Correva l’anno 1993. Da un anno era uscito Fear of the Dark e gli Iron Maiden confermavano di essere una delle formazioni metal più importanti del periodo. Milioni di copie vendute, insensibili alle critiche, sempre in forma smagliante, con concerti in tutto il mondo (con tanto di apparizione al Primo Maggio ‘93). Ma la prima grande crisi della band era dietro l’angolo: il vocalist Bruce Dickinson, elemento caratteristico della band e una delle più grandi voci del metal, abbandonava gli Irons, aprendo le porte a un futuro enigmatico e nebuloso.

Le ricerche per rimpiazzarlo portarono Steve Harris e compagni a scegliere l’allora semi-sconosciuto Blaze Bayley dei Wolfsbane. L’incognita rappresentata da questa scelta avrebbe dato i suoi frutti di lì a poco: la band britannica visse la sua più grande crisi, da cui sembrava incapace di uscire, con cali vertiginosi nelle vendite. L’allontanamento di Bayley e il ritorno di Dickinson nel 1999 riportò i Maiden allo splendore dei tempi passati. Ma quanto davvero valeva la responsabilità dell’incognita-Bayley sugli insuccessi di quegli anni?

Ogni fan del metal e degli Iron Maiden si è chiesto nel corso della propria vita cosa abbia spinto Steve Harris a scegliere Blaze Bayley per rimpiazzare Bruce Dickinson. I due hanno voci notevolmente differenti: non è solo questione di estensione vocale (il secondo raggiunge picchi inarrivabili per il primo), ma anche di timbro (rispettivamente, cupo e profondo contro chiaro e squillante). A rigor di logica, si può supporre che uno dei motivi fondamentali era dato dal calo del successo del metal classico negli anni Novanta, in favore del Grunge e dell’Alternative che in quegli anni stavano ribaltando tutti gli schemi con Nirvana, Korn, Pearl Jam. La voce di Bayley effettivamente presentava molte caratteristiche adatte ad interpretare un repertorio lontano dai canoni del metal, oscurato da atmosfere drammatiche, cupe, apocalittiche, suoni profondi e a tratti vitrei.

E’ infatti così che si presenta The X Factor, prima opera della band nell’era Bayley. Le opener dei Maiden, fin dagli albori, sono sempre state dirette e rapide (Prowler, Wratchild, Invaders, Aces High, Moonchild, Be Quick Or Be Dead).  The X Factor, invece, viene aperto dalla lunga e lenta Sign Of The Cross: sostenuti da un coro gregoriano di voci profonde, le languide note di chitarre e basso e i sussurri di Bayley raccontano gli omicidi che avvengono in un monastero, ringraziando Umberto Eco e Il nome della rosa (citata esplicitamente nel testo) per l’ispirazione.

A sostenere il colpo di questa opener impegnativa ma pregiata, ci pensa la coppia di rapide canzoni Lord Of The Flies e Man On The Edge. Si ringrazi in questi casi William Golding de Il signore delle mosche per la prima e Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia per la seconda. Una ventina di minuti assolutamente favolosi, per quanto atipici per un disco dei Maiden: non è che tante volte la scelta di questa incognita via è stata azzeccata?

Al primo variegato e sostenuto terzetto di canzoni ne segue un altro: Fortunes Of War, Look For The Truth, The Aftermath. Cosa accomuna questi tre brani? Introduzioni lente, tutte sfruttando arpeggi di basso o chitarra acustici e sottofondi di tastiera, creando atmosfere malinconiche che si appesantiscono col trascorrere del minutaggio. La prima è senz’altro una canzone interessante, piacevole, sostenuta anche da una bella classica cavalcata maideniana nel finale con tanto di coro, benché il testo risulti un po’ scialbo (Fortunes of war, no pain anymore è tutto quello che il ritornello ci rammenta). Se la cava peggio la seconda: stessa tonalità della precedente, stesso giro di accordi, quasi lo stesso arpeggio, ripetitivo, un testo insignificante e un Bayley che mostra le sue prime pecche. The Aftermath risolleva un po’ la situazione, con un’intro più breve e una sezione strumentale ben congegnata. Si noti anche la struttura a sezioni ripetute a far crescere l’intensità del messaggio del ritornello. Senza infamia e senza lode.

