Shehili, sesto album dei tunisini Myrath, anticipato dal singolo Dance – che ha riscosso enorme successo – è in uscita il 4 maggio per earMUSIC. Ecco la nostra recensione in anteprima.

Ah, il fascino del Nord Africa.

Così vicine a noi, dalla Sicilia, nei giorni limpidi, sembra di poter toccare con mano le lontane coste della Tunisia. Una terra di infinite spiagge, di colline rocciose e deserte, di oasi, di paesaggi alieni – le scene di Tatooine della esalogia di Star Wars (mi dispiace, quella roba di J.J. Abrams per me non esiste) sono state girate proprio nell’omonimo villaggio rurale tunisino – ma anche e soprattutto di tolleranza. Un paese dove vivono insieme musulmani, cristiani, ed ebrei; uno stato che, nel Nord Africa, è leader della ricerca scientifica; paese che ha subito innumerevoli dominazioni e che, infine, è stato investito dal vento della primavera araba del 2011, la Rivoluzione dei Gelsomini, in cui è stato rovesciato il sempiterno premier Zine el Abidine Ben Ali. Attualmente il paese è governato dal liberale Beji Kaid Essebsi, che ha fatto sì che venissero promulgate leggi contro lo stupro e contro il divieto per donne musulmane di sposare uomini appartenenti ad altre religioni, oltre che una netta apertura verso i diritti LGBT.

myrath shehili recensione

Ksour di Tataouine, villaggio del sud della Tunisia. Credits to: jamesmagazine.it

E, per gli amanti della musica prog, è soprattutto patria dei Myrath.

L’ultima fatica dei Myrath, intitolata Shehili, vento del deserto, è stata anticipata dal singolo Dance, che, almeno per me, è stato una folgorazione. Conoscevo già il vocalist Zaher Zorgati -dotato di voce tenorile che ricorda quella di Roy Khan dei Kamelot ai tempi d’oro di Poetry for the Poisoned– per aver collaborato con Arjen Lucassen, aka Ayreon ed ho sempre amato le sonorità a là Orphaned Land che, però, nel prog di alto livello, rimanevano un unicum.

Iniziamo col dire che, esattamente come Legacy del 2016, il produttore di Shehili è Kevin Codfert, storico collaboratore e tastierista degli Adagio, band prog francese. Eppure, va anche premesso che qui ci troviamo di fronte ad un lavoro nettamente staccato da Legacy, con cui condivide le ispirazioni oriental metal, ma portato ad un livello superiore, fondendo capacità tecniche e fruibilità.

Concetto già riconoscibile nell’Intro, in cui un canto in lingua araba viene introdotto e poi espresso ed ingigantito in Born to Survive, qui si aggiungono battiti di mani e pelli tipiche, cui si fondono pregevolmente chitarra elettrica, basso e batteria. La componente sinfonica è fortissima – berberi attorno al fuoco, ma con una band metal al completo ed un quartetto d’archi. Un inizio che si potrebbe definire sfolgorante.

Percussioni introducono You’ve lost yourself, cui poi si avvicendano chitarre e timpani in ciò che assomiglia ad un’intera orchestra gamelan indonesiana, ma in chiave oriental metal; ed una sirena antiaerea che si ode distante. L’etereo e sospeso refrain alleggerisce il sound che sfocia perfino in aperture maideniane.

Vi domanderete perché della mia lunga intro riguardo la rivoluzione dei gelsomini: beh, perché Shehili è un lavoro dichiaratamente ispirato all’aftermath di quegli eventi, ossia come le vite dei musicisti siano cambiate dopo il 2011. Ma Shehili non è un disco politico, tantomeno religioso: è un’opera musicale. Qualunque appassionato di giochi da tavolo, fra l’altro, riconoscerà degli elementi familiari nel video del singolo Dance: Tales of Arabian Nights, un “generatore di storie”, un luogo in cui avvengono eventi immaginari e in cui chiunque può essere libero di essere ciò che è (Malek, il chitarrista, è un appassionato di giochi di ruolo). E danzare, perfino seguendo il ritmo della caduta delle bombe.

Dance with me dance
And burning bright the flow inside you (burning deep in my soul)
Dance with me dance
You’ll recognize the light inside you

In una perfetta fusione fra sonorità sdoganate in Europa da Latifa, e il symphonic metal che nacque nel lontano nord del vecchio continente, Dance commuove e sprizza gioia allo stesso tempo.

Il tema fantasy di Shehili viene portato avanti anche dalla successiva Wicked Dice, più oscura dei brani precedenti, in cui la batteria la fa da padrona: plauso meritatissimo per Morgan Berthet. Leggera e sospesa in un mondo fantastico di cavalli arabici e stelle cadenti nel deserto, Wicked Dice è orecchiabilissima e punta ad essere un nuovo singolo.

