“Ok Computer” è il vinile della settimana da “Discopatici”!

Ci risiamo, una nuova puntata de “I Discopatici – malati di vinile” sta per essere evasa, e questa volta – con un timidissimo 51% sul rivale – l’LP in ascolto lo avete scelto voi. In questo venerdì sera di estate inoltrata, mentre guardo il mare infrangersi sugli scogli, a farmi compagnia è “OK Computer” dei Radiohead, un degno proseguimento dopo “Californication” dei Red Hot Chili Peppers.

Una settimana faticosa volge al termine, si sa, le pratiche da sbrigare prima di partire per le vacanze rendono pesanti anche le azioni di routine, la stanchezza di un anno di lavoro diventa imperante e se a questa si somma un trasloco da ultimare ed una casa colma di scatoloni che contengono pezzi di vita, tracce di intere esistenze che hanno incrociato la mia negli anni e tutto il ritorno emotivo che questo confezionamento ha causato, l’urgenza di una pausa è doverosa. Così ho fatto quello in cui sono più brava – quasi degna insegnante – sono scappata. Ho preparato un borsone e mi sono rifugiata a casa della mia famiglia, con il mare ad un palmo da me, e gli affetti a un centimetro dal cuore. Finalmente stasera l’ascolto del vinile è reale, a casa dei miei genitori compare un giradischi con inserito su “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division, di cui mio padre è grande fan. Sto per togliere questo vinile e godermi i miei Radiohead, ma mi sembra un chiaro segnale questo brano: “Quando la routine morde forte, e le ambizioni sono al minimo e i risentimenti cavalcano alti, ma le emozioni non cresceranno e noi stiamo cambiando i nostri modi di essere, prendendo strade diverse … L’amore, l’amore ci farà a pezzi di nuovo!”. Così dopo un giro di Joy Division, l’istinto di prendere il telefono e comporre il numero di chi ha preso strade diverse da me, decido di concentrarmi sulla voce di Thom Yorke, finalmente.

Radiohead

Siamo nel 1997, Yorke e band sono reduci da un successo clamoroso con “The Bends”, in radio dilaga il fenomeno britpop targato Oasis e Blur, i resti di Che Guevara tornano a Cuba per la sua sepoltura, a settembre nasce Google, motore di ricerca che ha rivoluzionato il comune sentire in materia di cultura rendendola disponibile praticamente a tutti, la nazionale di calcio italiana disputa i play off per accedere al mondiale “Francia ‘98” con la Russia (vent’anni dopo proprio in Russia l’Italia non parteciperà alla competizione). Un anno che sembra essere un vero spartiacque fra un prima “analogico” ed un poi” digitale”, e il titolo “OK Computer” non può che avere senso.
Su la puntina e via al Lato A.Airbag”, già dalle prime note riesce a definire lo stile dell’album che stiamo per ascoltare, un mix di pop, rock progressivo ed elettronica “art” in completa controtendenza con la moda del tempo, il tutto dosato in modo così perfetto da rendere difficile replicarlo. In questo brano le chitarre non costituiscono lo strumento solista per eccellenza, nessun riff egocentrico, ma un suono strutturato e di accompagnamento al resto dell’organico strumentale; l’uso del basso di Colin Greenwood è talmente essenziale che anche quando non c’è riesci a coglierne l’essenza, nella sua assenza. La canzone è ispirata a un incidente stradale che coinvolse Thom Yorke e la sua ragazza nel 1987. Questo evento ha danneggiato la cervice della sua ragazza, ma Yorke è rimasto illeso. Disse: “Un airbag mi ha salvato la vita? Nah … ma ti dico una cosa, ogni volta che hai un incidente vicino, invece di sospirare e andare avanti, dovresti accostare, scendere dalla macchina e correre giù la strada che urla, ‘I’m BACK! I’m ALIVE! La mia vita è ricominciata oggi!’ In effetti, dovresti farlo ogni volta che esci da un’auto. Stiamo solo cavalcando queste cose – non ne abbiamo il controllo completo “. E’ il momento del primo singolo estratto “Paranoid Android”, un brano nato come la fusione di tre “refusi” riuniti in un brano unico così come fece John Lennon in “Happiness Is a Warm Gun”. Il titolo della canzone si riferisce a Marvin l’androide paranoico (in inglese appunto Marvin the Paranoid Android), un personaggio della serie “Guida galattica per gli autostoppisti” dello scrittore inglese Douglas Adams.


