Northlane la band australiana torna sulle scene con “Mesmer”! Ecco la recensione

Negli ultimi anni il panorama Djent/Metalcore ha assistito alla nascita di un numero impressionante di band che ha letteralmente ridefinito il genere dando nuove linee guida su quello che è uno degli ambienti musicali più apprezzati nella scena metal moderna. In questo vespaio di progetti che si inseguono tra loro nella realizzazione di una musica strettamente legata a pattern ormai chiaramente stereotipati, quasi come canoni Aristotelici da dover rispettare per potersi a pieno diritto sentire facenti parte del genere,  spiccano alcuni nomi che hanno avuto la forza e, forse, anche la fortuna di trovare una propria via maestra costruendo qualcosa di originale, nuovo ed estremamente personale. Tra questi nomi possiamo tranquillamente inserire i Northlane. La band di Sydney, ormai una tra le più affermate e amate nel genere, dal 2009 (anno di nascita) ha compiuto passi da gigante ritagliandosi, in una scena musicale sovraffollata, un proprio spazio. Con la loro ultima uscita, Mesmer, gli australiani hanno raggiunto quello che potrebbe essere considerato finalmente il momento della maturità musicale. Facciamo però un piccolo passo indietro.

Il momento della svolta arriva nel 2014 quando il founder vocalist Adrian Fitipaldes annuncia il suo addio. Verrà sostituito da Marcus Bridge, selezionato come il più adeguato tra i molti candidati grazie alla sua video audizione che lo vedrà esibirsi in Dream Awake, pezzo del precedente album Singularity. La scelta farà storcere il naso ai già amanti del gruppo australiano. Di fatto emergono subito le grandi differenze tra Bridge e il suo predecessore. Una voce pulita preponderante nel suo stile, alta e potente a fronte di un growl non ancora del tutto ottimale. Lo stile e la personalità dell’entrante Bridge saranno, di fatto, i primi presupposti per la discussa evoluzione dei Northlane. Evoluzione già riscontrabile in Node, album rilasciato il 24 giugno 2015, in cui è già palpabile il naturale cambiamento che coinvolgerà la band lasciando inizialmente scontento buona parte del suo seguito. Innesti strettamente ambient e un riffing più ritmico (i Tesseract fanno ormai scuola) divengono, assieme a un maggiore utilizzo di voci clean, il marchio di fabbrica dei nuovi Northlane. Node sarà di fatto, per quanto pieno di luci ed ombre, un lavoro ricco di novità e sperimentazione, un passaggio necessario, una transizione utile e naturale.

Mesmer – Mesmer, quarta fatica dei Northlane rilasciata il 24 Marzo 2017, non è nient’altro se non il coerente proseguo di un processo evolutivo giunto oramai a maturazione. Un album ricco di ritmiche dispari, chitarre clean supportate da sintetizzatori utili a costruire un notevole muro del suono, voci alternate tra clean e graffiati growl (aspetto su cui Bridge è notevolmente migliorato) e, talvolta, qualche fuga verso versanti melodici più apertamente pop, sono lo zoccolo duro di un album in cui è davvero difficile riuscire a trovare un momento sotto tono.

Citizen, il pezzo probabilmente più simbolico dell’album, apre i giochi con un riff minimale incastonato in una ritmica alternata di 7/8 e 9/8 che anche nella sua complicatezza è davvero difficile dimenticare. Apre la sola chitarra di Josh Smith che verrà poi raggiunta dalla restante band creando un introduzione esplosiva, potente e carismatica. La strofa ricalca la ritmica iniziale, (mantenuta dal sempre in forma Alex Milovic al basso) cambiando però tono. Le sature chitarre distorte lasciano spazio a un intreccio di clean guitar, pad e voce pulita che calano subito l’ascoltatore in un’atmosfera rarefatta, eterea e sognante. Si alza poi la dinamica, ritornano le graffianti distorsioni e la voce di Bridge va gradualmente sporcandosi giungendo così in maniera a dir poco perfetta ad un ritornello potente, ricco, con una linea vocale costruita per essere scolpita in testa, coinvolgente. Prima del ritornello finale vi sarà spazio per una seconda strofa dura, supportata da potenti riff di chitarra incrociati con vocal in growl. Si esaurisce così la prima traccia di Mesmer. Un calderone equilibrato che anticipa, a mò di dichiarazione poetica, quanto a grandi linee l’ascoltatore potrà gustarsi nei successivi 39 minuti di album. Colourwave è forse uno dei momenti meno interessanti e intensi dell’album, probabilmente non aiuta quella seconda posizione che la piazza tra Citizen e Savage. Quest’ultimo è uno dei pezzi più riusciti dell’album. L’atmosfera costruita da sintetizzatori e chitarre pulite anticipano per pochi secondi quello che sarà un riff esplosivo, ritmico e condito da una seconda chitarra ricca di delay che donerà al riff nel suo complesso quelle sonorità orientaleggianti che già in Node sembrano venute molto a cuore alla band australiana. Savage è un pezzo isterico dove, senza mai stonare, si incrociano sezioni estremamente dure a rarefatte atmosfere ambient. Clean vocal e growl si scambiano con disinvoltura. Momento eccezionale dell’album.

