“Sottotraccia”: L’Italia e una scena musicale in crisi. Di chi è la colpa?

La scena musicale italiana rock e metal è al collasso. Decade, ogni giorno sempre più, nell’oblio e nell’indifferenza da ormai anni. Musicisti demoralizzati costretti a scendere a compromessi, gestori di locali che non sanno fare il proprio lavoro o vedono dei ragazzi sul palco soltanto come dei poveri “porta bevute in più” a cui dare in mano due spicci e tante frasi fatte, un pubblico pagante (e non) pigro, odioso, supponente, attaccato unicamente a dinosauri ormai scaduti e scadenti e senza attenzione verso un futuro sempre più cupo. Discografici da festival della musica italiana, fiere di paese, tribute band, orchestre di liscio, manager truffaldini e fenomeni da baraccone, sono ciò che, di giorno in giorno, sta portando la scena musicale nostrana a scadere nel nulla e nell’imbarazzo. Ma la colpa? Di chi è la colpa? Qual è il pianista su cui sparare? Quale il capro espiatorio? Detto in due parole, non ha sbagliato solo il violoncellista. Qui l’intera orchestra sta suonando la melodia sbagliata senza nemmeno rendersene conto. La colpa è di tutti. Anche tua. Che sia tu, lettore, uomo di pubblico, gestore di un’attività o musicista sei più o meno sporco quanto l’intera scena. Ma bando alle ciance, il processo incede, gli imputati scalpitano, le accuse sono ben schierate, il giudice è pronto. Che il processo abbia inizio e ricordatevelo, la legge è uguale per tutti.

Il “localaro”. Quando ingordigia, disorganizzazione e scarsa attitudine si riversano in una sola figura.

La logica del gestore medio è più fantascientifica della fisica di Star Wars, più difficile da comprendere di un’opera di Hegel, più fastidiosa dell’RNG di Heartstone (gioco di carte online dove la componente casuale, RNG, la fa da padrona. Un buon nerd capirà). Come poter però capire l’eziologia di questo fastidioso virus intestinale? Necessario è partire dalla base, dal primo fondamento del localaro medio. “Io non ti pago, vieni nel mio locale, ti do la possibilità per suonare e metterti in mostra, magari ti offro una bevuta. Però mi raccomando, portami gente eh”.

Il nonsense contenuto in queste poche righe è qualcosa di brutalmente pauroso. Nemmeno l’approccio più gnoseologicamente costruito potrebbe condurci a una sana e giustificabile spiegazione di un tale punto di vista. Resettiamo la situazione e portiamo avanti una spiegazione passo passo di quella che è la drammatica sequenza di eventi che coincide con il procacciarsi una serata.

Il venerdì e il sabato OVVIAMENTE sono spot riservati a cover band e tribute band. La cover band e la tribute band porta gente, o almeno così pare, ma di questo ne parleremo più avanti. Di conseguenza i rimanenti spot sono quelli infrasettimanali. La fetta di pubblico cala, e non perché tu, musico, sei brutto e cattivo, ma semplicemente perché spesso la gente più che andare a sbattere in un locale con prezzi esorbitanti e mal gestito dopo una stressante giornata di scuola/lavoro/università preferisce rimanere a casa a osservare il soffitto in preda alla più totale alienazione indotta da una società liquida di stampo Baumaniano come quella del secolo ventuno. Meno gente, meno pubblico. E va bene, possiamo anche starci. Ma andiamo avanti. Ovviamente ci sta la crisi, bisogna pagare le tasse, la corrente, l’affitto del locale ecc ecc. La coperta per le quote di pagamento è quindi corta. Magari vi rifilano (nei casi più dignitosi) una quota sulle entrate. Spesso però non c’è niente da fare. “Vi paghiamo una bevuta ragazzi e amici come prima”. In fondo vi stiamo dando la possibilità per mettervi in mostra no? Bene. Fino a qui il discorso potrebbe anche filare. Arriva adesso però il fantascientifico (cose che un J.J Abrams non potrebbe mai concepire ). La domanda, fatidica, cala su di voi come l’Ira del buon Dio nell’Ezechiele 25.17 tanto famoso grazie a Pulp Fiction. “Quanta gente mi portate?”.

