Roma di Alfonso Cuaron, recensione

di InsideMusic
Piccole onde schiumose si infrangono contro un pavimento piastrellato, e vanno a morire in uno scarico. Lo scarico di un cortile, acqua da un secchio a sciacquare via gli escrementi di un cane: è questo l’incipit di Roma, ultimo film del regista Alfonso Cuaròn, già noto per Gravity e I Figli Degli Uomini. Roma è vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia e distribuito da Netflix.
Roma recensione alfonso cuaròn

Il pavimento sciacquato della famiglia.

Roma è un film sul Messico: non sui Maya, non sulla droga, non sui sacrifici umani, non sulle foreste incontaminate o i grandi deserti; no. Non un film su una singola persona, come Bohemian Rhapsody. Un film, invece, sulle donne del Messico, discendenti da gringos o indigene.

1971, Città del Messico. Cleo (Yalitza Aparicio, alla sua primissima esperienza cinematografica) è governante a casa di Sofia (Marina de Tavira) e Antonio (Fernando Grediaga), della madre di Sofia, Teresa, dei loro quattro figli, in un quartiere “bene” della città: Roma, per l’appunto. Assieme a lei c’è Adela, sua collaboratrice. Come tante, lei sciacqua i panni sul tetto dei palazzetti, li lascia ad asciugare dal vento impietoso della città di montagna; accompagna i bambini a scuola, cucina i pasti, pulisce la cucina, si occupa del cane Borras, rassetta casa, spegne le luci, e va infine a dormire nel piccolo appartamento che condivide con Adela.

Ha anche un fidanzato, Fermìn, cugino di quello di Adela, una specie di avanzo di galera che ha trovato la sua vita nelle arti marziali, disciplina in cui si allena con estremo rigore. Cleo è una ragazza silenziosa, che parla solo quando necessario: è però felice, con i bambini, con Adela, con Fermìn. È felice di andare al cinema, di fare le flessioni con Adela prima di andare a dormire. Antonio la spaventa un po’, Teresa è affettuosa ma non troppo, e Sofia non assomiglia molto ad un essere umano, per lei. È più una strana creatura che lascia che i suoi figli siano cresciuti da altri, mentre è racchiusa in una crisalide di dolore e bei vestiti di cui neppure lei sa di essere cinta.

Un giorno, Cleo e Fermìn si appartano in un hotel. Fanno l’amore. Qualche tempo dopo, succede la più prevedibile delle cose, eppure sempre così potente nella sua scontatezza: mentre sullo schermo del cinema, su quel telo candido, scorre Tre uomini in fuga – film a colori, ma reso in bianco e nero come tutto Roma – Cleo confessa a Fermìn di essere incinta. E lui scappa, per non farsi mai più vedere. Nel mentre, anche Antonio scappa, fingendo grandi convention di medicina, lasciando la moglie e i quattro figli.

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Antonio e Sofia.

Le due donne, Sofia e Cleo, si ritrovano così, sole, coi loro rispettivi dolori, costrette a condividerli, ma la vita di Città del Messico non si ferma: come un colorato formicaio brulica sempre, di bande per strada, di proteste studentesche; la polvere si alza sugli altipiani che circondano la metropoli, sui compagni di arti marziali di Fermìn, e sul loro insegnante, stretto in una tutina aderente.

Roma è girato in bianco e nero, in gloriosi bianchi accecanti di panni profumati e candeggiati e in neri di occhi scuri e profondi: Roma è un film in cui il sangue è grigio, e si confonde con le lacrime, con la sabbia, con la schiuma del mare. Tutto brilla di una luce rassicurante, ma al tempo stesso innaturale: quella che vibra in una casa a Natale, quando tutti i parenti si riuniscono; ciascuno con i suoi dilemmi irrisolti, con i propri rancori nascosti. Sofia è quella zia che si ubriaca, che finge di essere una roccia inattaccabile dalla crudeltà del genere maschile, ma che si chiude in bagno a piangere, sola con la sua bottigia di vino. La dolce Cleo, invece, è una donna d’altri tempi, lei è davvero puro granito: che però, all’interno, ha delle minuscole, stanche, crepe. Piene d’acqua. Che, alla prima gelata, la spezzano in mille frammenti. Alfonso Cuaròn mostra magistralmente, tramite l’eccesso descrittivo di mille orpelli per casa, tante piccole abat jour che si spengono, bicchieri lavati e tazzine rotte, la disfunzionalità di una famiglia come tante. Come le stanche ragazze sulla Senna di Gustave Courbet.

