Pluriball: intervista a Francesco Anselmo

di Giusy

Pluriball è il nuovo album di inediti di Francesco Anselmo, edito lo scorso 21 Gennaio 2022. Si tratta del secondo disco del cantautore siciliano, che segue il fortunato esordio del 2018, Il gioco della sorte: un lavoro ben accolto dalla critica che lo elegge fra i cinque album d’esordio più belli dell’anno, selezionandolo tra i finalisti delle Targhe Tenco 2018 nella categoria Miglior opera prima

Pluriball; Francesco Anselmo – Recensione

Pluriball è una narrazione generazionale, che coniuga sperimentazione sonora ed un sofisticato retaggio cantautoriale contemporaneo, che si cuciono in un dualismo fresco e brillante. Francesco Anselmo è, infatti, un artista eclettico e bifronte, capace di brani folk e di melodie con le sonorità elettroniche più attuali.

Nove tracce che lasciano una sensazione a metà tra il nostalgico ed il vivace, ma allo stesso tempo romantica, che ti sprona a cantare ogni singola traccia del disco durante un viaggio in macchina, magari di quelli fatti a notte fonda.

Si comincia con Arredamenti, una ballade che traccia la via per il disco, un brano dalle nuance da cantautore classico, in quella che è una descrizione in cui si ripercorrono, alternandosi, frammenti di una storia che sembra aver perso i propri equilibri alla stregua del mutevole ed inesorabile corso degli eventi, e l’attesa ed ondivaga speranza che non tutto sia definitivamente perduto.

Tra le smanie gli obiettivi, e le piante da innaffiare”, il ritmo si fa più incalzante in Satelliti di condominio. Francesco, però, non cambia di certo umore: qui racconta di autunni, partenze e di una conseguente precarietà emotiva, lavorativa e domiciliare.

È poi la volta di Pluriball, il brano che ha dato il nome all’intera raccolta musicale. Qui il ritmo raggiunge l’apice e la fase narrativa diventa più evocativa che mai, in un crescendo pop-rock “maxgazzèiano”. Francesco Anselmo ci immerge in uno scenario dalle atmosfere malinconiche e romantiche, al cospetto della sua amata Sicilia.

Complessivamente, Pluriball coglie nel segno e dà voce alla generazione a cui appartiene l’artista: quella degli anni Novanta. Una generazione sfiduciata, incerta ed in stato di precarietà esistenziale, che si ritrova a vivere in una società fortemente reazionaria e mutevole, che altro non ha da offrire, eccetto la sua stessa irresolutezza.

Come dice lo stesso Francesco Anselmo: “Pluriball è una condizione generazionale di esistenza. La mia generazione, quella nata negli anni 90’, si sta trovando a vivere in una società così reazionaria e mutevole da rendere incerta ogni scelta, ogni mossa. Questo disco racconta come questa generazione, la generazione dei perenni fuori sede, si sta adattando a questi cambiamenti; a queste instabilità nel lavoro, nell’amore, nei domicili. Di come trova sempre la forza e la volontà per andare oltre. Ma intanto il tempo passa e proviamo a non affezionarci a niente e ci ritroviamo sempre a metà strada tra il cambiamento e la voglia di restare, rimanendo così incartati nel pluriball e sempre pronti ad un nuovo trasloco.

Intervista a Francesco Anselmo

Ciao Francesco, come stai?
Il 21 Gennaio è uscito il tuo secondo progetto Pluriball, che segue la scia de
Il gioco della sorte, un album molto apprezzato e ben accolto dalla critica. Eletto uno dei migliori cinque dischi d’esordio e giunto in finale per il titolo di miglior opera prima al Premio Tenco.
Ci racconti un po’ la genesi di questo tuo nuovo lavoro e di che album si tratta?

Pluriball è un disco che racchiude i miei ultimi due anni. È stato scritto durante questo periodo assurdo in cui ho avuto più tempo per decidere che direzione far prendere a questo mio secondo album e a come comunicare al meglio il suo contenuto. È un disco che si rivolge principalmente alla mia generazione e alla grande forza che utilizza per affrontare l’incertezza; quell’incertezza diventata parte integrante della vita dei “figli degli anni ’90” (e non solo).”

Ascoltando l’album Pluriball, ho immediatamente intuito una sterzata rispetto alle sonorità del tuo primo disco, in cui vertevano principalmente sonorità folk e di cantautorato popolare.
A cosa è dovuto questo cambiamento?

Alla base di questo cambiamento c’è la mia grande curiosità di sperimentare in materia di suono. Sono un grande sostenitore della ricerca e dell’evoluzione del proprio sound e credo infatti che la prima differenza che salta fuori rispetto al mio primo disco riguarda proprio le sonorità. Durante tutta la fase creativa di “Pluriball” sentivo la necessità di cercare suoni che fossero accattivanti, nuovi e diversi.”

L’album è stato anticipato dalla titletrack “Pluriball”, che ha anche dato il nome all’intera raccolta musicale.
Ci spieghi come si è originato e di cosa parla?

“Ho saputo recentemente che quel materiale che per me è sempre stato “le cose che scoppiano”, in realtà si chiama “Pluriball”. Si tratta di un oggetto che utilizziamo così spesso per proteggere e custodire i nostri ricordi che ho pensato di provare a scriverci una canzone. Nello stesso tempo, parlando con amici, notavo che alla domanda: “dove sarai o cosa farai tra due anni?”, quasi nessuno sapeva rispondere, quindi il Pluriball è diventato quell’oggetto sempre più presente negli spostamenti e nella dinamicità delle nostre vite da “perenni fuori sede”.”

