Un viaggio attraverso ricordi e sensazioni a cavallo di note gravi e corpose

Intro
Questa settimana l’orecchio vigile ed instancabile di B-side scende verso il basso, in tutti i sensi. Ciò che andiamo a proporre oggi è infatti una composizione del 1976 considerata quasi rivoluzionaria per il mondo a quattro corde, eseguita da un quattrocordista d’eccezione: Jaco Pastorius. Pastorius, noto per aver rivoluzionato il ruolo del basso elettrico ed averlo elevato a strumento solista, compone il brano in questione dedicandolo a sua moglie Tracy Sexton, da cui il titolo “Portait of Tracy”. Due minuti e ventidue secondi di solo e puro virtuosismo bassistico: niente batteria, chitarra, neanche una parola, ma in compenso una storia, un viso, un amore, memoria ed emozioni. Tratto dall’album di debutto omonimo dell’artista statunitense, il brano è un viaggio tra melodia, armonici e suoni caldi che inizia e finisce su quattro spesse corde metalliche.

N.B. si suggerisce di mettere in riproduzione continua il brano in questione durante la lettura di quanto segue.

Strofa
Un sole tiepido di fine maggio mi accarezzò la fronte, madida di sudore. Aprii gli occhi uscendo da un sogno tormentato, nebuloso, in cui sprofondavo in una voragine senza fine e senza luce. Ma era solo un sogno.
Ad attendermi trovai le bianche pareti del mio casolare di campagna, che ormai da una settimana a questa parte erano l’unica compagnia di cui disponevo… L’unica compagnia di cui sentivo il bisogno. Le lenzuola di lino su cui ero tortuosamente adagiato erano zuppe, completamente stravolte da quello che doveva essere stato un sonno veramente agitato. Dalla finestra della mia stanza, spalancata, entrava un’aria fresca, inebriante, profumata, desiderosa di accogliermi tra le braccia e trascinarmi dolcemente al davanzale. La assecondai. Mi misi a sedere al centro del letto, passando in rassegna con uno sguardo ancora stordito l’arredamento scialbo della mia stanza. Prima di alzarmi mi gustai un silenzio penetrante, me lo lasciai scorrere addosso e sotto la pelle… Era come un massaggio per la mente, quel viaggio lontano dalle rumorose moine che una scintillante Napoli, vestita di luci e voci, mi rivolgeva ogni giorno. Li, in quel casale, l’unico suono percepibile era il respiro del vento ,e il tonfo di qualche mio pensiero che rimbombava tra le alte mura candide.
Calai le gambe oltre il limite del materasso, e le lucide assi del parquet mi persuasero a camminare scalzo per godere di quel tepore che aveva da subito invaso le piante dei miei piedi. Cominciai ad avanzare piano verso la finestra, facendo scricchiolare le ossa quasi come se fossero fatte di cartapesta; allargai le braccia e stiracchiai la spina dorsale, producendo una sonora sequenza di “crac”. Restio ad abbandonare quel torpore legato al riposo, impiegai molto più del dovuto a raggiungere la finestra. Ad ogni passo acquistavo lucidità e coscienza, che andavano a diluire quel senso di angoscia e malessere provocato dell’incubo che avevo avuto poco prima. Mi accorsi dei microscopici pulviscoli di polvere che vagavano leggeri nell’aria; sembravano quasi addensarsi in quell’unico e caldo fascio di luce che squarciava la penombra del locale… Senza peso, senza tempo, scivolando e guizzavano nella luce, per poi svanire nel nulla una volta usciti dalla porzione illuminata della mia stanza. Agitai pigramente la mano come per scacciarli, per poi poggiarla sul freddo marmo del davanzale. Ero lì da ormai due settimane, e quello spettacolo mi lasciava ancora sgomento… Ogni volta…
Disteso e quieto, fuori dalla mia finestra c’era un oceano. Non un oceano comune, ma uno tinto di un rosso brillante. Un oceano dove la spuma delle onde era stata sostituita da fitti grovigli di steli verdi e le acque erano sbocciate in sanguigni petali rossi, che si agitavano impotenti sotto il volere del vento, maestoso direttore d’orchestra. Come la brezza increspa le acque e forma le onde, così il vento spingeva e tirava centinaia di  gocce dai colori bollenti, che ondeggiavano sinuose e restituivano al mio sguardo un profumo carico di sensazioni e ricordi. Quello sterminato campo di tulipani si agitava sotto i miei occhi increduli, quasi troppo piccoli per contenere tutta quella vita, ed occupava tutto il panorama visibile. Rimasi a quella finestra forse per dieci minuti: dieci purpurei, inebrianti e solenni minuti perso a scrutare la danza leggiadra di centinaia di piccole teste. Allungai una mano, raccolsi uno sgualcito pacchetto dal tavolino ai piedi del letto e ne tirai fuori una sigaretta; le diedi fuoco, aspirai una boccata e dopo qualche secondo soffiai via uno sbuffo di fumo. Osservai per qualche secondo i rivoli argentei che pian piano salivano verso l’alto, poi il mio occhio cadde sul giradischi posizionato sul tavolino; sul piatto c’era ancora un disco, lo feci partire e tornai a guardare oltre la finestra. Sbuffando nuovamente, i miei occhi si rituffarono tra i petali vermigli…
E cominciò a piovere. Dalle nuvole. Tra i tulipani. Nella mia anima.

Solo
Basso.
Una morbida quanto fluente cascata di note diafane si riversa nell’orecchio di ascolta. Ogni suono sembra espandersi, crescere e riecheggiare nella testa. Arrivate sul fondo, tre di questi tuonano e ruggiscono spezzando la risonanza lasciata dai precedenti, aprendo così una danza tra alte e basse frequenze cortesemente accompagnate da armonici naturali ed artificiali. I toni si rincorrono, rallentano e prendono velocità, si gonfiano e serpeggiano nelle loro scie, alimentando un gioco di luci ed ombre sospeso nel tempo. Caute si uniscono alla giostra blande dissonanze che dirottano il brano verso l’orlo della disarmonia, su cui una manciata di parole metalliche giocano e saltellano, ora da un lato, ora dall’altro. Dall’alto un mantra strumentale comincia a vorticare su se stesso e a lasciarsi trascinare da un fiume di note gravi, per poi infrangersi sulle rocce e ricominciare a fluire, inesorabile e onirico.
Un alito di vento. Tuoni. Tintinnii stridono e rimbombano. Silenzio.