“Otto” dei Subsonica è il vinile della settimana da Discopatici

Uscirà domani, 12 ottobre per l’etichetta Columbia/Sony Music Italia, “Otto”, l’ottavo album dell’elettronica band torinese Subsonica, e non poteva che essere che questo vinile il grande protagonista di questa puntata de “I Discopatici – Malati di Vinile”.

I miei privilegi di insider hanno fatto sì che avessi l’LP di “OTTO” già tutto intero, prima della sua commercializzazione! Mancava ancora qualche giorno all’uscita del prodotto quando questo involucro di cartone ha invaso la mia vita. Un corriere di rosso vestito – che chiameremo Babbo Natale moderno in ritardo (quattro anni dall’ultimo album sono davvero troppi) – una mattina ha bussato alla mia porta e la magia è iniziata. La quotidianità ha però preso il sopravvento e l’ascolto è stato posticipato al mio solito rito serale.

Che dite lo facciamo di nuovo insieme? Via l’involucro dal vinile, su la testina del giradischi e via con l’ascolto.

Il numero otto è fra i simboli più antichi: questo è il numero della rosa dei venti, nella terminologia buddista è il simbolo dei sentieri della Via. Universalmente considerato il numero dell’equilibrio cosmico, l’Otto è il simbolo dell’infinito, dove nulla finisce, ma c’è solo un continuo ciclo che non ha fine è il riflesso dello spirito nel mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile. Il numero otto rappresenta l’integrità e la completezza dell’età matura. E’ il numero che indica il pieno sviluppo delle risorse materiali e terrene. Come raddoppio del numero quattro, l’otto associa alla volontà realizzatrice del Costruttore, le doti del leader, deciso a conseguire autorità e potere, desidera un lavoro autonomo, che gli consenta di esprimere la sua ambizione, i suoi talenti e la sua intraprendenza.

Insomma maturità e autonomia sembrano essere le parole chiave per descrivere questo numero, vediamo adesso se queste sono coerenti con il contenuto di questi quattordici brani (di cui due singoli già noti: Bottiglie Rotte e Punto Critico).

Otto è anche il suffisso di questo mese – ottobre – e nonostante l’autunno inoltrato, le temperature ancora estive sembrano fare da cornice perfetta al consueto ascolto in terrazza. L’amaca c’è, la mia Kwak rossa ghiacciata anche. Giù la testina e via col primo brano.

Jolly Roger, più che un brano sembra essere un monito, quando suona con quel mantra incalzante “ma adesso siamo qui”. Partiamo dall’inizio, Jolly Roger è la tipica bandiera dei pirati degli anni 90, celebrata in molti film, assunta a simbolo di morte.

“Batti Jolly Roger la notte sopra un mixer. l cielo in una stanza – qui, non ci entrerà mai. Parli col computer. Esplodi come un geyser. L’estate sta finendo – ma tu, non te ne accorgi mai. I nostri anni hanno sfidato il tempo, ma adesso siamo qui!”.

Questa bandiera viene utilizzata metaforicamente come vestito per i mixer, nella fase creativa, che volutamente viene calata negli anni degli esordi, per sottolineare da dove si sta ripartendo. Samuel e Max, le penna del brano, seguono i dettami di Boosta e Ninja su questa base, fortemente elettronica per mettere in luce un botta e risposta fra i sogni musicalmente adolescenziali di un Romano che guarda a “chi eravamo” ed un Max che si concentra sul presente e “su chi potremmo ancora diventare”. Insomma Jolly Roger segna la morte di un periodo di pausa e la prospettiva di un nuovo presente insieme.
Alzo la testina del grammofono e fermo l’ascolto dell’LP, mi concedo un sorso della mia birra preferita e inizio a cercare dentro di me le risposte alle domande che mi ero fatta dal momento in cui era trapelata la notizia delle reunion. Qualche settimana fa ho scritto un messaggio, in una sorta di gioco di ruolo, dove la musica è l’escamotage che spesso uso per far conoscere tratti di me – storicamente finta estroversa, ma realmente vera ermetica – che recitava più o meno così: “I Subsonica hanno missato l’ottavo album, sta per uscire e sto per averlo. Lo attendo come si aspetta l’invito dell’uomo che più ti piace, mentre tu stai lì a guardare il telefono aspettando che ti chiami, dopo esservi rincontrati, passando anni senza frequentarsi. Come aspettare te insomma!”. Un’attesa carica di aspettative la mia, se non altro perché si contano nove mie presenze ai loro live di gruppo negli anni, più una per Samuel e una per Boosta. L’invito del messaggio non è ancora arrivato, ma l’album sì. Le premesse per far sì che almeno quest’ultimo non mi deluda ci sono già tutte.