Percussioni tradizionali introducono Monster in my closet, un mostro nel mio armadio: numerosi giri di chitarra conducono poi ad una netta apertura – dotata di cori virili in sottofondo – in cui la linea vocale di Zorgati, poco dinamica ma adatta alla materia scottante cantata, si inserisce perfettamente con una grandissima carica patetica che ben collima con gli archi orientaleggianti.

Fin qui, si nota come Shehili dei Myrath sia un lavoro molto più semplice, a livello di songwriting, del precedente Legacy, ma che non disdegna piccole perle: ecco che arriva Lili Twil, brano in arabo, che, per sonorità, non può che far sovvenire alla mente Brother da All is One degli Orphaned Land. Indubbiamente il brano più epico e maestoso di Shehili, Lili Twil contiene elementi prettamente prog come complesse linee di piano, numerosi cambi di accordo e ritmo, e assoli di chitarra in controtempo rispetto agli elementi orchestrali.

Dopo tanto crescendo, si prosegue sulle stesse corde emozionali – evocative di scenari distanti, reali e non idealizzati come ne Il Te nel Deserto di Bertolucci – con No Holding Back, secondo singolo da Shehili. Di nuovo, nel brano si nota l’enorme talento del batterista Berthet, che, da solo, guida l’intera band che, con tastiere, chitarre, basso, va a comporre un brano fortemente fantasy: Mille e una Notte, ma ambientato in una reale città addormentata della Tunisia del Sud, Gabes alla luce della Luna. Ci troviamo di nuovo di fronte ad un inno alla libertà:

Call my name
We’ll soon be reunited
I’ll be there
Time, and we’ll be fine

Give everything we’ve got
Fight with no holding back

Il finale in doppia cassa e cori manderebbe in brodo di giuggiole qualunque fruitore di musica sia cresciuto con band quali Nightwish, Within Temptation, ed Epica. Fluttuando su tappeti volanti verso la radiosa luce dell’alba, giungiamo a Stardust, che segna un netto stacco con le sonorità precedenti. Un notturno al pianoforte, debitore più di Chopin che della musica tradizionale araba, introduce l’unica ballad di Shehili, che suona come un malinconico lamento al cielo. Il crescendo responsabile del refrain è di fortissimo empatto emotivo, ed è probabilmente frutto del lavoro del tastierista Elyes Bouchoucha.

L’epica Mersal torna a sonorità appartenenti alla prima parte di Shehili, sebbene il canto di Zorgati sia quello di un muezzin, in una perfetta commistione di elementi arabeggianti e prog metal – sebbene band come i Myrath facciano riflettere sul significato in sé di prog.

myrath shehili recensione

Siamo quasi alla fine, e l’oscura Darkness Arise, fra bouzouki e elementi orchestrali trasportano all’intero di complessi momenti escatologici; la linea vocale è fra le più dinamiche dell’album, passando da un registro folkeggiante a uno più classicamente heavy metal. La scansione dei tempi, dovuta ad una chitarra acidissima e ad una batteria ben lavorata, crea una certa marzialità nel brano – una marcia per la libertà tanto decantata in tutto l’album. E, sul finale, una sorpresa: un organo Hammond per un lunghissimo intermezzo orchestrale, roba che sembra di trovarsi in un album degli Uriah Heep.

Eccoci alla fine, la title track Shehili, che in arabo è la denominazione di un antico vento del deserto, che si fa strada fra le dune – dune che un tempo erano colline verdeggianti. Un malinconico epilogo, in cui le radici tunisine dei Myrath si odono del tutto e vengono con orgoglio rimarcate: in un periodo di appiattimento culturale e musicale, in cui l’omologazione – anche nel prog – sembra essere una regola e l’originalità una pecca, i Myrath rivendicano il coraggio dell’unicità. E, soprattutto, come hanno fatto i Periphery con Hail Stan, fondendo elementi prog col nu metal di inizio millennio, e, per un istante, pare di tornare indietro di quarant’anni e ritrovarsi in quel fiammeggiante periodo in cui King Crimson, Moody Blues, Soft Machine e Genesis convivevano, ciascuno col proprio sound, ciascuno impegnato nella propria ricerca, ciascuno dedito al dare significato all’arte che il termine “rock progressivo” sottende. Perché, in sostanza, il progresso deve passare per la novità, e se la novità è un caldo vento del deserto, l’Arte non può che gioirne.

Shehili è, dunque, un album assolutamente unico e assolutamente degno di attenzione.

Tracklist e cover di Shehili dei Myrath (earMusic):

01. Asl (Intro)myrath shehili recensione
02. Born To Survive
03. You’ve Lost Yourself
04. Dance
05. Wicked Dice
06. Monster In My Closet
07. Lili Twil
08. No Holding Back
09. Stardust
10. Mersal
11. Darkness Arise
12. Shehili