Orphaned Land la recensione di “All Is One” il disco che li ha portati al successo internazionale

Parliamo oggi di una band sorprendente, soprattutto per il contesto in cui è inserita: gli Orphaned Land da Tel Aviv, Israele. Ufficialmente si definiscono heavy metal, ma nei loro album è contenuto molto di più: su di tutto troneggiano sonorità arabeggianti mescolate ad un progressive di razza che dà origine a cambi di direzione e ritmo improvvisi, ma non mancano quasi mai guizzi death metal. Inoltre godono di una grande stima da parte di addetti ai lavori ben più famosi, quale, ad esempio, Steve Hackett dei Genesis, interessatosi nel 2017 ad una collaborazione inizialmente col solo Kobi Farhi estesa poi a tutti i membri della band. Perfino Steven Wilson, leggendario frontman dei Porcupine Tree, ha prestato, nel 2011, la propria voce reinterpretando “M I?”, brano proveniente da The Neverending Way of ORwarriOR, album, tra l’altro, prodotto dallo stesso Wilson.

Parliamo oggi anche della loro fatica più famosa, All is One, pubblicato nel 2014, il cui titolo è già emblematico del successivo contenuto: non importa la religione del mio prossimo, non esistono muri abbastanza alti da dividere gli esseri umani, e non sarà il nome diverso di un dio a dividerci. Ed il messaggio è semplice, potente, ma declinato nelle undici tracce dell’album. Siamo tutti esseri umani, ed ogni Dio, che venga chiamato col sacro tetragramma o Allah, permea ogni cosa e tutti siamo suoi figli. All is One è, inoltre valso alla band una notorietà internazionale anche al di fuori dei confini del piccolo stato mediorientale: nel 2014 è, infatti, apparsa online una petizione per proporre la candidatura degli Orphaned Land al premio Nobel per la Pace. Già prima d’allora, i quattro musicisti si era distinti per il loro impegno, fatto di musica e poesia, nel tentativo di risanare la Terra Santa, devastata da una guerra che dura da troppo tempo, e che ha subito una crudele accelerazione proprio negli anni ’10 del terzo millennio, ricevendo premi come The Friendship and Peace Award da Dr. Huseyin Tugcu, consigliere ufficiale del Primo Ministro Erdogan.

Partiamo dicendo che questo album, forse proprio per l’influenza pregressa di Steven Wilson, possiede una grande ricercatezza nella melodia: gli strumenti e la voce sono tese alla ricerca del suono che possa rimanere in mente, essere canticchiato, del verso perfetto, incisivo, ed immerso in una musica che colpisca al cuore. I precedenti album della band, il già citato The Neverending Way of ORwarriOR e il meraviglioso Mabool, si caratterizzavano per un sound molto più aggressivo, già a partire dalle scelte strumentali e vocali: batteria insistente, chitarre distorte, ed un growl presente in quasi tutte le canzoni. All is One manca di growl quasi nella sua totalità, manca di urla e manca della violenza sottesa allo stesso Mabool, un lungo canto sul diluvio universale e sulla miopia dell’umanità. All is One, è, invece, una preghiera gentile, un’opera lirica: il messaggio viene espresso su piani diversi, la delicatezza e l’emozione vengono privilegiati.

La guerra nel deserto insanguinato che non giova a nessuno, e, nel loro profondo idealismo gli Orphaned Land, profondamente controcorrente nella società israeliana, ne cantano l’assurdità con lo splendido All is One. Dovute queste premesse, indispensabili per apprezzare al meglio una band tanto unica, passiamo ad analizzare l’album.

All is One è la title track, il manifesto dell’album, simboli religiosi sovrapposti, e l’intro è un coro femminile che canta la disperazione che nasce dall’essere orfani nella terra cui si appartiene: entrambi, da una parte all’altra dell’antico fiume Giordano, senza distinzioni, sono orfani di una terra contesa. Farhi dichiara, con la sua voce da tenore, che non importa essere islamici o ebrei, ma solamente che gli illuminati, ad ora, sono troppo pochi. Ed invita ad unirsi a questa grande, ultima, sacra anti-crociata per scardinare, infine, i pilastri delle differenze inesistenti, perché siamo tutti figli di Abramo, guerrieri armati della stessa spada illuminata dallo stesso sole. Il ritmo orientale è incalzante, gli archi in sottofondo, assieme al trascinante coro femminile e alla melodiosa voce di Farhi, portano avanti una canzone fatta per essere una hit di pace.