Fermi tutti, respirate, slacciatevi le cinte dei pantaloni, prendete un bicchiere d’acqua e una bustina di zucchero. Ora arrivano le cose serie.

Tu, gestore del locale che mi chiedi quanta gente ti porto, dovresti chiudere i battenti. Meriti di fallire e di avere i conti in rosso perché, oggettivamente, non sei capace a fare il tuo lavoro. Il musicista, come tale, oltre a essere un’artista è un intrattenitore. A rigor di logica io, musicista, sto venendo da te, ti sto offrendo un servizio, ti sto dando la possibilità di intrattenere le persone. Poi, se la serata va male per demerito di me che suono (magari la band è fatta di cani, capita, ne ho sentiti e visti tanti di complessi “raglianti”) è un altro paio di maniche. Puoi non pagarmi, puoi chiedermi tutto quello che vuoi. Di partenza, però, ineluttabilmente nella maniera più giusnaturalistica possibile il musicista porta un servizio al locale che lo paga, di conseguenza, per tale opera. Il musico investe in strumenti da migliaia di euro, prove settimanali dal peso economico pari a quello di una doppia tassa sulla casa più canone rai più partita iva e abbonamento per l’annata 2017/2018 della serie A. Il musicista investe sulla sua crescita con applicazione dispendiosa a livello economico/temporale. Dopo ciò vien da te per offrirti un servizio. Se tanto tanto la paga deve essere da fame il minimo sarebbe un pubblico. Che senso ha che io musicista venga nel tuo locale a suonare di fronte alle solite 30 persone che si son sentite lo stesso repertorio già 4 volte in un anno se poi nemmeno mi paghi il minimo per pensare di aver ricevuto un guadagno? Ve lo dico io che senso ha. Nessuno. La band non progredisce, non suona davanti a un vero pubblico, non aumenta la sua visibilità, non guadagna una lira. A quel punto il live diventa inutile.

Tu, gestore del locale, dovresti essere capace di rendere la tua attività efficiente e fruibile. Tu locale dovresti essere il primo a creare una scena intorno a te perché da li deve venire il tuo guadagno. Dallo sforzo nel creare una realtà, nell’offrire un servizio a cui le persone possano affezionarsi, creare un ritrovo, un punto di snodo, un giro. Se tu fossi meno incompetente, caro gestore, realizzando una cosa simile, sai quanto guadagneresti? Tanto. E magari smetteresti di invadere i tuoi week end musicali con cover band di musica rock/metal anni 80 o tribute band di sorta che, detto sinceramente, ci hanno davvero massacrato il glande con perpetui colpi.

Tu, gestore, non sei capace. Tu, gestore, non sai portare avanti la tua attività e tu, gestore, sei uno dei motivi per cui la scena musicale sta morendo. Una band emergente non sa come mettersi in mostra, non fa esperienza su un palco, non si crea un suo giro, non allarga le sue vedute. Non vede un ritorno dal suo lavoro, si demoralizza e, prima o poi, lascia andare.

Caro Gestore, la corte, a giudizio unanime, ti dichiara colpevole.

Il pubblico. Colui che la musica, quella buona, non la merita.

Il pubblico Italico è pigro, conservatore, noiosamente lamentoso e allo stesso tempo poco attivo. In molti casi è un pubblico attaccato ai grandi dinosauri del passato in una maniera a dir poco venefica, con dei bei paraocchi montati sulla faccia e un totale disinteresse verso ciò che di nuovo la scena musicale può offrire. Ma soprattutto, nella gran parte dei casi, è un pubblico tremendamente passivo. Passivo, sia chiaro, nei confronti della scena che gli gravita attorno. Meglio spendere 120 euro per andare a vedere il concerto dei soliti Metallica (con un Lars sempre più incapace che mai alle pelli) che, magari, uscire periodicamente per andarsi a prendere una birra in un locale con il gusto di ascoltare qualche nuova band inedita. Il tutto, ovviamente, è dovuto a una grandissima superficialità di fondo. La cultura della musica come anche momento di svago e di scoperta qui, nella penisola, va sempre più a fondo. E allora è qui che tanto vale andare a vedersi l’ennesima cover/tribute band trita e ritrita che ti suona, talvolta anche in modo mediocre, gli stessi pezzi che potresti benissimo infilarti nel lettore mp3.

