Pierfrancesco Favino: chi è l’attore co-conduttore di Sanremo

Una carriera internazionale costellata di successi, un attore versatile e in grado di prestarsi a molteplici ruoli differenti.

C’è chi dice che il cinema italiano sia in crisi. Forse non è nel suo momento di massima forma: certo, non abbiamo più Fellini, Dino Risi, non c’è più la commedia all’italiana di Ettore Scola, Monicelli è volato dal decimo piano, il realismo di Rossellini è lontano anni luce da ciò che si trova ora al cinema, ed il Gattopardo di Visconti è un ricordo in technicolor che svanisce sempre più; il Bertolucci moderno appartiene ad un’altra galassia rispetto a quello di Ultimo Tango a Parigi. Eppure è di poco fa la notizia della candidatura del film di Luca Guadagnino agli Academy 2018, Chiamami col tuo Nome, delicata storia d’amore ambientata negli anni ’80. Ed esistono registi, forse poco conosciuti al grande pubblico, italiani, che ben poco hanno da invidiare ai colleghi hollywoodiani, fra cui, recentemente, si son mischiati: si parte da Garrone, si passa per il crudo e violento realismo di Sollima, per i docufilm (il pluripremiato Terraferma) di Crialese, il gusto retrò e decadente di Sorrentino (premio Oscar 2014), l’americano di adozione Gabriele Muccino, Roberto Andò, legatissimo al mondo europeo. Ed i registi emergenti ma che già hanno fatto vedere grandi cose: Gabriele Mainetti ed il suo imperdibile Lo chiamavano Jeeg Robot, Sidney Sibilla e la geniale trilogia di Smetto quando voglio, un Breaking Bad all’italiana.

Insomma, grattando la patina di buonismo ed eliminando dallo sguardo gli infelici periodi di un certo signore turco (di cui l’ultimo dura più del dovuto), le tragicommedie famigliari sul degrado del Sud o le falsità del Nord, i cinepanettoni, i canovacci triti e ritriti o i remake di opere teatrali francesi, c’è molto da scoprire. Interprete di questo nuovo ciclo del cinema italiano, che, se vogliamo, è caratterizzato da un certo ritorno alle origini verista e realista, è indubbiamente il co-conduttore di Sanremo, Pierfrancesco Favino.

Classe ’69, nato a Roma da genitori pugliesi, ha iniziato precocemente la propria carriera attoriale, frequentando i corsi dell’Accademia di Arte Drammatica di Roma, e partecipando poi a fiction di Mamma Rai, quali Padre Pio (2000), Amico mio (1993), e Ferrari (2003). Nel 2001, però, arriva la grande occasione: Gabriele Muccino lo volle ne L’ultimo Bacio, suo primo grande successo, con protagonista Stefano Accorsi e dalla colonna sonora della giovanissima Carmen Consoli: interpreta un amico del protagonista, anch’egli affetto dalla sindrome di Peter Pan.

La consacrazione sul piccolo schermo arriva con la fiction del 2006 su Gino Bartali, leggendario ciclista, nel ruolo del protagonista, impegnato nella lotta col suo storico rivale, Stefano Coppi. La miniserie ebbe un enorme successo, grazie anche all’immedesimazione di Favino nel ruolo di Bartali.

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Altro ruolo di rilevo fu del sergente Rizzo nel film El Alamein,del 2002, dal regista Enzo Monteleone: attualmente riconosciuto come “pellicola di interesse nazionale”, per l’abilità mostrata Favino ricevette la sua prima nomination ai David di Donatello e al Ciak d’Oro. Anche Luciano Ligabue notò il talento del giovane attore e infatti sua fu la partecipazione a Da Zero a Dieci del cantautore emiliano, reduce dal grande successo di RadioFreccia.

Il suo primo ruolo iconico per il grande pubblico, in un film che fu capace di raggiungere ogni categoria di spettatori, visto anche il cast stellare, fu, però, in Romanzo Criminale di Michele Placido, nel 2005: il Libanese, dal romanzo di Giancarlo de Cataldo, carismatico quanto temerario fondatore della banda della Magliana, famigerata associazione a delinquere che caratterizzò la malavita romana dai tardi anni ’70 in poi.