Riprendo l’ascolto, è “L’Incubo” in featuring con Willie Peyote (paradossale che oggi sia esattamente un anno dall’uscita anche del suo secondo disco), unica collaborazione dell’intero lavoro, scopro dalla tracklist in copertina. Un suono da subito familiare, “Cose che non ho”, eccola è proprio lei. Ottava traccia del primo album “Subsonica” (otto, sarà un caso?), il beat è un sicuro rimando al passato, un mea culpa nei confronti di un percorso che sembrava essersi consumato nel tempo, con una svolta pop dettata da “Una Nave in una Foresta” e un testo che – esaltato dalle barre del lungimirante ex centralinista figlio di una ferrea “educazione sabauda”, Peyote – racconta dello smarrimento che si prova nel restare sospesi tra le proprie certezze e i timori di un passo verso l’ignoto, necessario per dare vita alle proprie aspirazioni. Un tuffo al cuore e un salto dall’amaca:

L’incubo di quando non sai più decidere, tra un equilibrio stanco e ciò che puoi vivere!
La corda che ti lega a quello che più caro hai, è un cappio e stringe e soffoca.
L’incubo di quando non riesci a decidere tra ciò che ti protegge e quello che è da recidere.

In fondo a cosa serve questa libertà quando non sai che fartene.

Ragazzi, se continuiamo così, io ho un cardiopalma prima della fine dell’album però. Apriamo una finestra temporale che si affaccia dritta nei nostri ricordi e facciamoci tutti la stessa domanda: “che prezzo ha la nostra libertà?”. Per me è sempre stato il bene primario, ho sempre fatto le mie scelte in base ad una forma di libertà almeno intellettuale. Ma mi sono anche dovuta adattare alla voglia di libertà personale pretesa da persone a me vicine, e costretta in situazioni che ledevano la mia, inducendomi in una forma di aut aut da cui sono spesso uscita con le ossa rotte. Un aut aut quasi alla Kierkegaard, quando descrive il doppio cammino della vita, dapprima edonista, improntata sulla ricerca della mondanità e del piacere a tutti i costi ed il secondo – che dovrebbe arrivare con la maturità – costernato di valori etici e senso di responsabilità. Ma come funziona se due anime gemelle si incontrano quando vivono esistenze immerse in due fasi kierkeegardiane diverse? Finisce con un aut aut e con una “libertà ad un prezzo”.
Ho bisogno di aria, devo riprendermi, fare una pausa golosa e tornare al mio ascolto. Le Pringles sono finite, ma è arrivata la pizza. Una capricciosa per me, ca va sans dire. Anche denominata “la pizza degli indecisi”, ho iniziato ad apprezzarne la sua abbondanza non appena abbandonata la classica “americana” all’età di otto anni. Età in cui ho conosciuto “Preso Blu”, grazie a mio fratello maggiore – Mariano – allora tredicenne.

