Oil of Every Pearl’s Un-Insides: la recensione dell’ultimo album di Sophie

A distanza di tre anni dal debutto con il proprio album “Product”, la producer britannica Sophie ha pubblicato il 15 giugno 2018  “Oil of Every Pearl’s Un-Insides”, attraverso la propria etichetta MSMSMSM, e le etichette Future Classic e Transgressive. E l’album, sebbene imperfetto, è già un classico.

Quest’opera si presenta come un punto di svolta nella carriera di Sophie, in quanto l’atteggiamento verso il pubblico è passato da essere riservato e legato maggiormente all’aspetto musicale, ad uno sviluppo più aperto e approfondito dell’immagine dell’artista come siamo abituati a sperimentare nella musica pop, dove i cantanti non devono distinguersi solo musicalmente ma anche costruire un’identità estetica forte per amplificare il proprio impatto verso il pubblico. Nonostante questa spudoratezza e attenzione per “l’involucro”, quest’album contiene molto di più di quello che può svelare un primo ascolto. Uno spunto a scavare più a fondo si può cogliere dal titolo, una frase che sembra avere poco senso ma che ho scoperto essere un gioco di parole: “Oil of Every Pearl’s Un-Insides” se pronunciato ad alta voce assomiglia alla frase “I love every person’s insides” e in effetti questo concetto rimanda alle tematiche di alcuni brani.

Tracklist e Artwork di Oil of Every Pearl’s Un-Insides di SOPHIE

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  1. It’s Okay to Cry – 3:51
  2. Ponyboy – 3:15 (musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)
  3. Faceshopping – 3:57 (testo: Cécile Bellocq – musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)
  4. Is It Cold in the Water? – 3:32 (musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)
  5. Infatuation – 4:40 (musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)
  6. Not Okay – 1:49
  7. Pretending – 5:53
  8. Immaterial – 3:53 (musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)
  9. Whole New World / Pretend World – 9:08 (musica: Sophie Xeon, Caila Thompson-Hannant)

 

L’album si apre con un arpeggio di sintetizzatore con un suono classico che porta subito l’atmosfera agli anni ’80 e per la prima volta possiamo sentire la voce di Sophie al naturale, senza l’utilizzo di effetti di pitch (quelli che modificano la tonalità della voce) che erano preponderanti in “Product”. Sophie canta in modo è sommesso e intimo, a tratti così sommesso da sembrare il canto di qualcuno che non sa cantare e prova vergogna a sentire il proprio timbro vocale ad un volume superiore a quello che si ha quando si parla o si canticchia tra sé. Questo brano sembra essere significativo, il suo ruolo di apertura dell’album e la coerenza con se stesso dal punto di vista stilistico, puntano a simboleggiare l’accettazione delle proprie insicurezze (dopo tutto si intitola “va bene piangere”). Leggendo il testo ci si rende conto che nonostante sia rivolto ad una seconda persona, l’artista parla con se stessa, confortando l’identità che ha sempre tenuto nascosta ed esplodendo sul finale con un ritornello speranzoso e sognante, che ricorda un lieto fine più che un incipit. Questa ipotesi è supportata sia dal video musicale, in cui Sophie mostra il suo volto, svestita, sempre in primo piano e coerente nella realizzazione con l’estetica vintage del pezzo citata precedentemente, sia dal cambio radicale della propria immagine che prima di questa tappa puntava sul mistero, sull’anonimato, e sulla sostanza. Il fatto che “It’s Okay To Cry” sia così fedele nella sua interezza allo stile di grandi icone della musica anni ’80 come Madonna, lo rende un brano didascalico, volendo caricaturale, ma chiaro nel personale messaggio di coming out verso il proprio pubblico.