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Fu tratta anche l’arcinota serie, dal romanzo, ed il casting per la serie tv, ossia i futuri interpreti del Libanese, del Freddo, del Dandi, e di tanti altri, fu basato proprio sulle fattezze degli attori del film di Placido. Per il film, vince, ex aequo con Santamaria (Dandi) e Kim Rossi Stuart (Freddo), un Nastro d’Argento. Arrivò anche un David di Donatello, proprio per il ruolo del Libanese. A tale ruolo nel gang movie affiancò anche partecipazioni in commedie leggere, come in Al Cuor non si Comanda, con Claudia Gerini.

Dal 2006 in poi, Favino lavorò principalmente in produzioni hollywoodiane, come ben pochi altri attori contemporanei italiani, inizialmente con ruoli minori, come in Una Notte al Museo, e poi in Le Cronache di Narnia-il Principe Caspian. Spike Lee, invece, regista con già all’attivo capolavori come Fa’ la cosa giusta, Malcolm X, e la 25esima ora, lo volle in Miracolo a Sant’Anna, del 2008, nei panni di un eroico partigiano. Ancora, per Ron Howard, fu in Angeli e Demoni, dal romanzo di Dan Brown, prequel del famosissimo Codice da Vinci. Un po’ per scelta, iniziò a specializzarsi nel ruolo dell'”italiano”, carismatico ed amante della giustizia, che verrà ripreso in Le Confessioni, con protagonista uno splendido Toni Servillo nel ruolo di un frate votato al silenzio, di Roberto Andò del 2016. Nel 2010 uscì il sequel de L’ultimo Bacio, ossia Baciami Ancora (la cui colonna sonora fu di Jovanotti), e nuovamente sua fu una nomination ai David di Donatello.

Una nuova svolta alla carriera avvenne con l’incontro, nel 2012, con Stefano Sollima, esponente del nuovo verismo italiano, regista proveniente dalla tv ma molto legato, come tematiche, al “marcio” che c’è in Italia: Favino fu cellerino in ACAB del 2012 e poi, in Suburra, nel 2015, un politico corrotto. Nello scabroso Romanzo di una Strage di Marco Tullio Giordana, del 2013, in cui si narrano i fatti della strage di Piazza Fontana, interpretò un anarchico, ottenendo un’altra nomination ai David di Donatello; il film, in tutto, nonostante le critiche degli esperti della strategia della tensione, ne vinse tre. Tornò alla commedia nello stesso anno con Verdone, in Posti in piedi in Paradiso, ed a Hollywood con Rush, sempre per Ron Howard (rimastone evidentemente colpito) nel ruolo del pilota Clay Regazzoni, a fianco di Chris Hemsworth (un certo Thor). Immagine correlata

Anche gli ultimi anni sono risultati estremamente prolifici per l’attore romano. Oltre ai già citati Le confessioni e Suburra, Favino appare nella pellicola inglese Rachel (ovviamente nei panni di un italiano), e, uscirà, nel corrente anno, l’ultima fatica di Muccino, A casa tutto bene, nei cinema dal 14 febbraio. Ragazze, fatevi portare al cinema, per San Valentino. Un consiglio spassionato.

Oltre alla carriera attoriale in celluloide, Pierfrancesco Favino risulta attivo anche a teatro, culla da cui era partito: quando fu chiamato a condurre Sanremo, infatti, era impegnato al teatro Ambra Jovinelli nell’intepretazione di una piece di Bernard-Marie Koltès, La notte poco prima della foresta, lungo monologo di più di sessanta pagine, un folle e fertile flusso di coscienza privo di punti, già interpretato da Santamaria nel 2010. Favino ammette di essersi avvicinato al testo per tornare all’origine dello stesso recitare, al suo fulcro più semplice, come un pellegrino che dopo aver portato molteplici maschere, può, finalmente, voltare lo sguardo verso casa e mettersi in cammino verso una meta certa ed accogliente. L’attore, vista la sua estrema duttilità e qualità, l’indubbio carisma e presenza scenica, risulterà un gran valore aggiunto per questo Sanremo che sta per iniziare, e di cui, sicuramente, si parlerà a lungo.

Giulia Della Pelle

 

2018-02-06T19:11:12+00:00 6 Febbraio 2018|News|0 Commenti