Il pubblico Italiano in molti casi non vive la musica come la degustazione di un’arte ma come un semplice adulare i propri idoli senza però affacciarsi dal balcone di casa. I gestori dei locali questo lo sanno, lo sanno bene, e da buone iene si avventano su un guadagno “facile” sfruttando l’ondata di indifferenza generale che colpisce i più. E allora ci ritroviamo con week end in cui nella scaletta dei locali, dai più piccoli ai più grandi, troviamo tribute band date in pasto a un pubblico talvolta distratto e occasionale (come è il 70% del pubblico di un locale nel week end) composto anche da adulatori di quei vecchi dinosauri sopra citati che godono nell’autoerotismo della celebrazione di antichi idoli ormai vestiti da semidei e non da musicisti. Il gestore sfrutta la pigrizia e la superficialità di un pubblico sempre più strafottente nei confronti della musica in quanto se stessa per poter sbarcare comodamente il lunario.

Intanto, lo stesso pubblico che campa soltanto di vecchi idoli e poco altro, non fa altro che lamentarsi a ripetizione. “La musica italiana fa schifo, non ci sono band degne, la scena non è valida”. Incolpa, ovviamente, label o band poco competenti. Ciò che non sa il lamentoso pubblico è che l’offerta è gestita dalla domanda. L’economia vi offre ciò che voi chiedete, ciò che voi dimostrate di apprezzare e volere. Nel momento in cui si gode di una totale indifferenza nei confronti della scena underground rock e metal come potete aspettarvi che vi siano case discografiche davvero disposte a puntare su un mercato che di partenza non sembra voler dare risposte? La scena musicale Italiana cade a pezzi è vero, ma è anche colpa di coloro che quella scena non la fanno vivere. Non vi è band senza un pubblico, non vi è musica senza un ascoltatore, non vi è arte senza qualcuno che ne goda.

Non vi è più la cultura della serata al locale (pub o sala concerti che sia) per godersi una buona birra in compagnia di un’offerta musicale (talvolta buona, talvolta mediocre, è normale). Ciò porta a una grande difficoltà delle band nel procacciarsi un pubblico che, di conseguenza, porta a una grande diffidenza dei gestori che, incapaci di creare una scena attorno a loro, devono affidarsi a quanto una band sia in grado di portare gente. Così quei poveri disgraziati che si permettono di comporre inediti non trovano spazio ed ingaggi decenti, non crescono, non si evolvono e non hanno una base di appoggio su cui puntare per poter far progredire la loro carriera musicale.

Così la musica nuova muore, le nuove proposte soffocano sotto la pressione di una passione dispendiosa sia dal punto di vista temporale che economico ma che, allo stesso tempo, non è in grado di portar loro alcun guadagno (che sia economico, di notorietà o altro).

E allora ti chiedo, mio indifferente lettore, quando anche gli ultimi baluardi della musica mondiale saranno morti, quando i tuoi idoli smetteranno di produrre musica e spariranno, tu cosa ascolterai? Nulla. Perché nulla avrai da ascoltare in quanto, anche a causa tua, coloro che volevano proporti nuova musica, saranno tutti spariti. Ti rifugerai allora nel mercato estero, certo, e li troverai qualche soddisfazione. Avrai però intanto aiutato a condannare a morte qualche speranzoso musicista che ha avuto la sola sfortuna di nascere in un paese mediocre a 360 gradi.

Caro Pubblico, la corte, a giudizio unanime, ti dichiara colpevole.

Le band. Soffocate da compromessi e dai timori nel portare nuove proposte.