Tutta questa ondata di romanticismo e autopsicanalisi viene disintegrata istantaneamente dall’ingresso di “Ponyboy“, un brano piazzato subito dopo per stupire e che si presta a farci comprendere la varietà di stili che Sophie è in grado di gestire. Questa flessibilità può essere vista come un pregio ma vedremo come si svilupperà all’interno dell’album. I suoni sono distorti, ricchi di bassi, con una cadenza ritmica che ricorda i bpm bassi del rap e della trap che va tanto di moda ultimamente. L’aspetto elettronico si limita al lavoro di sound design che emerge nella sezione ritmica, il quale porta la firma di Sophie nella sintesi di suoni puri che tendono ad emulare suoni “organici” e campionati: in questo caso oltre alle forti distorsioni su tutta la gamma di frequenze basse sono preponderanti suoni dal timbro metallico che, in contrasto con una linea vocale soul piena di versetti e ghirigori, mantengono la tensione alle stelle per tutto il pezzo. E’ proprio questa combinazione che sottolinea un difetto delle creazioni di Sophie in cui spesso elementi diversissimi vengono semplicemente sovrapposti e non fusi tra loro. Quest’effetto straniante a volte può stupire e mantenere alta l’attenzione ma alla lunga da un senso di discontinuità e decontestualizzazione che toglie identità alla singola traccia. La stessa cosa si può dire dei cori gangsta-rap che ripetono il titolo della canzone, come se dietro Sophie ci fosse una gang di brutti ceffi a minacciare i propri nemici. Inutile menzionare il testo, il quale esplicitamente parla di feticismi relativi a particolari giochi di ruolo sessuali.

La traccia che segue è “Faceshopping“, terzo singolo di cui Sophie ha pubblicato un video. Stesso identico tempo lento della precedente, stessi suoni metallici ma questa volta più intubati e bisogna ammettere che la sua abilità nel creare questo tipo di sonorità, alternando vari suoni e riempiendoli di distorsioni, glitch ed effetti che filtrano le frequenze in modo variabile, rende il tutto piacevolmente complesso e scandito. Ed è così che dopo la ripetizione del solito testo-mantra, dal nulla la traccia si interrompe per lasciare spazio a dei suoni reminescenti dell’ormai familiare stile soul-pop, con una linea vocale e un giro di accordi drammatico che viene disintegrato brutalmente (si ha l’impressione che il suono venga fisicamente sgretolato ed è tecnicamente quello che accade alla forma d’onda in questione con l’uso di effetti di stutter) per colpire nuovamente con il mantra iniziale, sempre più forte e sempre più tagliente. Questa successione sottolinea il minimalismo della sezione preponderante del brano. Il fatto che il testo venga parlato e non cantato (da Caila Thompson-Hannant dei Mozart’s Sister), l’assenza di armonia e la prevalenza di suoni e brevi melodie alimenta l’effetto sorpresa ma non giustifica veramente la necessità di un cambio stilistico così esagerato all’interno dello stesso brano. Soprattutto introdotto così improvvisamente.

sophie Oil of Every Pearl's Un-Insides recensione

Screenshot dal videoclip di Faceshopping di Sophie

La quarta traccia “Is It Cold In The Water?” cambia epoca e si sposta verso la trance anni ’90, con un’orchestrazione priva di ritmi, fatta eccezione per l’arpeggio di sintetizzatore che conduce un crescendo sul quale questa volta il cantato è più convinto e preponderante. E’ una struttura che ci si aspetterebbe da una traccia EDM tipica, genere in cui lo standard impone una linea vocale su un crescendo solitamente senza suoni percussivi che porta all’esplosione di melodie ripetitive e cantabili con un ritmo martellante. Sophie in questo caso rende il tutto molto breve e il brano si interrompe prima di esplodere, in modo abbastanza brusco ma questa sensazione di interruzione viene tamponata dal brano successivo.

“Infatuation” si apre infatti sulla falsa riga della precedente con un giro di accordi regolare e ripetitivo. Subito si sente una voce pitchata parecchie tonalità sopra quella della voce naturale della cantante e anche in questa traccia la voce ha un ruolo centrale, si evolve da un minimo humming, leggermente stonato, verso un forte e intenso canto sempre con i movimenti e gli abbellimenti tipici della musica afroamericana. Il brano sembra esprimere l’ossessività nelle prime fasi di conoscenza di una persona, l’infatuazione infatti spesso porta ad una curiosità e ad un interesse morboso come sophie descrive nel suo ritornello:

“Infatuation
I wanna know
Who are you?
Out there
I wanna know
I wanna know

Who are you?
Out there
I wanna know (x18)”

La traccia numero sei, “Not Okay”, presenta le stesse sonorità di “Ponyface” e “Faceshopping”, e passa inosservata essendo un breve intermezzo, in cui Sophie si sbizzarrisce con la consolidata alternanza schizofrenica di distorsioni digitali e linee cantate con effetti di pitch: il chiodo fisso della musica più commerciale dopo la scoperta della Dubstep e prima della scoperta del Reggaeton.

