Il 16 marzo 1978 Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse e il 9 maggio il corpo del Presidente della DC veniva ritrovato a Roma in una Renault rossa in via Caetani. Il buio era sceso sulla società italiana che crollava e lasciava in piedi una generale spoliticizzazione, indifferenza, vuoti ideologici e una profonda afasia. Ma cosa c’entra Rino Gaetano e la sua Berta filava con Moro? Andiamolo a scoprire.

Rino Gaetano, non lo nascondo, è il mio cantante preferito. Un artista ironico che, in meno di dieci anni di carriera, ha detto e fatto molte più cose di quanto si possa immaginare. Aldo Moro e il suo essere elegante e profondamente colto ha da sempre trovato in me una grande stima e ammirazione. Leader della DC, praticava la passione della politica e proponeva coesione, unità e confronto. Gaetano e Moro erano due personalità diverse e contrapposte. Due mondi paralleli. Due figure iconiche e storiche intramontabili. Entrambi, a loro modo, furono protagonisti di quegli irruenti anni Settanta che avrei voluto vivere. Un decennio dalle tinte forti, fatto di grandi festival del rock, di radio libere, di trasgressione, di creatività, di lotte politiche, di voglia del progresso. Ma come in tutte le cose, anche gli anni ’70 sono stati testimoni di pagine nere della nostra storia contemporanea.

Che le trame delle canzoni di Rino Gaetano fossero fitte e intricate non è un mistero. I suoi testi sono pieni zeppi di giochi di parole, audaci e ancora attuali, sono capaci di raccontare la verità amara e di coadiuvare la denuncia sociale alla leggerezza. D’altronde non c’è da stupirsi, Rino era un giovane menestrello che cantava del suo tempo. Lo faceva sempre, ad appannaggio di dicerie e credenze popolari. Lo faceva anche quando non sembrava, come la storia apparentemente nonsense di Berta che filava. A primo impatto ci troviamo di fronte a delle dissolute vicende amorose di una donna che genera un figlio dalla oscura paternità: “E Berta filava / E filava con Mario / E filava con Gino / E nasceva il bambino / Che non era di Mario / Che non era di Gino”. Se vi dicessi che analizzando il testo del brano ci troviamo in mezzo a delle vicende politiche dell’Italia degli anni di piombo, quella del “compromesso storico” di Berlinguer e di Moro, quella della DC, del PCI e del PSI? Ma andiamo per gradi.

Alzi la mano chi non ha mai sentito le espressioni “È passato il tempo in cui Berta filava” o “Ai tempi che Berta filava”. Impossibile non averle ascoltate almeno una volta dalla propria mamma, una zia o una nonna. Ma chi era questa Berta che filava? Due sono le leggende plausibili. La prima narra che la donna a cui fa riferimento questo aneddoto dovrebbe essere la regina Bertrada di Laon, moglie di Pipino il Breve e madre di Carlo Magno. L’esistenza e la circolazione del proverbio risale a prima dell’epoca rinascimentale, precisamente ad un episodio storico da cui il troviero Adenet le Roi, vissuto tra la metà del Duecento e l’inizio del Trecento, trasse un romanzo la cui protagonista era chiamata “Berta la Piedona”, poiché aveva un piede più lungo dell’altro. La ragazza, promessa sposa di Pipino il Breve, durante il viaggio per raggiungere il futuro marito, fu sostituita con la figlia della sua dama di compagnia, ma riuscì a fuggire e trovò asilo nella casa di un taglialegna presso il quale visse per anni mantenendosi con il lavoro di filatrice di lana. In seguito la sostituzione fu smascherata, permettendo a Berta di prendere il posto sul trono. La seconda leggenda dice che la Berta in questione era una certa vedova Berta, molto povera ma molto devota al suo re. Un giorno ha filato una lana sottilissima e l’ha donata al sovrano. E lui, saputo della sua povertà, le ha regalato tanti soldi e garantito una vita sicura e comoda. Quando i sudditi del re, saputo di questo gesto così generoso, hanno cominciato a donargli filati pregiati ma il sovrano ha risposto a tutti: “Non sono più i tempi che Berta filava”.

