Gli Enjoy the Void sono un progetto musicale neonato che ruota attorno alla figura del cantante e compositore calabrese Sergio Bertolino e sono l’oggetto di Sottotraccia Cap.5. Nativo di Reggio Calabria, fin dalla più tenera età comincia a interfacciarsi al mondo musicale sia come ascoltatore, dove è forte la fruizione di artisti di massimo livello del panorama Jazz, Blues e Rock (Lewis, Ray Charles, The Doors, Frank Zappa) che come musicista, iniziando ad affrontare gli studi pianistici. La laurea in lettere è segno manifesto della notevole tendenza e inclinazione verso le arti in tutte le sue forme (letteratura, poesia e, in particolar modo, musicale).

Enjoy the Void – Enjoy the Void Tracklist
enjoy the void

Artwork per l’omonimo album degli Enjoy The Void

01 – The Most Sublime
02 – Nanaqui
03 – Our Garden
04 – Doubt
05 – The Usual Blues
06 – Something Strange
07 – A Prayer
08 – Night
09 – Don’t Tell Me No
10 – Stay Away
11 – Song For The Forgotten One

 

 

 

 

 

 

A differenza di molti artisti emergenti, per Sergio la musica non rappresenta la il mezzo necessario per poter, in futuro, procacciarsi una base economica/lavorativa attorno alla cui poi fondare una vita. La musica, come ogni forma d’arte, si manifesta come l’espressione ideologica di un bisogno, di un innato amore, la manifestazione di un piacere che trascende l’ambito delle costrizioni moderne discografiche ed economiche.

Diventati una band a tutti gli effetti dall’incontro del cantautore con i musicisti della BAM! di Sapri (SA), gli Enjoy the Void hanno da da qualche mese rilasciato il loro primo album omonimo, registrato presso gli studi della BAM! da Giovanni Caruso e masterizzato agli Aemme Recording Studios di Lecco da Salvatore Addeo.

Nel DNA di questo primo album (uscito lo scorso 26 Marzo) è impossibile non riscontrare un innato eccletticismo. Di fatto, nel background musicale di Sergio, non persistono unicamente i generi precedentemente citati. La musica elettronica (Four Tet, Flying Lotus, Burial) è una componente forte e basilare, pervade tutto il lavoro e ne ha distinto, tra l’altro, lo stesso processo di scrittura. Il progetto, nato in origine come un pop elettronico, si è poi riconvertito in un rock/alternative ove chitarre e batteria analogica sono arrivati a sostituire, in un secondo momento, parte delle componenti elettroniche.

Ciò si rende palese durante l’ascolto fin dai primi minuti. Basti guardare la opener, The Most Sublime. Introdotta da sintetizzatori dal taglio prettamente synth wave/dark electronic si lascia poi definire in modo totalmente differente con l’ingresso di un delicato arpeggio di chitarra clean e batteria. La voce riesce a riportare al passato prossimo rock musicale, con un taglio tipico della musica anni 70/80 che ben si amalgama nel contesto.

Durante tutto l’album l’ambiente creato dalle componenti elettroniche si incontra con chitarre dal tono blues, roccheggiante, talvolta funky. Nanaqui è un pezzo dal taglio estremamente hard e progressivo dove hard rock, blues ed elettronica si fondono questa volta dando vita a un lavoro energico, frizzante, dotato di un ritornello coinvolgente e difficile da scordare. In Doubt, poi, Funky e Blues si incrociano sfociando poi in un intenso finale dal taglio epico e corale.

Vi è spazio, ovviamente, anche per ballate come Our Garden, dove tappeti ambientali fanno da sfondo a un lento crescendo ove si incrociano le sonorità di chitarra acustica e pianoforte, o Night, breve pezzo costituito di sole voci, chitarre appena accennate e piano elettrico.

Questo è quanto potrete trovare negli undici pezzi contenuti in questo primo lavoro omonimo degli Enjoy The Void. Una coesa commistione di generi tanto vicini quanto lontani tra di loro. Pezzi estremamente eclettici e, talvolta, dotati di un particolare gusto per la sperimentazione (presente in modo massiccio nella breve Stay Away, fiore all’occhiello dell’album). L’elettronica del nuovo millennio e le sonorità tipiche, tanto nella voce quanto nel comparto strumentale, del rock classico danno vita a una commistione dal sapore particolare.

Una sorta di “freschezza vintage” ove mondi apparentemente inconciliabili si incontrano dando vita a un lavoro dotato di grande personalità. L’elettronica, il più “distinto” dei generi precedentemente citati, non diviene elemento di rottura ma ben si un collante che, con la sua costante presenza, da un senso di uniformità a un lavoro che passa da bordate hard rock a delicati blues fornendo un ambiente che sfocia spesso nell’atmosferico e regalando, all’ascoltatore, la sensazione straniante dell’ascolto di un qualcosa di estremamente nuovo. La ricerca di una precisa personalità musicale è, ovviamente, quanto di più spicca nel lavoro degli Enjoy The Void. Una ricerca, comunque, ancora lontana dal giungere al suo compiersi risultando, alla fine, ancora a tratti grezza e forse timorosa nello spingersi verso frontiere ancora più sperimentali, lontana dai lidi sicuri di ciò che il rock classico ha impartito per anni.

Il tentativo di miscelare differenti generi che molto spesso risulta come un punto debole (dando vita poi a lavori sfilacciati e poco coesi se non gestito con equilibrio) diviene qui punto di forza grazie all’attenta dose e misura con cui ogni elemento musicale va a giustapporsi con gli altri. Unica pecca, in parte, è una produzione di buon livello che risulta però a tratti piatta e non del tutto funzionale nel rendere alla perfezione la dinamica dei pezzi che perdono così di profondità.

In conclusione, quella degli Enjoy The Void è una realtà promettente a cui guardare, senza ombra di dubbio, se alla ricerca di una musica che possa essere tanto orecchiabile quanto al di fuori degli schemi del classico.

 

Lorenzo Natali