Il viaggio e il racconto del guerriero armato di spada, un uomo semplice, iniziano con The Simple Man. Giro di bouzouki orecchiabile quanto arduo da riprodurre, archi che preludono al giro di basso di Uri Zelcha e la chitarra ritmica di Yossi Sassi che suona da Mille ed una Notte, e pare di vedere un uomo solo, nel deserto illuminato dalla luna. È il viaggio di un guerriero, un pastore di anime, guidato solo dalla parola di Dio, e Dio insegna che è l’amore ad unire gli esseri umani, e non saranno libri a dividerli. Nel refrain, è di nuovo presente un coro femminile, che fornisce un tocco di metal sinfonico, che, pur in forte contrasto con le idee dei fan di sempre, non stona affatto ma è perfettamente in linea col messaggio della canzone: Peace to all men is a dream I wish to bring. Il lunghissimo ed emozionante ending prelude alla traccia migliore (almeno a mio parere) della band, Brother. Il tema della fratellanza è da sempre caro agli Orphaned Land, a partire dal mito di Caino e Abele, a quello di Sem, Cam, e Jafet, le cui storie sono state già ampiamente parafrasate in Mabool, ma qui è espresso in maniera delicata, come un amore maturo confrontato con quello adolescenziale. Brother, una dolce ballata, in cui Farhi, impersonando il guerriero solitario, racconta, sorretto da archi, pianoforte, batteria lenta solo a scandire il tempo, e chitarra appena accennata, di una sua colpa contro un fratello, sangue del suo sangue. Il bridge ci guida ad un’accorata richiesta di perdono, cantata in coro: se il guerriero vuole creare un regno migliore, l’unico modo è cominciare col riconciliarsi col fratello.

Se con le prime tre tracce l’ascoltatore pensava di trovarsi di fronte ad un album sostanzialmente metal sinfonico, con Let the Truce be known, dovrà ricredersi, poiché l’unica componente che ci ricorda di trovarci in un disco metal è un lieve giro di chitarra ritmica. Il guerriero, stavolta, ci racconta di come ricorda, che, da bambino, giocava con le armi, al posto dei giocattoli, e che fin da piccolo era stato educato ad odiare il diverso, quel bambino dalla stessa pelle ma dalla religione diversa. È lui il nemico, il guerriero bambino lo sa ma non lo capisce. La traccia ci descrive la crescita del protagonista, con, sempre, un’arma in mano, e, parallela, quella del nemico: uguale a lui. E sono uguali solo in una tregua, nascosti nella notte sul campo di battaglia, con le mani alzate; ma il giorno dopo sanno che dovranno di nuovo sparare in nome di Dio. Infatti si racconta di un evento realmente avvenuto, la tregua di Natale, in cui festeggiarono assieme tutti i soldati durante la prima guerra mondiale. Magistrale, qui, l’uso della batteria da parte di Matan Shmuely, che suona sincopata come in una marcia militare.

Through the fire and water fornisce l’elemento che, finora, mancava all’album, cioè un pizzico di eterogeneità: la traccia è un gradevole ponte che scandisce le due metà del viaggio del guerriero, che pare, qui, trovarsi in terra araba. Difatti la componente orchestrale e araba, sia riguardo le percussioni che il bouzuki, è decisamente importante. Inoltre, la canzone è l’ideologia della band fatta musica, molto più di All is One: è, però, dedicata praticamente solo ai diretti interessati, essendo cantata per metà in arabo e per metà in ebraico. L’intro arabeggiante dà spazio ad interludi tipici di band nordeuropee, con cori lirici e archi.

Fail è una sorpresa. Su un potente accompagnamento prog, fatto di chitarre puntuali e batteria impeccabile, Farhi prima parla, con voce stridente, e affonda, poi, un growl, che dà la componente metal di cui si inizia a sentire la mancanza. Assieme alla sua voce, crollano in basso le note delle chitarre, più aggressive e scure. Il guerriero è stanco, ci dice che oramai non ha più speranza, perché questo mondo è oramai marcito da piaghe quali sete di sangue, guerra, ouroborus eterni, soldi, crociate insensate fra fratelli; ancor peggior è per lui, perché è parte del sistema, perché sa che, l’indomani, dovrà tornare a sparare al suo nemico. Identico a lui, se non per le preghiere che recita. La componente progressive è fortissima, numerosi cambi di ritmo e di accordi, giri di chitarra incalzanti rincorsi dal delicato piano. L’influenza del all’epoca da poco uscito Black Clouds and Silver Linings dei Dream Theater è innegabile, ma ben amalgamata in tema mediorientale.

Segue una traccia strumentale prettamente metal, Freedom. È un ottima prova di tutti i musicisti appartenenti agli Orphaned Land, ma regina ne è la battiera: detta il ritmo e la velocità, in pregevoli tre minuti.

