Ci vuole poco a conoscere i Sinheresy attraverso Out of Connection. Pochi secondi e un’intro diretta, aggressiva e piena di vita ci entra nelle orecchie. What Makes Human è il perfetto assaggio che ci permette di comprendere cosa ascolteremo per una cinquantina di minuti. Il riffing è graffiante, ma coinvolgente, il brano è groovy. E le due voci ci introducono subito in un mondo robotico e futuristico estremamente a portata di mano, come la copertina dell’album suggerisce. Un perfetto breakdown crea quel perfetto elemento sorpresa con invito all’headbanging.

Sinheresy La perfetta partenza offre quindi un Metal estremamente moderno: diretto, groovy e condito di elettronica. Il sound del quartetto è assimilabile al repertorio degli Amaranthe. Tuttavia, è doveroso riconoscere ai Sinheresy una buona dose di freschezza, oltrepassando i limiti della lezione impartita dagli svedesi. La titletrack Out of Connection lo dimostra ampiamente, con un perfetto intreccio tra voce femminile e sintetizzatori. Ma la mina Zero One mostra ulteriori sfumature. La rapidità con cui il brano si sviluppa, senza lasciare un attimo di respiro tranne qualche battuta di elettronica, lo rendono uno dei punti più riusciti e più ispirati del disco.

Sinheresy, ormai giunti alla quarta pubblicazione, si muovono quindi con destrezza nel loro genere. Si apprezza incredibilmente la coerenza del sound così caratteristico e non si può non fare i complimenti a tutti i componenti. I due cantanti sono perfettamente calati e a loro agio, incrociando le linee maschili e leggermente sporche di Stefano Sain e quelle femminili ed eteree di Cecilia Petrini. Ma la chitarra e il basso di Lorenzo Pasutto Davide Sportiello costruiscono alla base una filigrana spessa e pregiata di riff e melodie, arricchita da ottimi inserti di elettronica e tastiere. Inoltre, i breakdown che realizzano sono assolutamente spettacolari, conferendo al repertorio la giusta cattiveria. Non violenza barbara, ma elegante cinismo. Basta ascoltare Facts, Words, Sand, Stone per credere.

Superata brillantemente la prova ballad con Absolution, i Sinheresy si calano con la potente Break the Surface. Un’intro perfettamente calibrata. La band prende la mira con una misteriosa sezione di elettronica. Poi scarica il macigno con un riff prepotente. Il ritornello che giunge come una liberazione è solo un’illusione. All’ordine, break!, un rapido ma sonoro breakdown dà spazio a un pregevole e isterico assolo. Anche qui la band raggiunge quindi il suo apice, con uno dei brani più completi dell’album.

Shallow mostra una sua peculiarità all’interno del repertorio. La sua flemma, la sua portata e le sue sonorità sembrano avvicinarsi a certi Evanescence Linkin Park d’altri tempi. Senza perdere di vista tutto il filone del proprio sound, i Sinheresy riescono a dare spazio a una piccola sezione di diversità. Il perfetto spartiacque tra la pesante Break the Surface e l’epica Blood like Water. La partenza di quest’ultimo brano è senza dubbio il punto migliore di tutto il disco e i ritornelli non sono da meno.

Ma la band ha deciso di tenere il carico per la fine. The Circle è il brano più lungo dell’album ed è anche quello più sperimentale. Il quartetto si concede quindi qualche libertà in più. Un’introduzione più ragionata, ma soprattutto uno scadimento in Metal cattivo, quasi Djent. Qui si osa, inserendo anche percussioni tribali, linee vocali più complesse, più ricerca. The Circle è sicuramente il brano che fa per gli amanti del Progressive. Non mancano occhiolini ai Queensryche di Operation:Mindcrime, ma senza andare troppo indietro nel tempo anche i nostrani Lacuna Coil, soprattutto per la voce di Cecilia. Le chitarre qui si possono tra l’altro sbizzarrire in lunghe ed esaltanti scale e i fan del Djent non possono non riconoscere lo stile dei Periphery e dei Born of Osiris.

A conclusione del disco, i nostri complimenti ai Sinheresy per aver realizzato un lavoro di tutto rispetto. Si nota padronanza e convinzione dei propri mezzi e della propria ispirazione. I musicisti sono tutti straordinariamente validi e le composizioni sono di alto livello, raggiungendo il cuore dell’ascoltatore senza una nota di più o una di meno. La produzione della Scarlet Records, ormai un nome una garanzia di musica di qualità, ha fatto il resto, impacchettando un album a livello di suoni assolutamente ben fatto.

Se proprio si vuole cercare il pelo nell’uovo… I Sinheresy hanno sicuramente le carte in regola per fare tanta, tantissima strada. Ma per farla bisogna tentare di osare un po’ di più. In alcuni pezzi si è sentita la volontà di andare oltre, di superare gli schemi e di consolidarne di nuovi con la propria musica. Ma altre volte si è sentito un po’ il timore di uscire dai binari sicuri già impostati dal successo dettato da altri. Il timore di fare qualcosa di più, di eclatante. Senza dubbio è rischioso, ma sono convinto che con loro il gioco vale la candela. Avanti così!