Siamo la generazione del “per adesso”: forgiati dalla precarietà, temprati dall’assenza di certezze. Privati della possibilità di dire “per sempre”, alla continua ricerca di un equilibrio. Una generazione che ha fatto virtù dell’incertezza, nel tentativo di vivere al massimo le poche opportunità che la vita le offre. Proprio come scrivi tu stesso nella sinossi dell’album, una generazione che “trova sempre la forza e la volontà per andare oltre.”
Secondo te, questa “pazienza” che ci viene continuamente richiesta è da considerarsi una soft skill da mettere al centro del proprio atteggiamento o è più una debolezza che ci rende fragili?

Una domanda molto interessante, grazie. Credo che, non solo sia come dici tu una “soft skill”, ma addirittura un’arma molto potente di cui disponiamo come generazione. La duttilità, la grande capacità di adattamento, la reattività costituiscono la chiave per affrontare tutti gli ostacoli del tempo. Se da un alto esiste quest’incertezza, dall’altro lato ci è stata data la possibilità di andare oltre e di alimentare le nostre curiosità. Siamo in una sorta di equilibrio stabile, ma verticale.”

L’album si apre con un velo malinconico, quello del brano Arredamenti. Il protagonista guarda al passato con nostalgia, particolarmente rivolta ad una persona che non si è mai rassegnato ad aspettare.
Quanto c’è di autobiografico in questo brano?

Probabilmente è successo a tutti di trovarsi in una condizione simile ed è successo anche a me. Mi piaceva molto l’idea di pensare al nostro corpo come un appartamento vuoto da “ri-arredare”. Tra l’altro è una metafora che si sposa perfettamente con l’intero concept del disco, anche se sotto un aspetto diverso, in fondo si tratta sempre di incertezze e di forze.”

In Penne in scatola, invece, il personaggio principale, al cospetto di un ambiente svalorizzante ed effimero, votato alla semplificazione ed alla banalizzazione cronica, decide di rifugiarsi nella musica: l’unica cosa che a lui sembri conferire un senso assoluto alla parola.
Ti andrebbe di raccontarci come è nata questa canzone, e perché si evinca un Francesco Anselmo quasi rassegnato?

Questa è una canzone che definirei di sfogo. È nata mentre tutto era fermo, mentre i concerti e l’intero settore dello spettacolo soffrivano ancora più di altri settori questa condizione. Nello stesso tempo descrive le innumerevoli difficoltà di chi prova a fare questo mestiere. Alla fine però la musica riesce sempre ad andare oltre i problemi e “consumare penne” per scrivere canzoni diventa ancora più importante.”

È, poi, la volta di Lo dici veramente. La scena si apre schiudendo il cassetto della memoria: gesti e sogni che sono andati perduti nel tempo, sepolti da una vita che scorre ormai lontana, straniera e diversa da come l’avevamo immaginata. Qui, personalmente, sembra che tu porti in superficie un duplice tema sociale centrale per molte realtà dell’Italia: la diaspora che porta alcune realtà ad essere abbandonate dai giovani, che si muovono verso centri più grandi per studiare e lavorare, e l’incapacità, spesso, di restare fedeli alle proprie inclinazioni professionali per mancanza di opportunità di sostentarsi di esse.
Cosa puoi dirci riguardo a questo brano?

Nella domanda stessa c’è già un eccellente chiave di lettura. Questa canzone è molto importante perché, come scrivi tu stessa, la diaspora di molti giovani verso centri più grandi è un tema che ho raccontato in diversi momenti e in diversi modi in questo disco. Quando sento di ragazzi che vanno via dalla propria casa, dalla propria terra per cercare di realizzarsi penso a quanta forza, ormai quasi scontata, utilizzano. È un diritto di tutti riuscire a fare ciò che vogliamo e bisogna lottare e resistere affinché ciò possa succedere sempre.”

Difficile porre questa domanda ad un cantautore, ma c’è tra tutte le tracce dell’album una che ti rappresenta in maniera particolare o a cui sei più affezionato? Perché?

Dipende dai momenti e dai contesti. Tutte le canzoni di questo disco hanno una valore molto grande per me. “Arredamenti” è il brano che forse emoziona me stesso un pizzico in più rispetto agli altri, ma riascoltando tutte e nove le canzoni, mi rendo conto di quanto ognuna di esse rispecchi un momento ben preciso per me.”

Nella vita, ma soprattutto nel mondo musicale, è indubbio che la strada sia segnata da moltissimi compromessi, qual è quello che Francesco Anselmo non accetterebbe mai?

Non accetterai mai di perdere la naturalezza. I compromessi vanno fatti sotto tanti aspetti della vita, ma a mio avviso non devono mai superare il limite della personalità. Non accetterei mai di stravolgere il mio modo di scrivere e fare musica in modo “meccanico”, per un compromesso.”

Francesco, in questo periodo di “incertezza”, nondimeno sanitaria, hai in programma qualche live per il 2022?

Assolutamente si. Chiaramente nella speranza che tutto possa tornare normale quanto prima, ho già programmato i primissimi concerti. La prima data sarà il 18 Febbraio a “L’asino che vola”, Roma e sono felicissimo perché suonerò per la prima volta con la band le canzoni di questo album dal vivo. Il 19 poi saremo al “DLF” di Velletri.
Dalla primavera in poi i concerti si intensificheranno e spero di comunicare quanto prima le date.”

Grazie mille per la disponibilità e la gentilezza, Francesco. In bocca al lupo per il tuo nuovo progetto e speriamo di vederci presto in giro.

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