La formula compositiva comincia già a stuccare e per gli Irons sarebbe meglio cambiare modus operandi. L’album, però, continua a muoversi sullo stesso indirizzo. Judgement of Heaven tenta la via della canzone triste ma speranzosa, svolgendo anche il ruolo di divisore tra prima e seconda parte dell’album. Il ritornello orecchiabile e i riff scelti lo rendono un brano abbastanza piacevole, seppur trascurabile.

Gli ultimi colpi del disco entrano definitivamente in un universo drammatico, catastrofico, a tratti quasi disperato. Blood on the World’s Hands si apre con un assolo di basso, uno dei pochissimi di tutta la carriera della band britannica. Con alcuni cambi di tempo interessanti e assoli significativi, il brano mantiene un suo perché, pur non presentando un ritornello di grande efficacia. The Edge of Darkness offre l’ennesima introduzione lenta dell’album, stavolta accompagnata dal suono degli elicotteri statunitensi in volo durante la Guerra del Vietnam (l’ispirazione la fornisce Coppola e il suo Apocalypse Now, con molte citazioni testuali dalle battute del film). Nonostante un modello compositivo sfruttato fino all’esaurimento, questo brano è probabilmente uno dei più epici dell’album, con la giusta atmosfera, i giusti intermezzi, i giusti cambi di tempo. 2 AM ripete la ritrita struttura con introduzione lenta, con un bel ritornello e qualche ripetizione (notevoli i richiami un po’ scopiazzati dal terzetto Fortunes of War-Look for the Truth-The Aftermath). La stanchezza in fase compositiva comincia a farsi sentire notevolmente. The Unbeliever presenta un’introduzione più dinamica e alcuni punti che strizzano l’occhio al Progressive (tempi dispari e obbligati non scontati), oltre a una netta spartizione del brano in tre parti: la prima, dedicata a strofe, bridge e ritornelli particolarmente incisivi, dove tra l’altro la voce di Bayley trasferisce la giusta drammaticità; la seconda, totalmente strumentale a fare da tappeto ad alcuni splendidi assoli da parte della coppia Gers/Murray; la terza, che è una riproposizione accorciata della prima, mantenendo ispirazione e potenza. Sicuramente uno dei migliori brani dell’album e uno dei più enigmatici con cui gli Iron Maiden abbiano mai concluso un loro album.

Guerra, morte, depressione, isolamento, una copertina macabra: sicuramente The X Factor è uno degli album più cupi mai prodotti dalla Vergine di Ferro. Non è sicuramente uno dei migliori, ma l’infamia di cui è stato macchiato oltrepassa notevolmente i suoi difetti. Lo si potrebbe vedere tranquillamente come un percorso alternativo che la band aveva iniziato ad intraprendere, con un repertorio più profondo, legato a forti tematiche, mostrando un lato più maturo e introverso dell’Heavy Metal. Ma probabilmente critica e pubblico non erano pronti e non se l’aspettavano, e forse gli stessi Maiden non hanno calibrato bene la mira. L’album fu un notevole insuccesso e il successivo, nonostante un cambiamento di sonorità e di temi, con forti richiami al passato, fu ancora peggio. Il ritorno di Dickinson riportò a galla una band sull’orlo del collasso, la Vergine realizzò Brave New World e Dance Of Death, ritornando al successo e diventando leggenda. Nel 2006, a 11 anni dal fallimento di The X Factor, i Maiden pubblicarono A Matter Of Life And Death, un album molto vicino al primo dell’era Bayley sia per tematiche che per durata, confermando il ritorno al successo dei britannici. Forse con Dickinson tutto è più facile. Forse tutto è più facile anche quando Alternative e Grunge si spengono e il Metal torna di moda. A volte per certe cose non è destino: qui chi ne ha sofferto di più è sicuramente Blaze Bayley.

Daniele Carlo