Al Traffic di Roma lo scorso 9 Ottobre una serata all’insegna di un Metal un po’ di nicchia, per palati dai gusti ricercati e un po’ nerd: ad aprire le danze la band Melodic Death Metal Drakens Orden, seguiti dai Lechuga (dal Cile), ai quali si aggiungono David Maxim Micic (Destiny Potato) alle tastiere e Vladimir Lalic alla voce; a concludere i romani Garden of Delights. Saremo anche in pochi, ma la musica la viviamo più che in uno stadio.

Pronti a lanciare sul mercato il loro imminente album di debutto, i Drakens Orden si gettano in un’esibizione coinvolgente, che miscela un connubio di Folk e sonorità Melodic Death. Sostenuti da una solida impalcatura di basi, il power trio regge il palco del locale con la disinvoltura dei veterani e per gli amanti del genere si tratta assolutamente di una band da tenere sott’occhio per l’immediato futuro.

garden of delights

Dopo questa splendida apertura, i Lechuga, il cui nome deriva dal cognome del chitarrista, sono un altro power trio, stavolta esclusivamente strumentale. Il genere dei cileni si muove tra il Djent astronomico molto in voga in questi anni e soluzioni più Old School, vicine a Blues, Modern Jazz e Experimental. Facile notare i richiami ad alcuni nomi altisonanti del genere come Buckethead e Modern Day Babylon. L’esibizione però perde in musicalità. Le doti dei singoli membri, che arrivano a picchi notevoli nel caso del chitarrista, sono fiaccate da brani spesso freddi e privi di pathos. Inoltre, la mancata definizione di un indirizzo musicale deciso rende difficile cogliere appieno il senso del repertorio.

Affiancati da Micic e Lalic, i Lechuga diventano gli Organized Chaos. Il classico nomen omen del Progressive. Difatti, i brani presentano strutture molto complesse, senza però perdere mai il senso della musicalità. Micic sfodera tutto il suo gusto in sezioni di tastiera molto moderne e insolite (ricordiamo che, più che tastierista, è uno straordinario chitarrista). Lalic è il perfetto animale da palcoscenico, con una notevole voce e ottimo controllo del palco. Il quintetto realizza quindi un repertorio piacevole, anche se forse un po’ troppo inutilmente sofisticato. Qua e là un po’ di tagli ai brani avrebbero alleggerito il tutto, ma la band si fa apprezzare per l’originalità delle idee.

garden of delights

Per chiudere in bellezza, i Garden of Delights si esibiscono in un repertorio molto atmosferico. Chiaramente influenzati dai TesseracT, il quintetto romano ne riprende lo spirito tipico dell’album Altered State. Un prodigioso mix di Ambient, sonorità Djent mai aggressive e comunque trascinanti e linee vocali coinvolgenti. Ogni membro è l’anello di congiunzione di una catena musicale pressoché perfetta. Nessuno esagera in eccessivi virtuosismi, ma nemmeno si limita al compitino, realizzando nota per nota quello che il brano e il repertorio richiedono. Senza alcun momento vuoto o di troppo, l’esibizione si conclude con un omaggio proprio ai TesseracT con la cover Phoenix.

Un ottimo colpo di chiusura per una serata molto piacevole e originale. Di quelle in cui la musica ancora si vive con corpo e anima.