Intervista a Roberto De Ponti autore del libro : “Queen opera Omnia. Le storie dietro le canzoni.”

di Laura Petringa

Roberto De Ponti è una firma nota del Corriere della Sera, vice capo redattore dello sport. Ma la sua passione per la musica e per i Queen lo hanno portato a scrivere uno dei libri più completi sul noto gruppo leggendario che più ha affascinato la storia del rock. E lo ha fatto in modo meticoloso, canzone per canzone, ripercorrendo puntigliosamente aneddoti e voci che forse mai avreste potuto immaginare.

Un’incredibile opera, quella che ha fatto Roberto De Ponti, con il suo libro “Queen Opera Omnia”. Il sottotitolo, “Le storie dietro le canzoni”, racchiude esattamente l’essenza del libro, che racconta aneddoti, davvero privati, dove anche i fan più accaniti dei Queen potranno scovare perle preziose. Uscito il giorno in cui Freddie avrebbe compiuto 73 anni.

Spiega De Ponti “C’è un doppio percorso di lettura, si può utilizzare questo libro come un dizionario delle canzoni dei Queen, pescando titolo per titolo per cogliere i segreti di un determinato brano; oppure si può leggerlo dall’inizio alla fine , trasformandolo in un romanzo di formazione che racconta di quattro studenti inglesi che con le loro canzoni si presero il mondo”.

Ed è proprio questa la particolarità del libro, passerete per una breve ma esaustiva introduzione con tutte le caratteristiche dei quattro grandi d’Inghilterra (tranne l’adottivo Freddie ovviamente). Si passerà per le note di “Queen”, da “Keep Yourself Alive” a “My Fairy King”, fino a “Liar”, per “At the Beeb”, “Queen II”, “A Night At The Opera”, canzoni come “’39” e oltre…, “A Day At The Races”, “News Of The World”, più avanti “Live Killers”, il discusso “The Game”, e poi ancora il “Rock In Montreal”, l’ancor più controverso quanto splendido “Hot Space”, il periodo difficile di “The Works”, lo splendido Live Aid, e poi il “Live At Wembley” nell’86, l’arrivo di “Innuendo”, fino al disco postumo “Made In Heaven”. Questi sono solo alcuni degli album che potrete trovare in un libro ricco di particolari, di canzoni, minuzioso nel raccontare di date e di avvenimenti cronologici, che non salta nessuna rarità.

1) I primi Queen, quelli di “Queen” e “Queen II”, per intenderci da “Keep Yourself Alive”, “The Fairy Fellers Master-Stroke”, “My Fairy King”, “The March of The Black Queen”… sentono un po’ troppo l’influenza di due soli membri del gruppo ancora? Mercury e May?

“È un fatto che gli autori di praticamente tutti i brani dei primi album fosse lavoro esclusivo di Mercury e May. Taylor è riuscito a inserire giusto una canzone per album, non tra i suoi migliori brani peraltro, mentre per avere una composizione di Deacon bisognerà attendere l’album “Sheer Heart Attack”. Quindi sì, Freddie e Brian influenzano pesantemente le scelte iniziali della band, sviluppandone le due anime: quella più hard rock del chitarrista e quella tendenzialmente prog del cantante, anima che poi avrà un’evoluzione inaspettata ma non troppo più avanti”.

2) La rivalità May-Mercury, da cui è nato più di qualche capolavoro… come nasce e perché.

Definirla rivalità forse è troppo, probabilmente è più giusto definirla sano antagonismo. May e Mercury sono come i Lennon-McCartney dei Beatles o i Jagger-Richard dei Rolling Stones, una coppia di autori che però a differenza delle altre coppie scrive totalmente in proprio, influenzandosi a vicenda. La storia di “Queen II” è esemplare da questo punto di vista: cominciò May scrivendo “White Queen (As It Began)”, Mercury replicò con “The March Of The Black Queen” la quale a sua volta ispirò Brian per “Father To Son”. Mercury allora riprese in mano “Ogre Battle”. Le stesse “Some Day, One Day” e “Nevermore” parlano dello stesso argomento da due punti di vista differenti. Andando oltre, “We Will Rock You” e “We Are The Champions” sono nate contemporaneamente e per lo stesso scopo, coinvolgere il pubblico. Una è di May, l’altra è di Mercury, scritte all’insaputa l’uno dell’altro. Eppure entrambe hanno un titolo che comincia con “We”, “noi”. I due erano l’uno per l’altro una continua fonte d’ispirazione. Poi magari Freddie dichiarava agli amici “Brian scrive più canzoni di me, ma sono soprattutto le mie a sfondare”. Ok, forse rivalità è il termine esatto…”.

3) Un uomo, vari quadri, una galleria. Richard Dadd, Tate Gallery. Ha significato tanto per la storia dei Queen.

“Freddie aveva un diploma in arte grafica, ovvio che fosse appassionato di arte figurativa. In particolare era attratto da un quadro di Richard Dadd, “The fairy feller’s master-stroke”, esposto alla Tate Gallery. Dadd era un cosiddetto “pittore delle fate”, un artista vittoriano con una storia complicata di pazzia e omicidi alle spalle. Mercury, che scriveva canzoni senza trarre ispirazione da cose circostanti, in questo caso fece un’eccezione e traspose nella canzone tutto quello che vedeva in quel quadro, dipinto minuziosamente e altrettanto minuziosamente descritto dai Queen. La canzone naturalmente è “The Fairy Feller’s Master-Stroke””.

