Wasteland: il lungo corridoio attraverso l’aftermath nel ritorno dei Riverside – ANTEPRIMA

Alle volte basta poco per renderci conto di quanto in realtà siamo impotenti di fronte al caso. Trascorriamo il presente per costruire un futuro fatto di piani, idee, intenzioni, promesse e aspettative. Poi, però, il “qui e ora” (come cita Grahm Smith in Waterland) giunge a farci rendere conto che la vita, nella sua immanente potenza, sa bene come rimescolare le carte in tavola tramite un pugno nello stomaco ben assestato.

Così, il futuro che stavamo costruendo con tanto amore, svanisce abbracciato a un passato che non tornerà mai più lasciando, al suo posto, soltanto incognite e un grande senso di vuoto. La perdita di coloro che amiamo fa parte di quel “qui e ora” inevitabile e che, prima o poi, tocca tutti noi nella vita.

I Riverside lo sanno bene da quell’ormai lontano 21 Febbraio del 2016 quando Piotr Grudzinscki, inimitabile chitarrista e membro fondatore della band, ha deciso di giocare a tutti un brutto scherzo, abbandonando le terrene spoglie in una tragica notte invernale in modo improvviso e insospettabile.

Così, dopo lo stupendo Love, Fear and The Time Machine, i Riverside tornano sulle scene con Wasteland (in uscita il 28 settembre sotto l’egida della Inside Out Music), album che porta dentro di se la “valle delle lacrime” che ingloba tutti noi quando ci ritroviamo ad affrontare quel tragico senso di incompletezza dovuto alla perdita.

Gli eventi ci segnano, ci plasmano e modificano. Così, nelle tinte fosche di Wasteland, rimane palpabile l’angoscia e la rassegnazione ai drammi della vita, la rabbia per l’impotenza cui veniamo messi talvolta di fronte e anche la delicata malinconia di una tristezza intima e personale.

Il tutto si dispiega in un alternarsi di riffing duri e granitici (tendenti a panorami metal che ci riportano ai Riverside di Second Life Syndrome) con esecuzioni dal sound acustico e compassato, emotivo e flemmatico.

Il viaggio che ci porta attraverso il cataclisma emotivo della perdita si apre con la compassata e atmosferica The Day After, breve pezzo introduttivo che ci affida poi ad Acid Rain con il suo incipit estremamente duro, condotto da un riff deciso  che va poi, nel suo svolgimento, ad affidarci a sonorità dal taglio psichedelico, melodico e quasi ossessivo.

Dopo la prestante (ma a tratti inconsistente specialmente nella struttura dell’arrangiamento) Vale of Tears, pezzo dalle sonorità dure e basato sullo scambio di riff dal taglio gotico/drammatico, ci ritroviamo catapultati nelle sonorità delicate di Guardian Angel, ballata basata su chitarra acustica e pianoforte che deve il suo sound in modo netto al precedente Love Fear and the Time Machine.

Il dolore per la perdita è in grado di trascinarci in un alternarsi di emozioni talvolta netto e nevrotico ove malinconia e tragica disperazione alternano le loro colorazioni trascinandoci in un valzer fatto di rassegnazione, tristezza, furiose crisi di rabbia ed epifanie taglienti come lame affilate.

Arriviamo così a Lament, uno dei momenti migliori dell’album. Il pezzo ci trascina in scape particolareggiati dove un delicato arpeggio di chitarra acustica si scambia con bordate distorte e organo regalando al pezzo un sound trascinante, bipolare ed estremamente dinamico (elemento piuttosto mancante nel complessivo lavoro) nella sua duplice natura.
The Struggle For Survival è una strumentale di ben nove minuti e trenta secondi che si presenta come il pezzo meno riuscito dell’intero lavoro. Troppo lunga nel suo svolgimento a fronte di una certa mancanza di idee ed eccessiva ripetitività. Fare un buon pezzo strumentale non è da tutti, ciò che manca talvolta è semplicemente l’impostazione mentale. In questo viaggio musicale è una tappa che potremmo saltare tranquillamente.

Così, dopo la folkeggiante e Opethiana River Down Below arriviamo alla title track, Wasteland, pezzo dove riffing duri e taglienti si alternano a sezioni melodiche dal gusto atmosferico e folcheggiante. A differenza del precedente caso, la durata sostanziosa non si manifesta come un problema a causa di una buona gestione della dinamica e dell’alternarsi tra parti vocali e strumentali. Traccia che riporta agli scape sonori di Shrine of New Generation Slave, è uno dei momenti più alti dell’album.

Saranno poi le delicate note di pianoforte e voce di The Night Before a condurre alla sua conclusione il viaggio musicale. L’ending ha il sapore del ricordo, dell’accettazione sofferta. Prima o poi la perdita va metabolizzata, consumata, digerita. Ciò non è, ovviamente, un lenitivo.

Quando un passato si chiude porta via con se anche l’ipotetico futuro su cui avevamo costruito il nostro divenire. Di fronte a un passato dalle porte ormai sbarrate e ad un futuro inaspettatamente rivoltato e inconsistente la sensazione che scaturisce è quella del vivere un limbo. I ricordi di un tempo e di quello che il domani sarebbe potuto essere, prima del fallout, ci tirano indietro, cercando di farci varcare una soglia ormai chiusa mentre la paura e il senso di spaesamento rendono nebuloso, di difficile lettura e incerto un futuro tutto da riscrivere.

Ogni perdita porta con se un vuoto che non potrà mai essere riempito, ogni cosa, ogni persona, ha in noi il suo posto specifico e nulla e nessuno potrà mai sostituirlo. Per questo, l’accettazione, rimane la sola e unica via di scampo dalla “Vale of Tears” in cui, per forza di cose, ci ritroviamo a camminare.

Con Wasteland i Riverside ci comunicano il loro percorso, il tragico cammino del dolore e dell’accettazione con una conclusione malinconica che porta in se tanto il rammarico per ciò che non farà ritorno quanto un briciolo di speranza per un futuro tutto da scrivere che si presenta nella forma di un raggio di sole che penetra le fosche nubi della tempesta.

Non è il miglior lavoro della band polacca, poco ma sicuro. Tutti gli strumenti sembrano aver perso, rispetto ai precedenti lavori, la loro personale rilevanza, ridimensionandosi e minimizzandosi. I pezzi vengono estremamente semplificati in particolare nella profondità dell’arrangiamento. Il lavoro di Duda alle chitarre è discreto ma non ottimale, difficile non accorgersi della mancanza di un vero guitar’s man dietro le sei corde per quanto comunque il cantante/bassista polacco riesca a difendersi eseguendo un buon lavoro.

Wasteland è l’album della ripartenza, una transizione, un processo psicologico fondamentale che non è un punto di arrivo ma ben si un corridoio da attraversare per finire in nuovi landscape da vivere, differenti da quelli passati ormai impossibili da raggiungere. Nella sua natura transitoria si presenta come un buon album in grado di far sperare per un futuro più luminoso per una band di livello inestimabile.

Il corridoio è stato attraversato, vedremo, poi, cosa si celerà dietro le nuove porte cui verremo messi di fronte.

7.5

 

Lorenzo Natali

Lorenzo Natali

Amante della musica e dell’arte in tutte le sue forme. Studente di lettere, musicista e compositore (forse un giorno anche in modo professionale) ma, soprattutto, eterno eccessivo pensatore. Tendenzialmente bonario ed aperto ad ogni sound, raramente critico in modo cinico e accanito tanto da doversi sottoporre a censura. Forse, però, è meglio così….

2018-09-24T10:38:48+00:00 24 settembre 2018|Recensioni|0 Commenti