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Cleo, Yalitza Aparicio, sui tetti di Città del Messico.

Roma è un film fatto di sentimenti accennati, di timidezza, di muri trasparenti ma invalicabili, così come avviene nella vita reale. Ed è uno specchio della vita reale, nella sua profonda crudeltà. Perché esso tratta una miriade di temi, così eterei e distanti da noi poiché piazzati nei lontani anni ’70, ma sempre così attuali: primo fra tutti, la maternità, tema già affrontato da Cuaròn ne I figli degli Uomini. Perché non tutte siamo adatte ad essere madri, e, spesso, non siamo pronte. Ci ritroviamo così, come Cleo, incinte di una creatura che non sentiamo ci appartenga, che vediamo come un parassita: una responsabilità devastante, più alta di un’onda del tremendo oceano Atlantico, per lei, la piccola Cleo, che nuotare non sa. Perché, sostiene Cuaròn, senza dirlo, l’istinto materno non si inventa. Ed è proprio nella disperazione che Cleo scopre quell’istinto, ciò che spinge le madri a rischiare la propria vita per salvare quella altrui. Ed è lì, il fulcro del film.

Roma, però, non è un film misogino. I personaggi maschili sono, ad una visione superficiale, totalmente negativi. Fermìn e Antonio, però, non sono altro che Roma alla fine della decadenza. L’impero caduto del patriarcato: esegeti di un impero di cui non hanno saputo cogliere il bello, figli di un impero che non ha compreso come risolvere i propri problemi interni. Sfuggenti, superficiali e miopi, come fu Giuliano l’Apostata che, con un regno in fiamme, si convertì al paganesimo e attaccò gli eterni nemici Parti: sciocchi, rifuggono la responsabilità – alta come un’onda – di ciò che hanno fra le gambe: la possibilità di mettere al mondo la vita. Come Giuliano si consolava con gli antichi riti, Antonio lucida la propria macchina e calcola al millimetro lo spazio per entrare nel vialetto di casa senza graffiarla, maestosa marcia in sottofondo. Sofia, di contro, si vendicherà colpendo quell’oggetto di lucida lamiera, cui Antonio dava più amore che a lei. Fermìn, l’emblema dell’idiozia maschile da che esiste l’accoppiamento tribale: un uomo che predica elevazione morale – un pontefice massimo che tiene le sue orazioni sui fegati di pecora – ma che ha il coraggio di minacciare una donna incinta del sangue del suo sangue. Uomini che non possono e non vogliono avere una famiglia.

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La scena “madre” di Roma: una nuova famiglia che nasce.

Roma è un film per stomaci forti. Roma parla di aborto, tramite la scena clou della storyline di Cleo, parla di maternità, parla di patriarcato: parla di realizzazione femminile. Parla della forza di una donna sola con quattro figli, e di un’altra, Cleo, che ha il coraggio di abbandonare ogni cosa nel suo villaggio – la sua vecchia, eppure orgogliosa, vita da nativa americana – per tentare la via della grande città. Quante delle nostre nonne hanno fatto questa scelta, lasciando la montagna per scendere a Roma a fare le domestiche, come Cleo? E si sono ritrovate, come lei, a festeggiare il Natale con gli altri servi, mentre i padroni folleggiavano al piano di sopra?

Roma è un film sul coraggio. Il coraggio di essere donne, di essere madri dall’utero vuoto o che ha accolto molteplici embrioni; sul dare la propria vita tuffandosi sotto le onde anche se non si sa nuotare. Piccole onde che sciacquano via escrementi di cane.

In sostanza, Roma di Alfonso Cuaròn è un capolavoro. Staremo a vedere ai prossimi Oscar.

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