4) Dodici pagine per raccontare la storia di “Bohemian Rhapsody”. Il fenomeno mediatico ruota tutto intorno a questa canzone, non per niente. Una vera e propria opera lirica. La genesi parte da “The Cowboy Song”, con quel suo “ Mamma, ho appena ucciso un uomo”, e tutto iniziò…

“Questo almeno racconta la leggenda. “The Cowboys Song” sarebbe una canzone in embrione che Freddie provava quando ancora i Queen non esistevano e che aveva come incipit la famosa frase “mama just killed a man”. Su “Bohemian Rhapsody” si potrebbero scrivere libri, e anzi ne sono stati scritti. Sono probabilmente tre canzoni messe insieme e molte delle leggende che girano attorno a questo brano, la canzone del millennio come è stata votata, sono assolutamente vere. La lunghezza, quasi 6 minuti, che i discografici cercarono di boicottare; le tantissime sovraincisioni; il primo videoclip della storia. Il resto è cronaca: le 9 settimane in testa alla classifica, il ritorno 15 anni più tardi e tutti i record che accompagnano “Bohemian Rhapsody”. Il significato? È sempre stato piuttosto oscuro, anche se probabilmente è la rivelazione della vera sessualità di Mercury: un coming out in salsa operistica e rock…”.

5) In The Lap Of The Gods: versione classica o Revisited?

“Sono in realtà due canzoni completamente diverse: la prima è una stravaganza con esperimenti durante la registrazione, la seconda un inno da stadio, come l’ha definita Taylor “la nostra “We Are The Champions” prima di “We Are The Champions”. Non scelgo: mi piacciono tutte e due”.

6) Dopo “Another One Bites The Dust” arriva “Hot Space”. Uno degli album più discussi nel panorama della musica dei Queen. Album amatissimo o odiatissimo dai fan e della critica eppure dalle immense sonorità e dalla grandissima pulsione erotica. Canzoni come “Staying Power” o “Back Chat”: suoni robotici, new wave. Semplicemente non furono capiti. Che elemento di rottura significa per lei nell’ambito della continuità musicale del gruppo?

“La band a inizio anni Ottanta prese questa direzione, spinta soprattutto da Deacon e da Mercury. Taylor e soprattutto May, cultori dell’ortodossia rock, non erano molto d’accordo, anzi: si racconta di una rissa non solo sfiorata tra il chitarrista e il bassista per l’esecuzione di “Back Chat”. “Hot Space” non ebbe grandissimo successo, spiazzando i fan duri e puri, ma le esecuzioni dal vivo dei brani di quell’album erano comunque trascinanti. E i Queen alla fine sopravvissero a un album controverso, sì, ma che sarebbe stato rivalutato anni dopo”.

7) Freddie solista. Più Mr. Bad Guy o Montserrat Caballé? Due generi diversi ma entrambi successi epocali. Un duetto con Michael Jackson che ancora oggi echeggia postumo. Il più grande soprano del mondo non l’ha mai dimenticato, questo è certo.

“Sono convinto che la forza dei Queen stia in tutti e quattro i suoi membri insieme. Mercury era fondamentale, certo, ma lo erano anche la chitarra di May, la batteria e i falsetti di Taylor e il basso e le hit pop di Deacon. Questo per dire che da solo, Freddie secondo me non ha raggiunto i livelli a cui è arrivato con i tre compagni di band. Considero l’album “Mr. Bad Guy” un’occasione persa. Diversa è la collaborazione con Montserrat Caballé, la diva che Mercury idolatrava: qui Freddie ha messo tutto se stesso, facendo una cosa in anticipo sui tempi e creando le basi per il crossover tra lirica e rock che oggi è considerato normale ma che all’epoca fece storcere il naso ai critici di entrambe le categorie. Però considero focale un’altra esperienza solista di Mercury: la cover di “The Great Pretender”, successo dei Platters. Qui Freddie ha raccontato il suo vero io: il grande simulatore sul palco, una persona sconosciuta ai più nel privato”.

8) Il successo di “Innuendo”. Una canzone dopo l’altra che sembrano tutte sinonimo di vittoria. L’apice della gloria in un momento che purtroppo coincideva con quello della fine. Un coronamento, che come abbiamo visto, dura ancora da trent’anni. “There must be more to life than this”…

“I Queen sapevano che quello sarebbe stato l’ultimo lavoro con Freddie in vita. Questa atmosfera si avverte totalmente. Un album cupo, struggente e bellissimo. Un testamento spirituale, una compartecipazione unica, tanto che “The Show Must Go On”, che sembrerebbe la perfetta – purtroppo – conclusione dell’avventura di Mercury, in realtà è stata scritta da May. Che un po’ era in imbarazzo per quel titolo ma che venne spronato proprio da Freddie a tenerlo. I Queen sapevano esattamente che cosa stava accadendo e che cosa stavano facendo. E lo fecero benissimo”.

9) Progetti per il futuro, dopo questo entusiasmante libro? Ha aperto a molti segreti reconditi sulle canzoni che mai si saprebbero potuti sapere. Per la gioia di tanti, e con aneddoti davvero stupefacenti.

“Ho scritto da fan il libro che avrei voluto leggere e che non avevo mai trovato. Me lo sono scritto da solo. Ho la sensazione che sia piaciuto. Il futuro? Il sogno sarebbe tradurlo per averlo anche nella lingua dei Queen, perché ho la sensazione che anche all’estero esistano pochi libri minuziosi come “Queen Opera Omnia”. Voleva essere il libro “definitivo” sulla mia band preferita. Ci sono riuscito? Non sta a me dirlo. Però a me è piaciuto, scriverlo e leggerlo”.

 

 

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