band Prog inglese, che ha visto per anni la presenza di Gavin Harrison alla batteria, è stata sicuramente uno dei progetti più importanti della carriera di Wilson. Ecco spiegata quindi la presenza di cavalli di battaglia come Lazarus e Arriving Somewhere, But Not Here, indimenticabili capolavori della band di Wilson, nelle speciali due ore abbondanti di Home Invasion.

WilsonIl risultato è un disco live di grandissima qualità. Un’esperienza d’ascolto sempre coinvolgente è il comun denominatore di questo lavoro. Wilson è in grandissima forma, dimostrando il carisma e una parvenza di timidezza tipica dei giovani musicisti affamati di successo. Ma il suo stile british, il suo understatement sono elementi titpici della sua persona, deliziosamente percepibili anche al semplice ascolto. Lo si nota chiaramente nel confronto col pubblico e nell’approccio ai brani. No no, don’t sit down, because the time has come, con il suo tono pacato all’inizio di Permanating è il simbolo di questo suo modo di affrontare questo live superlativo.

A sostenere Wilson per centocinquanta minuti al magico Royal Albert Hall di Londra ci pensa una squadra di musicisti coi fiocchi. Innanzitutto, un supporto vocale della bravissima Ninet Tayeb, una protetta del già citato Aviv Geffen dei Blackfield. Splendida la sua performance in Pariah, un momento di assoluta pace, un contatto totale tra musica e ascoltatore. Alex Hutchings invece si occupa di dare una mano con le chitarre, rinforzando il carico sonoro espresso da Wilson.

Alle tastiere Adam Holzman lavora tra varietà di suoni, effetti e sequenze, contribuendo a offrire un prodotto che segua le visionarie e complesse idee di Wilson. Infine Nick Beggs al basso e Craig Blundell alla batteria tessono un comparto ritmico notevole. Il supporto che i due riescono a costruire consente al resto della band di muoversi con sicurezza, senza far mancare comunque pregevoli variazioni, coloriture, tocchi di classe che innalzano enormemente la qualità dello spettacolo offerto.

Il lungo repertorio, diviso in due dischi per un totale di ventuno brani, scorre liscio, senza alcun momento vuoto. Si ha così modo di viaggiare insieme a Wilson lungo il percorso dei suoi pensieri. I cupi misteri di Song of I, la nostalgia di Arriving Somewhere, But Not Here, il brio di Permanating. Un repertorio vasto e ricco delle più svariate emozioni. Home Invasion consente di conoscere il vero Wilson, in tutte le sue possibili sfumature, in ogni sua possibile riflessione. Registrata e prodotta con grande cura, forte anche di una location tra le più rinomate, questa è probabilmente una delle migliori opere live degli ultimi anni. Roba da invidiare i fortunati spettatori che a Marzo 2018 erano lì a godersi tutto questo dal vivo.

Questo lavoro certifica anche lo straordinario punto che Steven Wilson ha raggiunto nella sua lunga carriera. Un successo, forse mai così grande, a lungo cercato e totalmente meritato. Con la speranza che questo sia un incentivo a continuare a produrre ancora tanta bella musica. E’ forse sognare troppo?

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