Il binomio che segue rappresenta il momento probabilmente più leggero e melodico dell’album. In Solar e Heartmachine di fatto le distorsioni vengono ridotte al necessario, il growl lascia spazio in entrambi i pezzi a linee vocali pulite e dinamiche, sempre varie e ottimamente incastrate nel pezzo. Il lavoro di Marcus Bridge in quest’album sarà magistrale e anche in queste prime battute è impossibile non notarlo. Le venature pop/alternative della band in questi due pezzi sono chiare e ne risultano lavori godibili e di indiscusso valore.

Non credano però gli ascoltatori di ritrovarsi di fronte a un album eccessivamente easy listening. A rimescolare le carte in tavolta arriva Intuition, probabilmente (assieme alla chiusura Paragon) il pezzo più spinto della raccolta. Chitarre e voce graffiata aprono un pezzo che esploderà poi con l’ingresso dell’intera band. Una traccia dura, cadenzata, scandita da un riffing aggressivo, intricato e più sopra le righe rispetto a quanto sentito fino ad ora. Nei suoi 3:51 minuti rappresenta il lato più duro di questi nuovi Northlane. Intuition, primo singolo lanciato dalla band in anticipazione di Mesmer, si rivela essere una buona traccia anche se, assieme a Colourwave, forse è uno dei momenti meno interessanti.

La segue Zero – One, canzone dalla struttura particolare. Il primo minuto e quaranta si mantiene su un basso profilo, melodico e molto atmosferico. Esplode poi improvvisamente in un susseguirsi di intricati riff, ritmiche dispari e voci graffiate per poi ritornare a una breve sezione di sole chitarre e voce prima di esaurirsi nel ritornello.

Fade e Veridian sono un altro binomio piuttosto leggero. Nella prima dei cadenzati accordi tengono il ritmo in totale stile punk aprendo a un pezzo che vedrà un cantato clean estremamente pacato e un ritornello carismatico, dalla forte venatura pop che gli conferisce orecchiabilità e freschezza. Brevemente le atmosfere si incupiscono ma è solo questione di pochi secondi e la durezza si concluderà in un ritornello finale supportato da voci e chitarre estremamente slanciate.

Render, in linea con il resto dell’album, vede esplosivi riff di chitarra, sezioni ritmiche condotte dal basso e atmosfere e ritornelli estremamente esplosivi alternarsi in tutta la sua durata.

Chiude Paragon. Un lungo intro colmo di elettronica che sfocerà in quello che è, assieme a Intuition, il pezzo più duro dell’album e, senza dubbio, quello dalle atmosfere più cupe e opprimenti (è tra l’altro dedicato a un amico di recente deceduto). Chitarre ritmiche in pieno stile Meshuggah, talvolta smorzate da clean guitars in secondo piano e un cantato quasi interamente in growl con rari momenti di apertura melodica chiuderanno Mesmer su sonorità estremamente dark.

Notevoli le tematiche trattate dalla band. Di fatto Mesmer si presenta come un vero e proprio concept album alternato da momenti di riflessione più interiore e intimistica a osservazione di un mondo ormai in decadenza. Il rapporto tra l’uomo e la società, il binomio uomo/ingranaggio e la ricerca di una scintilla che faccia rinascere la speranza in un momento oscuro (tanto intimo e personale come universalmente riconducibile al più della popolazione mondiale) sono gli elementi che giustificano l’alternarsi di luci e ombre in un album che vuole andare a fondo nell’animo umano e che, con il potere della musica, riesce a rendere alla perfezione il dualismo tra la forza della speranza e il senso di perdita e timore nei confronti di un mondo che lentamente e in modo incessante continua a crollare su se stesso.

Mesmer è il lavoro che ha portato i Northlane verso una grande maturità musicale, una superiore coscienza di se stessi e soprattutto una coerenza di stile e ricerca che erano mancati nel precedente Node. Un lavoro coerente, quarantatre minuti che si alternano tra ritmiche dure, atmosfere new age/ambient e rarefatte e potenti esplosioni tra l’epico e il melodico. Percepibile ora più che mai è l’apporto di Marcus Bridge, ormai del tutto amalgamato nel nucleo della band. Un album che posiziona i Northlane in un genere definibile progressive metalcore e che li vede spiccare per originalità e stile li dove molti altri ancora tentano di inseguirsi tra di loro emulandosi a vicenda senza mai creare nulla di nuovo. Un cambiamento coraggioso, che lascia ben sperare i più “progressisti” facendo probabilmente storcere il naso alle “teste dure” del metal puro, ma va bene così. La strada è quella giusta e lascia ben sperare per il futuro di questa giovane band che ha portato modernità, freschezza e imprevedibilità in un ambiente che fatica anche troppo a non ripetersi e guardare solo se stesso.

Lorenzo Raven Natali

GUARDA IL VIDEO DI “CITIZEN”:

2017-07-31T21:53:40+00:00 19 Luglio 2017|Recensioni|0 Commenti