In occasione della manifestazione “Dioscotto – Area Riservata”, abbiamo raccolto le parole della più alta carica della singolare organizzazione religiosa: la Pappessa Scialatiella Piccante, massimo pastefice della chiesa Pastafariana.
Falsa partenza per “Dioscotto – Area Riservata“, la manifestazione organizzata dalla Chiesa Pastafariana Italiana che nella giornata di domenica 28 aprile avrebbe dovuto sensibilizzare, con una serie di performance di diversa natura la popolazione  napoletana circa la libertà di espressione e la strumentalizzazione della censura. Piazza Dante, la location designata per l’evento, è stata però purtroppo vessata ad intermittenza da forti temporali, che hanno reso impossibile a numerosi artisti in  programma di esibirsi.
Nonostante le condizioni metereologiche avverse, noi di Inside Music siamo comunque riusciti ad avvicinare Pappessa Scialatiella Piccante (all’anagrafe Emanuela Marmo), Pastefice Massimo della Chiesa Pastafariana Italiana.
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Segue l’intervista alla Pappessa:
Come e perché nasce questa manifestazione?
La manifestazione è organizzata dalla Chiesa Pastafariana Italiana, che rende culto al Prodigioso Spaghetto Volante, dio buono condito di sugo e polpette.Noi, a differenza delle altre religioni, abbiamo un rapporto con la divinità molto più sereno e più leggero e non vogliamo che in nome della religione siano perpetrate discriminazioni, censure o forme di violenza. “Dioscotto” è la tipica bestemmia pastafariana con la quale noi dimostriamo che è possibile essere indulgenti nei confronti di chi impreca. Da qui il titolo per una campagna nazionale che si ricollega ad “End Blasfemy Laws” campagna di estensione più vasta finalizzata all’abolizione dei reati di blasfemia; in nome della religione in Occidente vengono comminate sanzioni, ma in altri posti del mondo si finisce in prigione o si viene addirittura condannati a morte, ed è assurdo che il sacro diventi strumento di persecuzione, tortura, controllo e censura. Detto questo, siccome è soprattutto l’arte che soffre delle limitazioni nell’ambito della libertà di espressione, abbiamo creato un allestimento a cielo aperto che permetta di vedere in maniera pratica cosa di solito viene considerato blasfemo: vignette satiriche, interventi di street art, subvertising, opere quindi dal contenuto spiccatamente anticlericale. Ma perchè non permettere a queste persone di esprimersi? Pensiamo che qualsiasi divinità sia abbastanza potente da potersi difendere da sola, non ha bisogno dell’uomo. Lasciamo ai luoghi di culto la loro protezione e la loro libertà, ma vorremmo che i luoghi dell’arte avessero la stessa tutela. Dante ci volta le spalle: lui rappresenta un tipo di cultura alta e celebrativa della divinità, per noi è di uguale valore quella che resta nella carnalità, nella sporcizia, nella miseria dell’umanità, raccontata con ironia. La scelta di Piazza Dante come location è quindi una scelta casuale ma in un certo senso provvidenziale, a testimonianza del fatto che l’alto e il basso possono occupare lo stesso posto con eguale dignità, ognuno con il suo portato di significati, ognuno con il suo rapporto con il tempo e con i valori culturali di riferimento, ma non ci può essere uno senza l’altro.
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Il pridigioso spaghetto volante

Le istituzioni come hanno reagito a questa manifestazione? Avete riscontrato particolari difficoltà nell’organizzarla?
Immaginavamo di incontrare più difficoltà. Il primo tentativo di allestire questo spazio c’è stato il 30 settembre, giornata internazionale della blasfemia, ma non ha avuto successo. L’amministrazione comunale di Napoli ha però avuto un atteggiamento laico nei confronti di questa iniziativa. Io so che Luigi De Magistris (sindaco di Napoli ndr.) è credente e devoto, ed è proprio per questo che è stata esemplare questa città: ha dimostrato che un rappresentante delle istituzioni non può amministrare sulla base delle proprie credenze religiose e ci ha quindi riconosciuto la pari opportunità rispetto ad altre organizzazioni. È una cosa molto semplice: dovrebbe essere la prassi comune perchè è la nostra costituzione che lo prevede,
invece diventa eccezione.  Per esempio, recentemente è stata allestita una mostra nel comune di Arcevia in cui era presente un’opera che è stata censurata. L’esposizione è stata curata dall’assessore locale, che si è trovato al centro di critiche e polemiche, e l’opera è stata rimossa, nonostante si trovasse in un ambito riservato e il pubblico fosse stato avvertito di ciò a cui avrebbe assistito. Magari avrà disturbato qualcuno e quindi è stata tolta, ma non è giusto. Anche a me disturbano i simboli religiosi in posti dove
non dovrebbero esserci, come aule scolastiche o uffici pubblici, ma li non sembrano creare problemi. Se il parametro diventa ciò che infastidisce l’individuo, allora diventa troppo discrezionale stabilire chi può parlare e chi non può parlare. In merito a  ciò allora abbiamo creato un perimetro di protezione per opere considerate problematiche, e ci preme di dimostrare che in fondo così problematiche non sono… Sono semplicemente libere, com’è giusto che sia.
Luigi Izzo