E’ partito ieri, Sabato 20 Gennaio 2024 dal Glue di Firenze il tour di Paolo Benvegnù, È INUTILE PARLARE D’AMORE – LIVE 2024 per presentare al pubblico il suo nuovo lavoro.
Noi lo avevamo raggiunto qualche settimana fa, dopo aver ascoltato il suo album in anteprima, per scambiare con lui qualche domanda su questo piccolo gioiello, confezionato con la collaborazione, tra gli altri, di Dario Brunori e Neri Marcorè.
Questa è la nostra intervista a Paolo Benvegnù
Ciao Paolo, scusa ma sono un po’ giù di voce
Non c’è problema io sono sempre giù con la testa per cui…
Intanto complimenti per l’album, è stato un vero piacere poterlo ascoltare addirittura in anteprima
Beh guarda io mi vergogno molto quando mi fanno i complimenti, quindi li girerò ai miei compagni che sono stati veramente meravigliosi ed hanno creato loro i colori e le altezze di queste povere scritture
Partirei dal singolo ” Canzoni Brutte”, che parla dell’importanza di non valutare gli esseri umani solo in termini di prestazioni, ma piuttosto per sentimenti ed emozioni.
Nella narrazione del disco mi serviva un momento in cui uno dei protagonisti arriva a capire la debolezza del proprio segno, e Canzoni Brutte rappresenta proprio questo momento di debolezza, in cui dopo tante delusioni, lui piega il proprio segno alla massa. Partendo dal presupposto che io non ho quel talento lì, quello della fiamma che attira le masse, piuttosto ho quello dell’impegno della ricerca, che è una cosa diversa. Perciò ho cercato di immaginare cosa significa in questa ottica tradire per poi ritornare. Diversamente, il brano sentito fuori dal contesto del disco è un brano che mi fa molto ridere, perché non sei più un ricercatore, uno studioso, ma diventi un promoter. È il mio modo ironico di stigmatizzare il promoter che è in me.
Secondo te come si può recuperare questa ricerca in campo musicale, in questo momento in cui invece la fruizione della musica è immediata e veloce?
L’unico modo è chiamare le cose con il proprio nome. Una cosa è l’intrattenimento ed un’altra cosa è l’espressione.
Per me un ricercatore deve ricercare l’espressione: la propria, quella comune, quindi quella del suo personale quotidiano ma anche quella degli altri; cercare di partire dal particolare per arrivare all’universale. In questo momento storico si parla sempre e soltanto degli effetti, rispetto alle cause.
Io invece sentendomi studente, voglio arrivare alle cause. Penso che la musica, la letteratura, l’arte contemporanea, la danza le arti figurative in generale etc. non debbano semplificare il metodo.
Semplicemente per questo, perché fino al novecento l’assioma era così: non capisco una cosa allora devo studiare per capirla, ora se non capisco una cosa è perché tu ti spieghi male.
Però da una parte questa Canzoni Brutte la definisci anche tu stesso la rivincita dei Robin sui Batman, così che anche chi non ha il talento del protagonista riesce comunque in qualche modo a farsi vedere, no?
Hai perfettamente ragione, se non fosse che poi questa intuizione che ho avuto tre mesi fa, l’ho vista poi in uno spot pubblicitario non mi ricordo nemmeno di cosa, dove si dice ” noi non siamo per Batman, siamo per Robin ” o qualcosa del genere. Al che ho detto: ma questi creativi così filosofi, ma proprio la pubblicità devono fare? Mi han fregato Paola, ma ti garantisco che io ero arrivato prima di loro!
Ma ci sarà scritto da qualche parte, carta canta, no? Letteralmente
hahahaha esatto, carta canta, grazie
Sempre su questa tematica, si affronta anche il rischio di avere una matematica legata alla performance: secondo te c’è un modo per bilanciare la creatività e l’ambizione in questo senso? In modo che una non prevalga troppo sull’altra
Mettiamola così: prima parlavo della semplificazione del metodo. Se io semplifico il metodo significa che gli interlocutori a cui i rivolgo per me sono degli idioti. E questa è la cosa incredibile: tu semplifichi il metodo perché sottovaluti le persone che potrebbero ascoltarti. Ma questa è un’aberrazione.
E così, nell’espressione dell’intrattenimento è anche la performance, che però funziona al contrario: propongo sempre più gigantismo per fare in modo che il mio popolo mi veda.
Mentre io penso che la realtà delle cose funzioni in spazi stretti e con tanta concentrazione da parte di poche persone.
Se ci pensi, noi ci muoviamo sempre per i club con le nostre amicizie: è rarissimo che io mi muova con 50.000 persone.
Ma allora l’ambizione di avere la performance con 70.000 persone che la guardano che cos’è? Qual è la poesia? Mi viene da pensare che sia tutto da un lato gigantesco e da un altro sottostimato.
La cosa assurda è che più sottostimi quelli ai quali ti rivolgi, e più questi ti comprano. Non è bellissimo questo esperimento sociologico?
Forse anche perché più una cosa viene ridotta ai minimi termini e più possibilità ci sono che sia in comune con altre persone?
