Sappiamo veramente poco di Mattiel, e quel poco non è detto che sia utile a farvi capire il mio colpo di fulmine per la musica di questa ragazza di Atlanta. Satis Factory è il suo secondo album, uscito il 14 giugno 2019.

E allora, spulciando Google, e in particolare il suo sito, scopriamo il nome completo, Atina Mattiel Brown, e la sua vera e propria doppia vita. Di giorno designer e illustratrice, dopo il crepuscolo credibilissima interprete di una sorta di proto punk a là Stooges, con robuste venature di blues grezzo e soul bianco.

Sempre secondo il sito, il tour europeo intrapreso in autunno avrebbe svelato l’Atlanta best kept secret, il miglior segreto di Atlanta.

Le influenze citate dalla giovane – e stilosissima, va detto – Mattiel sono quelle dei vinili della mamma, Donovan, Peter, Paul and Mary e Joan Baez, e quelle della radio che ascoltava in macchina tra casa e lavoro, Bob Dylan, Screamin’ Jay Hawkins, White Stripes e Andre 3000.

Nemmeno il tempo di metabolizzare il bellissimo esordio qualche tempo fa, ed ecco l’atteso sophomore di Mattiel.

Dopo l’endorsement niente meno che di Jack White, Atina Mattiel Brown  esce con Satis Factory.

satis factory mattiel recensione

Il secondo lavoro si presenta come l’ideale continuo dell’esordio che portava semplicemente il nome di battaglia della nostra, magari con qualche strizzatina d’occhio in più al mainstream, ma che suona comunque come se fosse stato inciso almeno quarantacinque anni fa. Un gran bel complimento, per chi scrive.

Se la foto di copertina sembra – con discreta preveggenza, visto il successo della serie tv (qui la nostra recensione)- scattata il giorno prima del disastro di Chernobyl, la musica è effettivamente atomica. L’attacco del disco è senza quartiere con un tris di pezzi forti; Til’ the moment of death apre le danze aggiornando le lezioni beat e garage che alla fine dei sixties cambiarono per sempre la musica pop, Rescue You prosegue sulla stessa linea proponendo un riff killer rock blues, per poi fare spazio alla sfiziosa Je ne me connais pas, cantata per metà in inglese e per metà in francese. Certo, l’attacco ricorda – tantissimo – Walkin’ on the sun delle meteore Smash Mouth, ma l’andamento del pezzo fa sì che la brava Mattiel si faccia subito perdonare. Food for tought propone un sorprendente rap di prima del rap, un po’ alla Magnificient Seven dei Clash, dove la nostra mette in mostra un invidiabile flow su un arrangiamento che pare uscito da Highway 61 Revisited di Bob Dylan. Keep The Change sorprende a sua volta per le atmosfere indie, mentre la seguente Millionaire è un bel pezzo che permette di tirare il fiato con atmosfere molto à la Velvet Underground.

Qui, fatalmente, il lavoro tende a una leggera flessione, nonostante Populonia rimanga ancora un bel pezzo che sembra citare nel riff e nelle melodie i Kula Shaker più nostalgici, ovvero gli unici ad aver senso di esistere. I brani successivi si confermano su buoni livelli, dal country di Blisters al rock ‘n’ roll scatenato di Berlin Weekend, ma senza aggiungere colpi da K.O. all’album.

Insomma, un delicato-secondo-album, come si dice sempre in questi casi, che conferma Mattiel su livelli di pura eccellenza.

 

Andrea La Rovere