Ricky Ferranti: la natura trova sempre un modo, ma noi invece no

di Paola Pagni

È su tutte le piattaforme digitali “Non farmi la guerra“, il nuovo singolo di Ricky Ferranti. L’artista piacentino questa volta gioca con le immagini: si immedesima nei panni della Natura mentre parla all’umanità.

“Non farmi la guerra” è un brano dal sound leggero, Ricky si muove tra melodie pop e percussioni dai ritmi africani. La canzone accattivante e avvolgente, fa ballare e riflettere allo stesso tempo. “Non farmi la guerra” è la Natura che apre gli occhi all’uomo.

Ricky Ferranti è un cantautore piacentino che ha fatto della musica non solo una passione, ma un vero e proprio mestiere. Diplomato al CPM (Centro professionale musicale) per due corsi dedicati alla chitarra elettrica, è anche un grande esperto di chitarra rock, rock blues e jazz. Ha insegnato all’accademia di musica Moderna di Piacenza, e attualmente insegna al Livestudio di Codogno

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ricky, per lanciare con lui un messaggio importante, quello che quando l’uomo danneggia la natura, non fa altro che danneggiare sé stesso.

Intervista a Ricky Ferranti

Ciao Ricky, tu con questo brano hai avuto l’idea di dare finalmente voce alla natura, che nelle tue parole in pratica chiede solo un po’ di pace: come mai hai pensato a questa prospettiva?

Mi è venuto naturale perché è un argomento a cui ho sempre tenuto molto anche per l’educazione che ho ricevuto. Quindi c’è un po’ una sorta di imprinting su questo, poi ho vissuto in campagna per tanti anni, quindi ho sempre sentito la natura come un contatto diretto. Così mi sono immaginato cosa potrebbe dirci se potesse parlarci, La Natura. Una volta vidi una trasmissione che faceva vedere come anche in un luogo devastato come Chernobyl, la natura fosse stata la prima a riprendersi, mentre l’uomo lì non poteva viverci. Quindi alla fine siamo noi che ci distruggiamo da soli. Poi la natura un modo lo trova sempre, e le spese maggiori le facciamo noi. Sembriamo tanto intelligenti ma ancora non abbiamo capito questa cosa.

Le sonorità africane, che rimandano immediatamente a madre natura appunto, sono state una scoperta o facevano già parte del tuo bagaglio musicale?

In realtà non sono mai andato su quel genere specifico. Diciamo però che è un tipo di musica che ascolto molto volentieri. Gli strumenti africani mi piacciono anche se non fanno parte del mio background, perché non li ho tanto utilizzati. In questo caso l’ho sentito quasi obbligato perché il ritmo tribale come archetipo fa parte della natura. Quando ho pensato al brano mi è subito venuto in mente questo mondo qui. Così ho deciso di mettere questo rimando musicale. Poi ho avuto l’idea di aggiungere il coro in lingua swahili grazie ad un mio amico del Camerun. Diciamo che è stato un richiamo, non troppo spinto magari, ma che ricordasse le radici.

A proposito di questo, tu hai fatto anche lavori totalmente strumentali: perché questa scelta?

Si ne ho fatto uno più elettrico, Space trip, e un altro di chitarra acustica e classica, che è un ep nato proprio l’anno scorso in lockdown perché non mi venivano più parole, che ho chiamato proprio Hope.

Sai, io nasco come musicista, quindi l’ambiente strumentale mi piace. Mi piace viaggiare con la mente e far sì che se qualcuno ascolta la sua musica possa fare lo stesso. Mi piacciono anche molto le colonne sonore. Quando nascono queste cose poi è per un’esigenza mia creativa, io le faccio nascere poi trovano la loro strada da sole.

C’è uno strumento particolare che tu senti per qualche motivo come il tuo preferito, o a cui magari sei legato semplicemente per questioni affettive?

Io ho ancora in casa una tastiera di una marca storica anni ’60: l’aveva presa mio zio e poi me l’ha regalata quando ero bambino. La conservo giù in studio e sicuramente ci sono particolarmente legato perché mi ricorda l’infanzia, il primo avvicinamento alla musica. Anche se poi il piano non è proprio il mio strumento principale, io più che altro sono pieno di chitarre. Comunque questa pianola è molto vintage, molto anni 70 anche bella da vedere.

Tu stilisticamente sei passato dall’italiano, all’inglese poi e poi di nuovo all’italiano: cosa ti ha portato a questa scelta?

Io ho sempre scritto in italiano però, suonavo in band dove altre persone cantavano, e le esigenze erano diverse. Io ho sempre portato avanti progetti più sul rock, Blues, quindi quando scrivevo lo facevo in inglese. L’italiano però è sempre stato presente anche se poi non usciva. Poi ad un certo punto mi sono trovato con un buon numero di canzoni che non erano ancora uscite, così ho deciso di dargli un’occasione. Ho solo dovuto aspettare il momento giusto.

Ammesso che questo spiraglio di luce si apra, tu hai programmato serate live? Quindi come ti muoverai nel prossimo futuro?

Uscirà un nuovo singolo a fine maggio dalle sonorità più rock rispetto a questo, e poi sto preparando ovviamente l’album. Per quanto riguarda il live, le prospettive non sono ancora molto chiare, non abbiamo ancora capire cosa possiamo programmare e quando, anche a livello di orari etc.

L’anno scorso molte serate le ho fatte tipo nei Pub o cose del genere: eventi più grandi al momento la vedo dura, ma aspettiamo a vedere come si evolve la cosa.

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