Alzo per un secondo la testina del mangiadischi, fermo l’ascolto e vado a prepararmi da bere. Stasera a cena sono stata viziata dalla nonna, in un mondo così “tecnologico”, largo spazio ai legami umani, che è anche un po’ la denuncia di questo vinile, precursore dei tempi, già vent’anni fa. Insomma quale alcolico farà compagnia al mio ascolto dedicato? Ho ancora in gola il sapore dei gin tonic di ieri sera, così decido di finire la settimana con l’alleato dei giorni precedenti, apro la dispensa e cerco qualcosa, Williams Chase, gin realizzato dalla Distilleria Chase nello Herefordshire, prodotto dalla doppia distillazione in alambicchi di rame dall’aroma di agrumi, di mele e caramello, Tassoni, et voilà, il drink è servito. Mi riaccomodo sull’amaca in giardino e riprendo il mio ascolto in solitaria, è il momento di “Subterran Homesick Alien” che colpisce il mio ascolto dal primo incipit così futurista ed azzeccato per la mia fuga: “Dal primo respiro al mattino continuo a dimenticare l’odore dell’aria calda d’estate. Vivo in una città dove non si può annusare nulla devi guardare dove metti i piedi, il terreno è pieno di buchi!” Può mai essere stato così al passo col futuro Yorke, vent’anni fa?

Radiohead
Ecco che la mia solitudine dura poco, arriva a farmi compagnia il mitico Babà, il mio gatto siamese arancione, che è evidentemente stato attratto dalla melodia di “Exit Music (For a Film)”, ad orecchio potrei sostenere che è così, perché lui ama i film molto di più di quanto non faccia io (che mi addormento puntualmente prima della fine del primo tempo), e questo brano è stato commissionato scritta specificatamente per i titoli di coda del film di Baz LuhrmannRomeo + Giulietta di William Shakespeare” del 1996. Su richiesta di Thom Yorke la canzone è assente dai due album della colonna sonora del film, ma evidentemente questo a Babà non importa e continua a muovere la coda sulle sue note. Prima di girare il vinile è il momento di “Let Down” – una delle tracce più sottovalutate – inizialmente scelta come primo singolo anticipatario dell’album, fu sostituita da “Paranoid Android” in quanto la band risultò insoddisfatta della realizzazione del video. Un brano raramente eseguito live per la complessità sonora e la sua quasi irriproducibilità fuori da uno studio.
Mi alzo dalla mia posizione comoda, do una sorseggiata al mio drink e alzo la testina del grammofono pronta ad ascoltare il Lato B, mentre le prime note di “Karma Police” danno il via a questo secondo ascolto ripenso al “mio” 1997. Erano gli anni delle boyband e delle girlband, Take That, Spice Girl, Backstreet Boys, io avevo all’incirca otto anni e già tra le mie mani scorreva l’arte di Thom Yorke invece dei tormentoni delle Mel B/C e Geri Halliwel del tempo, un’esistenza da devota alla musica destinata a durare nei secoli. Così come questo brano. Vent’anni fa cantando di una Karma Police nessuno avrebbe pensato a reti di sorveglianza tecnologica onnipresenti e sempre all’ascolto di ogni nostro sussurro.
La malinconia e la tristezza sono le basi primarie di un lavoro che porta inevitabilmente l’ascoltatore a rinchiudersi masochisticamente in un cantuccio personale da cui analizzare con calde lacrime la propria condizione esistenziale, ha scritto qualcuno in occasione del ventennale dell’album. Non posso che essere d’accordo. Ho provato a dedicare un brano dei Radiohead qualche settimana fa, ma è stato “High and Dry” dal precedente album, un po’ più pop ed ottimista, un prodotto così intimista ha poco di condivisibile, ed è in questa solitudine che si cela la meraviglia del suo ascolto. Gin tonic, mare di fronte e dedica, ripenso immediatamente a quanto la tecnologia possa aver avuto impatto nella mia esistenza, ma quanto invece io abbia ancora violentemente bisogno di calore umano.

radioheadNon lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono.” dice Hemingway, da sempre mio autore di eccellenza, ed è un po’ la parafrasi di “No Suprises” e della mia ultima frequentazione, “Un cuore pieno come una discarica, un lavoro che ti uccide lentamente, lividi che non guariranno. Sembri così stanco ed infelice. Deluso!”, avrò parlato troppo presto allora! Un brano nato in un lampo, una sola registrazione in presa diretta e la prima versione in studio è stata quella inclusa nel master. Le cose belle ti esplodono in mano inconsapevolmente, tanto velocemente da non fartene neppure rendere conto, come questo brano. Come quelle mani che spostano i miei capelli e che sembrano essere ancora li, e mi ci rivedo benissimo nella mia solita lezioncina sul gruppo della serata, “Ma come i Radiohead…!”, posando il mio cocktail su un muretto fronte mare a dissertare su come siano stati lo spartiacque in un regno unito pervaso di sintetizzatori e malinconiche ballate britpop e di quanto quella mia fuga all’Ippodromo di Visarno di Firenze, a tre giorni dal penultimo esame, sia stata una delle scelte più azzeccate fatte in vita mia. “No alarms and no surprises. Silent!” è l’ammonizione della band al rumore dei miei pensieri, e della mia malinconia. È “Lucky” il brano che accompagna il mio ultimo sorso di gin, mentre Babà è saltato sull’amaca e sta provando ad intercettare i miei stati d’animo, a ricordarmi la “fortuna” che ho nonostante tutto, di essere qui ed ora.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-12-10T11:43:33+00:00 21 luglio 2018|I Discopatici: malati di vinile|0 Commenti