Hai perfettamente ragione, per questo andiamo alle cause di questa cosa: abbiamo così tanto bisogno di appartenenza? La domanda quindi diventa: se io ho così tanto bisogno di appartenenza per cui non vado ad un concerto per sentire un concerto, ma per cantare delle cose insieme ad altra gente che non conosco e non conoscerò mai, ma questo mi fa sentire comunque vicino a quello che c’è in curva dalla parte opposta dello stadio: non ho un problema io con l’appartenenza? Non ti sembra un po’ assurdo?
Questo apre una discreta questione sociologica, perché riflette un tipo di generazione forse, in cui si cerca questa appartenenza di massa, perché magari manca nella realtà più vicina
La tua è una giusta analisi. Io comunque cerco solo di capire questo fenomeno, ma poi le cose che faccio io per me terminano nel momento in cui hanno incuriosito i miei compagni ed abbiamo terminato una narrazione, in modo che diventi una piccola opera nostra. Da lì in poi, si passa al prossimo tema da affrontare, proprio come succede ad un ricercatore. Questa non è certo una critica a quelli che hanno a che fare con questo “gigantismo” ma è piuttosto una considerazione mia.
Tu hai definito questo tuo nuovo album un ” romanzo di formazione”: come hai sviluppato questa visione?
Semplicemente perché ha tutti i connotati di un romanzo di formazione: c’è la caratterizzazione del momento, la presentazione dei personaggi. E poi in questo romanzo di formazione ci sono idee: la quantità di possibile che sta nell’impossibile e viceversa, che è strettamente legata al concetto per cui l’effetto è la frustrazione, mentre la causa è la discrepanza che c’è tra il mondo reale e quello che invece desidero, ad esempio.
Questo è uno dei temi che viene affrontato. Un altro tema invece è se siamo veramente sicuri, visto che non porta niente da punto di visto materiale, che amare sia utile. E che cosa vuol dire utile? Con quale ottica guardiamo questa parola?
Di fatto noi stiamo perdendo il nostro senso dell’umano perché ricerchiamo disperatamente di accorciare il nostro tempo di pensiero per rispondere a domande che non servono a niente.
Per due amanti, di qualsiasi genere essi siano, che cosa vale? La presenza dell’altro e niente altro. La domanda è: a cosa serve tutto il resto che ci stiamo costruendo intorno?
Allora forse tornare a quella radice ci dà modo di essere più umani. Chiaramente questa per me è una speranza. Forse vana, diciamoci la verità. Ma speriamo di no.
Tu hai creato sia una versione in vinile che in digitale dell’album, con delle atmosfere di narrazione diverse tra loro. Come hai sviluppato questa idea.
Intanto partiamo dal presupposto che quello che facciamo io e me stesso, ha un impatto relativo sul realtà, in generale. Il senso è che se qualcuno magari si fa una camminata lunga, allora ha la possibilità di sentire tutto il continuum, come una specie di taglio del regista, director’s cut, nella versione digitale. Mentre l’ascolto in vinile si fa diversamente: hai in mano un disco, leggi i testi e magari sei a casa, e poi devi anche cambiare il lato, per cui già solo per questo l’ascolto diventa frammentato. Per cui siamo rimasti più “magri” dal punto di vista della narrazione. Quindi il vinile è più il taglio del produttore, il production’s cut.
Come sono nate le collaborazioni che troviamo in questo album?
Con Dario (Brunori) c’era da molto tempo questo desiderio di riuscire a coinvolgerlo. È stata proprio una frequentazione naturale. Lui è stato gentilissimo e generoso perché non aveva molto tempo per registrare, ma l’ha fatto lo stesso, e ci ha teso una mano, per questo abbiamo molta gratitudine nei suoi confronti. Così come anche per Neri Marcorè che invece ha conosciuto Luca Baldini, che è il bassista che suona con noi e che detta la linea a tutto il gruppo, il vero motore. Quindi dicevamo, lui ha fatto uno spettacolo insieme a Neri Marcorè che quando ha saputo che Luca suonava con me e con noi, è rimasto incuriosito, gli è piaciuto molto il pezzo e l’ha fatto, incastrando il tempo tra uno spettacolo e l’altro. Anche lui con questa generosità incredibile. Per cui ci sentiamo molto gratificati anche umanamente.
Tour appena partito, cosa cercherai di portare sul palco?
Il mio tentativo personale sarà quello di entrare in quella idea vagamente trasognata di quando questi brani hanno preso forma. Perciò sicuramente suoneremo tutto il disco, ma non per desiderio di esporlo, semplicemente perché in questo momento ne sentiamo il bisogno come tipo di narrazione. Poi, visto che comunque c’è un continuum tra tutti i nostri dischi, faremo chiaramente anche altri pezzi.
Queste le prossime date del tour:
Giovedì 8 febbraio 2024 – Hiroshima Mon Amour – TORINO
Venerdì 9 febbraio 2024 – Latteria Molloy – BRESCIA
Giovedì 22 febbraio – Monk – ROMA
Venerdì 23 febbraio – Arci Kalinka Dude – SOLIERA (MO)
Sabato 16 marzo 2024 – Sala Don Bosco – MAROSTICA (VI) – Nuova data
Sabato 6 aprile 2024 – La Darsena Live – CASTIGLIONE DEL LAGO (PG) – Nuova data

Sono una toscana semplice : un po’ d’arte, vino buono & rock ‘n roll.
“Non come chi vince sempre, ma come chi non si arrende mai”
(Frida Khalo)