La musica scorre, è il momento di “Punto Critico”, secondo singolo anticipatario di questo lavoro, un nuovo omaggio al passato, questa volta all’album che ha consacrato la band al mainstream, che ha compiuto diciannove anni proprio questo 27 agosto. Se “Microchip emozionale” uscisse oggi, conterrebbe con tutta probabilità sonorità come queste. Ninja e Max danno vita ad una base acida e groovosa, che fornisce occasione per un’analisi del tempo. Il testo di Max (come la melodia), costruito per abbinamenti, prova a descrivere questi “anni senza titolo”. Poveri di slanci ideali e di narrazione collettiva, votati all’individualismo, segnati da rigide chiusure, ansie patriottiche e tensioni nazionalistiche. E pur tuttavia globalmente decisivi per come pongono l’umanità di fronte a ineludibili scelte epocali. Spesso di non ritorno. La clonazione, il rapporto tra nuove tecnologie e libertà individuali, l’automazione del lavoro umano, lo sviluppo di intelligenze artificiali, le emergenze climatiche, appaiono temi fuori portata rispetto alla comune consapevolezza e alla sensibilità del tempo.
Tra un morso di pizza, un sorso della mia rossa amica, arriviamo al brano che mi ha incuriosito sin da subito per la pretenziosità del nome: “La Fenice”. Da sempre affascinata dal mito di questa entità che risorge dalle ceneri per rinascere a nuova ed eterna vita. Uno dei tatuaggi più inflazionati, simbolo della fine di un periodo di vita cruento, designa lo slancio verso un nuovo inizio. In questo brano esprime l’elemento autoritario che si ripropone con perenne capacità di trasformismo, che non rinuncia alla propria centralità, che ostruisce il ricambio di energia. “Salderò i miei debiti. È il mio destino, ora che è libero senza di te.”
Eccoci al quinto brano: “Respirare”, un omaggio alla iconica “Incantevole”, la dedica che ognuno di noi nella vita vorrebbe ricevere. È un invito a dissolversi, ad alleggerirsi dal peso di un’ansia, oggi così comunemente presente, ad uscire dalla propria autocentratura per smaterializzarsi nel flusso del tempo e nello scenario della natura. In un tempo di crisi così generalizzata, economica, politica, sociale. Un tempo in cui si è giovani a settant’anni per andare in pensione, ma disperati a trenta senza la solidità di un futuro stabile. Che spazio hanno i sentimenti? Samuel ha una risposta: “puoi respirare, solo respirare e dimenticare, e non pensare più”, fosse anche per quel paio d’ore insieme all’amata. Un testo che – pur sfiorando il rischio della melensa – riesce a non cadere nello stucchevole. Magistrali le tastiere di un molleggiante Boosta che creano una base armonica di fondo, che – pur abbassando il ritmo elettronico dei brani precedenti – riesce a non creare un gradino insormontabile fra le due tipologie di ascolto.
Siamo all’ultimo brano di questo Lato A ed ecco la mina, “Bottiglie Rotte”, magistralmente scelto come primo singolo, assoggettato a simbolo della reunion subsonica, annunciato con una diretta streaming in pompa magna.
Mi alzo dalla mia amaca per girare il lato del vinile e guardo il mare, istintivamente. La sua infinitezza è stata sempre il mio sommo metro di misura. Manco a farlo a posta, è “Onde” il primo brano di questo Lato B. Un titolo che sembra essere un rimando ancora a “Subsonica 1997” con “Onde Quadre”. Un significato opposto. Se ventun anni fa cantavano di una festa, oggi omaggiano la perdita di un amico. Collega della band e maestro di tecniche di registrazione per Max, scomparso in un tragico incidente stradale. Un brano che pone tutti noi davanti ad interrogativi esistenzialisti, nato da un bisogno catartico di Boosta di metabolizzare l’accaduto mettendo le mani sul suo pianoforte e “sfogandosi”. Il chitarrista e cofondatore del gruppo ha trovato l’appoggio dei colleghi. Brano che ci farà sicuramente accendere accendini o led del telefono ai prossimi concerti, con un Samuel al pianoforte e una versione senz’altro acustica. Brano slow, una pausa al ballo, e una parentesi sulla vita e i suoi dogmi. Si continua con il leitmotiv della melodia, È un brano proposto da Boosta, anche nella prima stesura del testo, successivamente rivisto e implementato insieme a Max e Samuel. È l’ingrandimento di un istante di fuga dai sentimenti, di un abbandono, di una riscrittura un po’ codarda e narcisistica, ma pienamente consapevole, degli eventi. Lo zoom si concentra sul dettaglio delle lacrime altrui per come cadono “bellissime” al rallentatore. Mentre la musica, inizialmente dolce e malinconica, accompagna il quadro emotivo in un crescendo di tensione. “Non porto mai dietro mai i rimpianti o i perché, e anche adesso ti lascerò ogni pagina di te”. Un ritorno in up tra suggestioni afro beat, synth visionari e un basso di Vicio che mantiene ostinatamente lo stesso riff per tutto il brano, attraverso i diversi cambi di scenario per “Nuove Radici”, forse unica b-side, non eccelsa. Un altro richiamo al passato con “Cieli In Fiamme”. Brano proposto da Samuel (suo anche il testo), elaborato ritmicamente da Ninja e Max in chiave “bass”, contrappuntato da incursioni elettroniche di Boosta e dalle plettrate nervose di Vicio. Carico di tensione fisica. Luci e ombre vorticano in un uragano capace di inghiottire per poi risputare la rabbia e i sentimenti. Fino ad una tregua finale patteggiata con i propri demoni. “Addormentati qua”, propone Samuel, che mi ricorda tanto un ritornello del cuore “Dentro I miei vuoti puoi nasconderti. Le tue paure addormentale con me” da “Dentro ai miei vuoti”.



L’album si chiude su un tema oggi molto discusso: “La Bontà”. Da alcuni identificata con buonismo, a cavallo tra cinismo e ingenuità. Il brano offre suggestioni, senza necessariamente indicare conclusioni, sull’inevitabile dualismo interiore. Il brano, proposto da Samuel anche nelle parole, ha il compito di chiudere l’album in una delicata sintesi di stili differenti che solo nel suono (e nella storia) dei Subsonica possono riuscire a convivere.

Otto” si è portato dietro un sacco di aspettative, il peso della delusione dettata dai singoli progetti dozzinali di Samuel e Boosta, ma ha avuto anche il vantaggio di essere nuovo e di non farmi piangere di nostalgia ogni volta che partiva una canzone. La notizia cattiva è che la nostalgia ti mette all’angolo, ti sembra non ti dia via d’uscita. La buona notizia è che gli angoli sono delle svolte. La cattiva notizia è che l’uomo della tua vita, quello per cui la tua libertà finiva dove iniziava la sua, si è scoperto essere l’uomo della vita di un’altra. La buona notizia è che l’uomo della seconda vita è certamente meglio. Forse ci rinnamoriamo solo per trovare nuovi occhi che ci guardino di profilo, mentre chiacchieriamo in macchina o storpiamo le canzoni. Vuoi storpiare con me le nuove canzoni dei Subsonica per il resto della tua seconda vita? Sì, lo voglio.

Quando ascolti un disco che ancora non esiste e non ne puoi parlare con nessuno, fra te e quel disco nasce qualcosa di segreto, un rapporto emotivo profondo.
Grazie di avermi coinvolta, ormai vent’anni fa, con “Preso Blu”, e che stasera, per l’ultima sera saremo solo io e voi, prima di diventare di “tutti” allo scattare della mezzanotte.
Strade molto diverse. Poi è arrivata la chiamata. Bisognava tornare a casa.!”

 

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-10-11T11:43:57+00:00 11 ottobre 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti