Conoscere la corte del Re Cremisi è un’esperienza che ogni appassionato di musica dovrebbe vivere. Una visita stupefacente dall’apparente incoerenza. È un castello ricco e grande quello del Re, con tante sale diverse dove il visitatore (o ascoltatore) entra e incontra una parte di sé.

Il 10 ottobre del 1969 per la prima volta questa grande corte delle meraviglie è aperta a tutti. A permetterci di entrare sono i King Crimson. In quella data infatti esce un capolavoro della musica contemporanea, a detta di molti il miglior album progressive di sempre: In the court of the Crimson King. Numerose sono le parole spese da critici e musicisti riguardo alla grandezza di questo album, a cominciare dalla complessità musicale espressa nei numerosi passaggi fra stili diversi dal rock al jazz, fino alla musica classica. Le sonorità espresse dai King Crimson travalicano ogni genere andando quasi a creare un ponte fra gli stessi, fino ad ora così distanti. Al punto che il famoso critico musicale Edward Macan definì In the court of the Crimson King come “l’album di rock progressivo più influente mai pubblicato”.

I primi passi. Gli albori dei King Crimson sono caratterizzati da continui mutamenti dei componenti della band, la cui instabilità si confermerà nel corso degli anni fino a farsi una costante. Nel 1967 i fratelli Mike e Peter Giles mettevano un annuncio in cui cercavano un cantante ed un organista (apparentemente, avevano già le idee chiare su quale tipo di musica avrebbero voluto sperimentare). Risponderà Robert Fripp che insieme ai fratelli Gilles otterrà un contratto con una casa discografica nel 1968, pubblicando qualche mese dopo The Cheerfull Insanity of Giles, Giles and Fripp. A fronte degli scarsi risultati (l’album ha venduto appena 600 copie) Peter Giles abbandona il neonato gruppo, accusando in seguito Fripp di aver brigato per raggiungere tale risultato.

Si aggregheranno poi Ian Mcdonald (il ragazzo sapeva suonare “solo” sassofono, clarinetto, chitarra, flauto e tastiera) e Greg Lake nelle vesti di bassista e cantante (il quale successivamente andrà a fondare gli Emerson, Lake & Palmer). Si aggiungerà il fondamentale apporto del poeta Peter Sinfield, che farà da creativo nel senso più ampio del termine, curando dalle copertine degli album alle luci, fino a collaborare alla stesura dei testi.

Dunque ricapitoliamo: Michael Giles alla batteria, Robert Fripp alla chitarra, Ian Mcdonald polistrumentista, Greg Lake voce e basso ed il poeta Peter Sinfield ad apportare ulteriore creatività (sarà lui, per esempio, a tradurre in inglese i brani della PFM per Photos of Ghosts: a volte ritornano). C’è quasi tutto per fare qualcosa di grande, con la sola eccezione del nome: lo troverà lo stesso Sinfield, dopo che insieme a McDonald scrisse il brano The court of the Crimson King. E proprio King Crimson (letteralmente Re Cremisi, con riferimento al principe dei demoni Belzebù) sarà il nome scelto da questo straordinario gruppo.

Alla corte del Re Cremisi. I contenuti di questo concept album sono molto profondi e scandagliano le più recondite angosce dell’animo umano. Cesare Rizzi dirà: “È un crudo resoconto delle paure e delle angosce dell’uomo del ventunesimo secolo (21st Century Schizoid Man) che rifugge solitudine e alienazione (I talk to the wind) rifugiandosi nella corte del Re Cremisi: una dimensione maestosa e lisergica fatta di sogni e illusioni, delicate armonie di tempi lontani (Moonchild) e mondi antichi, personaggi fantasy, pupazzi che danzano, buffoni di corte, illusionisti (In the Court of the Crimson King).”

Tanto siamo chiamati ad affrontare nell’ascolto di questo album. Lo capiamo subito dalla copertina dell’LP, una delle immagini più famose della storia della musica: l’uomo urlante, alienato, rosso cremisi che ci fa cadere nel tunnel senza fine della sua bocca spalancata, in un abisso di disperazione. Scegliamo di cadere in queste profondità ed entrando dentro l’album, aprendolo, troviamo un volto accattivante, accogliente e sorridente che ci benedice e ci invita a proseguire oltre per trovare un (falso) conforto. È il volto del Re Cremisi, degno delle migliori illustrazioni partorite dalla lugubre mente di Kentaro Miura. Ormai siamo dentro, siamo in ballo. Balliamo!

21st Century Schizoid Man

“L’ambiziosa filosofia di Fripp prende forma dalle prime battute di 21st Century Schizoid Man, dove la successione di rumori con un riff muscolare e i passaggi più improvvisati sembrano costruire una sorta di ponte tra la musica contemporanea, il rock e il jazz” (Christophe Pirenne, Le Rock progressif anglais)

La voce distorta, i ritmi all’apparenza sconnessi e le sonorità ispirate al rock duro del periodo, ci descrivono con minuzia di particolari il dramma della schizofrenia dell’uomo del 21 secolo. Il brano è un forte j’accuse nei confronti degli Stati Uniti, che incarnano pienamente – secondo il pensiero dei King Crimson – questo uomo così schizofrenico: la critica si appunta più precisamente sulla tragedia della guerra in Vietnam. Il brano contiene una sezione strumentale (sottotitolata Mirrors) registrata in un sola ripresa, a testimonianza dell’assoluta bontà delle qualità dei membri del gruppo. Peculiarità di questo brano è la voce urlata, distorta e schizoide – appunto – di Greg Lake. La canzone inizia con qualche secondo di silenzio prima di lanciarci in un folle vortice di suoni all’apparenza alienati fra loro, passando fra jazz e hard rock, con pause significative e strappi posti ad arte per dare la percezione della psicosi dell’uomo moderno, colpevole e vittima della disumanità della guerra in Vietnam. La conclusione così rumorosa e distorta è la firma in calce ad un brano che riesce pienamente nel suo intento, trasmettendo l’apocalittica realtà della guerra in Vietnam e della dissociazione – dalla socialità e dall’interiorità – dell’uomo del 21esimo secolo.

I Talk to the Wind

Riflessioni di un uomo con il vento. Questo brano ci riconcilia con noi stessi. Quantomeno, pare essere la risposta al dramma manifestato nel primo pezzo di questo straordinario album. A quella dissociazione sociale ed interiore dell’uomo del 21° secolo, appunto. Il contrasto fra la poco amichevole confusione musicale di 21st Century Schizoid Man e la quiete della dolce ballata di I talk to the Wind è palese e ci ammorbidisce lo spirito dopo tanta frenesia. La risposta dell’uomo al caos del 21esimo secolo è la ripresa della sua natura di uomo nella piena consapevolezza del suo essere libero (“you don’t possess me”) e svincolato dai giochi di potere e dalle forze nefaste della società moderna (“can’t instruct me”): nella nostra interpretazione, si tratta di una lotta senza quartiere e senza speranza. Con l’aumentare dell’influenza di Fripp sulla band – giungendo a dominarla nel corso degli anni – la sensazione si andrà accentuando.

Epitaph

Probabilmente è il brano più famoso del gruppo. Il concetto di fondo dell’album si riconferma: la risultante della riflessione della canzone precedente è un tristissimo Epitaffio; la voce solitaria di Greg Lake ci porta nella consapevole tristezza dell’uomo moderno. Il mellotron , a cui spesso fanno ricorso i King Crimson, geme di dolore insieme alla voce limpida e sembra raffigurare gli ultimi istanti di lucidità prima di una profonda agonia. L’epitaffio dell’umanità, l’ultima voce dell’uomo nella sua morte è la confusione (“Confusion will be my epitaph”). La più totale perdita di speranza anche davanti alla morte. L’ultima profezia dei King Crimson però è nei confronti della vita “ho paura che domani starò piangendo” (“But I fear tomorrow I’ll be crying”). Una cinica analisi, profondamente pessimistica e razionale davanti alla realtà di violenza e di dissociazione sociale proprie di quel tempo (ma che non sono poi così lontane dal nostro).

In the Court of the Crimson King

A corte! Stiamo per essere accolti al cospetto del Re Cremisi. Ci vengono presentati tutti i membri di questa terribile corte. Si susseguono davanti ai nostri occhi, in un’atmosfera fortemente medievale richiamata dai cori quasi messianici, i numerosi personaggi partecipanti a questa lugubre processione: loschi figuri come la “regina nera” e “la strega di fuoco” si aggirano fra saggi e giardinieri, burattinai e custodi di chiavi. Un testo fortemente allegorico, dunque, con numerose metafore che vi invitiamo a snocciolare nella lettura del testo conciliata con l’ascolto. La tensione dell’uomo del 21esimo secolo, approfondita e alienata da momenti di pace illusoria, non può che risolversi a casa del Diavolo.

Dopo “Storia di un minuto” della PFM (Ritmo Sbilenco: la PFM) il nostro viaggio introduttivo nella musica progressive ci permette un’altra introspezione profonda in noi stessi, uomini moderni. Tutti, almeno una volta, dovremmo andare a far visita al Re Cremisi. Anzi, tutti almeno una volta siamo già stati davanti al Re Cremisi ma nessuno ce lo aveva mai raccontato così!

Stay imaginative!

Luca Angelini e Marco Coco