Dopo questa apparente tregua, si riparte fortissimo con Shamaim, brano che tratta un tema molto caro alla band: è infatti trasposta in musica la poesia di Yehuda Poliker, artista israeliano cui gli Orphaned Land devono il nome, un’ode alla pace fra popoli cantata in ebraico. E lo stilo scelto è praticamente privo di componenti, diciamo, occidentali, per dedicarsi ad uno stile prettamente arabeggiante a partire dalle percussioni e dalle scelte strumentali. Farhi canta in modo commovente, è palpabile il sentimento che prova nel recitare i versi.

Contrariamente a poco fa, Ya Benaye è il punto di vista arabo e musulmano, ed è infatti interamente cantata in tale lingua. Si tratta di un canto dedicato ad una donna (Ya Benaye significa mia signora”), presumibilmente colei dalla quale il nemico del guerriero, incontrato da bambino, spera di poter tornare un giorno, terminata la guerra. È la controparte di Shamaim, estremamente orientaleggiante, ma con componenti metal presenti nell’intro e nell’ending.

Dopo un excursus d’amore, sui neri riccioli della signora del deserto, Our Own Messiah ci riporta dal guerriero, e torniamo a veder con i suoi occhi. Canta, oramai, deluso, una lunga parafrasi al ben più famoso “Padre mio, perché mi hai abbandonato?”. Il guerriero è senza una guida, ha dedicato la sua vita ad una causa giusta, imbracciando armi da fuoco e spade in suo nome: è furioso e disperato. L’umanità deve,ora, cercare un proprio messia, non inviato da Dio, ma frutto degli uomini. Sentimenti cosi devastanti sono ben espressi dalle ottime capacità individuali dei membri della band: brano progressive, che si conclude -come una certa Pull me Under- dopo un lungo stacco strumentale ed il disperato urlo al cielo del guerriero, all’improvviso. Con la fine della fede e della speranza. Anche qui, come in Fail, frequenti cambi di ritmo ben armonizzati, a creare una traccia organica che rispecchia in pieno lo stile riconoscibile della band.

Children conclude All is One. È la traccia più lunga dell’album, sette minuti emozionanti e intensi di una ballad che descrive l’orrore della guerra, dell’essere orfano, del dover lottare per sopravvivere, dal punto di vista di un bambino, presumibilmente palestinese. Questo chiude perfettamente l’album, che rimane sul perfetto ed imparziale equilibrio nel descrivere l’orrore che c’è da entrambe le parti della trincea. Un orrore universale, cui il guerriero non si spiega perché quel Dio rimane indifferente. Sette minuti di straziante litania, che, a tratti, ricorda un irish lament, sinfonica e melodiosa, in cui il cantante dà il meglio di sé tramite una interpretazione dall’enorme spessore emotivo. Gli ultimi due minuti sono riempiti da un coro maschile adulto cadenzato

In conclusione, All is One è un album che, senza particolari riserve, può essere definito un caposaldo del genere fusion che contraddistingue gli Orphaned Land, per la bravura mostrata dagli interpreti, ma, soprattutto, per la capacità di esser riusciti a trasmettere un potente e semplice messaggio, di pace universale, armonizzato fra musica e parole. Le liriche sono evocative, descrittive, e si potrebbe giungere a considerare All is One un’opera metal, il distruttivo viaggio del guerriero iniziato con The Neverending Way of ORwarriOR, e finito con la sua sconfitta. Eppure, anche se lui è stato battuto, tanti altri guerrieri sono stati richiamati dal suo sacrificio, ed un mondo migliore è ancora possibile.

VOTO:9.5/10

Speriamo di vedere gli Orphaned Land in Italia al più presto!

Luca Ferri

Si appassiona alla musica sin da bambino, scoprendo la vena rock n roll alla tenera età di 8 anni folgorato dall’album EL DIABLO dei Litfiba e PARANOID dei BLACK SABBATH. Nel 2010, insieme a due amici, Alessio Mereu e Alessandro Cherubini fonda il LITFIBA CHANNEL che di li a poco diventerà la radio ufficiale della storica rock band di Piero Pelù e Ghigo Renzulli, all’interno della quale conduce il programma SOGNO RIBELLE scoprendo e intervistando insieme a GRAZIA PISTRITTO band come IL PAN DEL DIAVOLO, BLASTEMA, KUTSO, ILENIA VOLPE, METHARIA, FRANCESCO GUASTI, PAVIC, UROCK. Format portato anche in formato live organizzando serate di vera e propria musica live in alcuni locali di Roma. Nel 2017 dopo tre anni alla direzione di una webzine, decide di fondare e dar vita a INSIDE MUSIC insieme alla socia MARTA CROCE.

2018-02-03T22:53:10+00:00 15 luglio 2017|News, Recensioni|0 Commenti