In un panorama tanto desolante quanto quello precedentemente descritto, per una band, andare avanti è davvero difficile. Troppo spesso si è “costretti” o portati a scendere a compromessi di vario genere. Serate non pagate o con cachet da fame in, magari, giornate marginali della settimana e in locali che, molto spesso, non si prendono nemmeno la minima briga di strutturare un minimo di pubblicità sui social (vedasi quanto detto precedentemente sull’incompetenza del gestore medio). Altre volte il musicista si “accontenta” anche di far musica non esattamente nelle sue corde pur di avere degli spot più favorevoli e poter tirare su due spicci. Cosa può fare, quindi, il musicista per sopravvivere in un panorama tanto desolante?

La cosa più giusta e conveniente è rifarsi al mito del self-made man. Divenire un coltellino svizzero in grado di poter affrontare tutte le problematiche inerenti alla gestione dell’ambito musicale così da poter tirare avanti la carretta anche da solo e senza affidarsi a nessuno in modo tale da avere anche un risparmio economico. Questo, ovviamente, vale solo per le prime fasi. Poi quando le cose si fanno serie il tiro va alzato. Siate voi stessi gli addetti stampa delle vostre band, sfruttate al 100% i social, siate in grado di adattarvi e costruire contenuti, anche al di fuori dell’ambito musicale, in grado di incuriosire e colpire, abbiate nei confronti del pubblico un atteggiamento attivo. Ma, soprattutto, basta compromessi. Basta compromessi con i locali, basta compromessi con chiunque ve ne chieda. Tu, musicista, al locale stai offrendo un servizio. Tu, musicista, hai dei diritti che meritano di essere rispettati. Fatti valere, fai la voce grossa, fai capire che non sei solo una banconota in più nella cassa ma sei un professionista in grado di offrire un servizio. Sii quindi serio, professionale, sempre preparato.

Ancor di più, però, i musicisti tutti devono essere tra loro uniti.

Se,partendo da domani, tutti i musici di questo dannato paese iniziassero a cambiare atteggiamento mettendo in pratica quanto sopra esposto, il cambiamento sarebbe repentino e obbligato. Noi tutti abbiamo più potere di quel che crediamo. Dobbiamo rendercene conto, ricordarcelo e lottare per i nostri diritti. Il musicista non è un giullare, non è un perdi tempo. Il musicista è un professionista che investe tempo e soldi in un’arte tanto bella quanto difficile meritando, quindi, la giusta riconoscenza. Siate coraggiosi, siate uniti e combattete contro il compromesso e contro l’indifferenza. Solo così la situazione nel nostro paese potrà avere, prima o poi, una svolta.

 “E tu? Tu che hai detto tante belle parole in questo articolo, cosa fai?”

Domanda lecita. Questo articolo, diverso dal solito e decisamente sopra le righe, è l’occasione per lanciare un progetto che mira a fare qualcosa. Un progetto che va contro l’indifferenza e che vuole regalare, senza alcun compenso, spazio a voi musicisti emergenti. Un modo per farvi notare e, anche nel mio piccolo, farvi pubblicità.

Questo articolo, di fatto, sarà il lancio di una nuova rubrica da me gestita, intitolata “Sottotraccia”. In cosa consiste? Recensioni di band emergenti italiane.

Ogni due settimane stenderò una recensione riguardante band emergenti meritevoli del nostro panorama. Credo, fermamente, e ho prova tangibile di ciò, che nel nostro paese vi siano numerosi musicisti competenti, band e solisti di livello, ottima musica, appartenente a ogni genere, che nessuno ha mai ancora ascoltato e che aspetta solo di poter essere scoperta.

Potete mandarmi il vostro materiale che verrà poi da me ascoltato e recensito. Con Inside Music vogliamo offrire uno spazio alla vostra musica per farla emergere, darle una, anche se piccola, spinta verso un progresso migliore. Darvi la possibilità di raggiungere nuove orecchie e un nuovo pubblico.

In basso lascerò i contatti utili a cui potrete recapitare il vostro materiale che verrà da me ascoltato e, dopo opportuna organizzazione, recensito e pubblicato.

Fatevi avanti, vi aspetto.

Lorenzo Natali

PH- Giusy Chiumenti

Mail: lorenzonatali@rocketmail.com

Facebook: Lorenzo Raven Natali

2017-12-30T13:58:59+00:00 14 Novembre 2017|Recensioni|0 Commenti