Spaghetti Southern – Riccardo Ceres [Recensione]

di InsideMusic

Per capire il mondo bisogna vederlo da Sud, e usare il Sud come chiave di lettura per il resto del mondo significa molte cose. Prima di tutto vedere la storia da parte dei perdenti, leggere la realtà dal punto di vista di chi nel suo sangue sente scorrere l’acqua di mare.

Spaghetti Southern è un piatto di alta cucina, uno di quei piatti cucinati con pochi sapienti ingredienti, aggiunti con perizia senza lasciare nulla al caso. Il quarto album in studio dell’artista casertano, uscito per Soundfly,  èriccardo ceres probabilmente la sua opera più matura. Un disco dove nessuna parola è fuori posto, dove non ci si perde in virtuosismi, un insieme di canzoni quasi recitate, come una pièce teatrale musicata ad arte. In realtà questi sono tutti aspetti della  stessa persona, essendo Riccardo Ceres non solo un cantautore ma anche uno scrittore e compositore di varie colonne sonore. “Un artista a tutto tondo”, come dicono quelli che sanno parlare.

Alla luce di queste abilità ascoltare Spaghetti Southern diventa un piccolo viaggio, ogni canzone è una storia, ogni storia è una canzone, ogni brano è un percorso dentro generi anche diversi tra loro. C’è tanto Piero Ciampi all’interno delle canzoni, nel rigetto verso un certo tipo di esistenza, nel nichilismo delle liriche di “Tu vai con gli altri uomini” e “Chetelodicoafare”. C’è un po’ di Tom Waits nel blues di “Con un se”, e poi tanto cinema come in “ Tutta colpa del mare” e “Coyote”.

La voce di Ceres è sofferente, provata come può essere provata una persona rimasta sotto a troppa vita. La forza di un cantautore risiede in questo, nel dare forza e corpo ad immagini rappresentate tramite carta e penna e le canzoni di Spaghetti Southern sono immagini vive, polverose, bruciate dal sole caldo del Sud. Quel sole che riscalda e che rinsecchisce, sembra di sentirlo questo disco riecheggiare nella canicola delle prime ore del pomeriggio, in uno scenario da siesta messicana, con le strade del paese deserte, un suono che arriva da uno stereo vicino ad una finestra aperta mentre tutti fanno la loro siesta sognando fughe come quella raccontata in “Vado a Milano” altro brano che sembra uscito dal fondo del bicchiere di Ciampi, “perché prima o poi tutti i terroni vanno a Milano“.

L’anima blues dell’album prende copro canzone dopo canzone, racconto dopo racconto. Perché il blues è il canto di persone sconfitte, di persone che raccontano la parte buia delle storie, quelle fatte di sofferenze varie e di ingiustizie congenite come il taglio degli occhi o gli zigomi che si ereditano dai propri genitori, così si eredita un certo destino. Riccardo Ceres sa immortalare questa trasmissione genetica, la sa musicare, come in un percorso che dalla nascita arriva fino alla “Santa Muerte” dove i ritmi sudamericani rubano la scena e ci riportano a quell’immagine di un paese fermo, in perenne lotta tra la siesta e la fuga.

In “Chiedilo alla polvere” sembra arrivare uno spiraglio di luce, qualcosa sembra sciogliersi nel monolitico blocco di un volto segnato dalle esperienze passate, un brano che concede qualcosa ai sentimenti, quelli che riaffiorano a fatica in mezzo a mille altre esperienze che provano a soffocare la tenerezza che invece bisogna sempre tenersi stretta, come bisogna tenersi stretti questo disco.

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