Pretending” è un brano contemplativo, strumentale e futuristico, ricorda le ultime colonne sonore di Hans Zimmer, celebre compositore dei film statunitensi di maggior successo degli ultimi anni. Lo cito perché ho avuto modo di notare come il ritorno alle sonorità elettroniche degli anni ’80 e ’90 abbia questa sotto-corrente di sperimentazione futuristica, posizionata agli albori della cultura Cyberpunk, che si rifletteva anche nel cinema di fantascienza, luogo dove creazioni sonore di questo tipo hanno trovato e trovano il proprio contesto: basta pensare a Blade Runner ed al suo recente seguito. Inserire un brano del genere in un disco rivolto alle masse è un bell’azzardo e mi conferma che l’abilità di sintetizzare e manipolare i suoni di Sophie è indubbia e giustifica il suo successo.

Purtroppo, l’euforia dura poco perché viene completamente cancellata dal brano seguente, “Immaterial”. Questa canzone (sì, in questo caso è proprio una canzone) ricorda “Barbie Girl” degli Aqua per l’abuso di voci pitchate e “Levels” di Avicii per la melodia breve e ripetitiva che fa da carrozza trainante con un cantato molto generico che completa il quadretto del pezzo da discoteca “come nel 2012”, ricordandoci i tempi in cui era l’House Music e non la Trap a regnare con i suoi elementi ritmici incessanti e regolari, in questo caso riprodotti dal battito di mani campionato che scandisce il tempo per quasi tutto il pezzo. Questo brano risulta essere il più debole del disco, poichè molto breve e totalmente diverso dal resto; ha anche poco senso la sua posizione nella tracklist.

Infine, abbiamo “Whole New World/Pretend World” che, come lascia intendere il titolo, è un pezzo a due facce. O meglio, è un brano che sfocia nell’outro del disco. L’incipit è chiaramente influenzato dalla musica industrial nelle sonorità distorte e nuovamente dalla dubstep per quanto riguarda la velocità e l’alternanza di  suoni manipolati all’estremo in modo cadenziato e ritmico. Questa volta, oltre a venirmi in mente i brani meno recenti dei Prodigy nella prima parte, non posso fare a meno di notare come alla fine emerga lo stesso stile del suo album precedente “Product”. Prima di sfociare nell’outro, Sophie si sbizzarrisce in una composizione ritmica e tagliente come i brani più incisivi di questo lavoro e ciò denota ancora una volta la capacità di produrre musica piuttosto complessa e scolpita al centesimo di secondo senza la necessità di sovrapporre cliché derivati da generi molto distanti da ciò che ha sempre fatto, come accade in alcuni momenti.

sophie oil of every pearl's un-insides recensione

Screenshot da Blade Runner 2049: la colonna sonora di Hans Zimmer è stata senza dubbio fonte d’ispirazione per SOPHIE.

L’outro riprende quelle atmosfere da vaporwave con suoni analogici preponderanti e grossi riverberi che impastano le distorsioni e le dissonanze fino a lasciare un ultimo suono metallico mutevole e che si allontana come la voce di un essere di un’altra dimensione e poi sparisce: è la dimensione ruvida e metallica di “Oil Of Every Pearl’s Un-Insides”.

Sicuramente questo album non passerà inosservato in quanto si prende parecchi rischi nello sperimentare varie combinazioni di stili e generi che, sebbene funzionino all’interno dei singoli brani, risultano poco omogenee quando si guarda all’opera nella sua interezza. Il lavoro svolto è incisivo e curato nei minimi dettagli ma lascia un senso di disorientamento che mina, purtroppo, la voglia di riavvolgere ed ascoltare nuovamente tutto da capo. Ad ogni modo, Oil Of Every Pearl’s Un-Insides di Sophie è già stato giudicato fra i migliori album del 2018 da The Guardian.

Sarà inoltre presente al Gender Bender Festival di Milano il 26 ottobre.

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Andrea Peruzzotti

2018-09-26T21:13:14+00:00 25 Settembre 2018|Recensioni|0 Commenti