Rino Gaetano ha voluto riproporre a suo modo una di queste leggende? Assolutamente no. Ed è un “no” categorico il mio. E’ sbagliato credere che la canzone si riferisse al proverbio legato alla figura di Berta. Questo riferimento è uno dei più grandi falsi storici della musica italiana, perché la canzone concerne la figura di Aldo Moro. Berta infatti era proprio Aldo Moro. Ricordiamo che la canzone fu scritta e pubblicata nel 1976, in un periodo storico particolare. Un anno in cui si aprì la crisi di governo presieduto da Moro – il Presidente dalla Dc era favorevole all’apertura a sinistra e a quel famoso “compromesso storico” proposto da Berlinguer. Ma l’impatto devastante sulla politica italiana di quell’anno ci fu con lo scandalo Lockheed, tanto da spingere Moro alle dimissioni. Con le elezioni politiche dello stesso anno, il PCI ottenne uno storico risultato, portandosi quasi a pari punti con la Dc – 34,4 per cento contro 38,7 per cento. Dopo i vari lavori di tessitura diplomatica si formò un governo monocolore presieduto da Andreotti, mentre il PCI di Berlinguer dovette stare in panca ancora un altro giro e optare per l’astensionismo, una scelta fatta “per il bene del Paese”.

E quale personaggio della politica italiana degli anni ’70 tesseva scaltramente i rapporti con i vari esponenti partitici? Ovviamente Aldo Moro, il democristiano che “filava con Mario e filava con Gino”. Mario e Gino, molto probabilmente, erano i Segretari dei partiti dell’arco costituzionale (Psi, Psdi, Pri, Pli) che erano rimasti fuori dall’Esecutivo. Invece, il bambino che nasceva e “che non era di Mario e non era di Gino” era l’ennesimo governo monocolore democristiano. Leggendo il testo è impossibile non soffermarsi su un’altra figura, sul “santo che andava sul rogo”. Chi, secondo la raffinata e politologa mente di Rino Gaetano, se non Enrico Berlinguer poteva rappresentare il “santo vestito d’amianto”? Berlinguer si trovava in una posizione delicata. Era tra due fuochi: da una parte lo stimato Aldo Moro, con cui trattava segretamente il sogno del “compromesso storico”, e dall’altra il mondo sociale e politico del Paese – ricordiamo che l’Italia all’epoca era sotto scacco dagli Stati Uniti, nel bel mezzo della Guerra Fredda, e che un governo con il PCI avrebbe incrinato seriamente i rapporti tra la DC e la Casa Bianca. L’amianto che lo proteggeva erano proprio gli accordi che Moro aveva saputo creare, quegli accordi che a lui furono letali.

Roma, 28 giugno 1977. Una stretta di mano tra  Enrico Berlinguer e Aldo Moro, i principali fautori dell’opera di riavvicinamento tra le rispettive (e opposte) forze politiche, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana.

A fortificare e dare giustizia a questa analisi sono le parole che lo stesso Rino Gaetano diede al suo pubblico in un concerto in Puglia nel 1977, proprio sul sottofondo musicale di Berta filava:

“Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie. È uno dei più grossi calzaturieri. È uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. E’ uno che ha la freccia bianca in testa. Lui ha inventato diversi termini. È un grosso filologo. Ha inventato le convergenze parallele e la congiuntura, tutte queste cose che tendono a non chiarire nulla. È una cosa dispersiva. Io l’anno scorso ho scritto una cosa ancora più dispersiva, dedicandola a questi grossi personaggi del mondo della politica e di altri mondi. Questa sera la voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia”.

Rino Gaetano era un artista all’avanguardia, troppo avanti per la sua generazione. Sapeva rispondere ironicamente al politichese di quei tempi. Sapeva molte cose, e lasciava che i suoi testi venissero etichettati come grotteschi o nonsense.