E’ uscito ieri – 14 giugno – il primo di tre EP targati Noel Gallagher, Black Star Dancing, per la Sour Mash Records, label dello stesso ex Oasis, distribuito dalla Universal. Cinque tracce che segnano una svolta artistica per il padre della corrente rock ‘n roll che non aveva ancora predecessori, il britpop. Una deriva tutt’altro che anonima quella che Gallagher Senior riesce a racchiudere in soli ventisei minuti di ascolto

black star dancing

Noel The Chief Gallagher, il 52 enne mancuniano è tornato con Black Star Dancing. In realtà – e per fortuna – dal suo abbandono degli Oasis, band che non ha nemmeno bisogno di presentazioni o cappelletti introduttivi, non ci ha mai fatto sentire la sua assenza.
Alla domanda di un giornalista australiano “non hai mai paura di non riuscire più a scrivere canzoni iconiche come Wonderwall?” la risposta di The Chief, impegnato nella promozione di “Who built the moon” fu:

 “Sono trent’anni che scrivo musica, questa paura mi pervadeva negli anni ’90; adesso a cinquant’anni il mio contributo artistico che rimarrà negli annali so di averlo dato, faccio musica per divertirmi e non mi lascio mai guidare dal giudizio altrui o dal filone di tendenza. Io sono cinque anni avanti artisticamente rispetto ai trend, lo ero già quando scrissi Supersonic e così è sempre stato.”

Tralasciando l’iconica vena autocelebrativa di entrambi i fratelli (coltelli) di Manchester (Liam si autoproclama l’ultima rockstar vivente), Noel sin dal suo ultimo album ha cambiato completamente il suo modo di fare musica: ha composto direttamente nello studio del suo produttore David Holmes, ha aggiunto il glam di David Bowie e una puntina di elettronica alla Chemical Brothers.  E con Black Star Dancing ha implementato l’elettronica e aggiunto la disco music anni ’80 alla Depeche Mode.
Ma davvero Noel Gallagher ha bisogno di veder menzionati altri artisti per riuscire ad etichettare il suo genere? Sì, perché lui i generi li crea, certo con un po’ di serendipity, quella che gli ha permesso di entrare nell’olimpo del rock ‘n roll riuscendosi ad incastrare tra la fine del grunge e la riscoperta del brit alla Beatles, tutto ciò di cui l’Inghilterra prima e il mondo poi, aveva bisogno. E questo sta facendo di nuovo oggi, prendere ciò che i fan si aspettano e desiderano da lui, sconvolgerlo e creare un prodotto nuovo.

Andiamo ai brani di Black Star Dancing: la title track, anche singolo di apertura, è stato rilasciato il due maggio – con sommo dispiacere di noi italiani che ce la saremmo aspettata in anteprima al Concertone di Roma il primo maggio – e la ritroviamo in tre varianti, originale, e doppio remix, di cui il secondo a cura di Nicolas Laugier, in arte The Reflex. Sicuramente non una traccia leggendaria, non una di quelle in cui ci puoi leggere un pezzo di te in ogni strofa, ma catchy quanto basta, ha il giusto groove e magnetismo, ha pulsazioni vintage da funky-disco-pop ed è radiofonica a puntino. E il tocco di Noel c’è, nonostante non giochi in casa stilisticamente.
La seconda traccia (e singolo) ha una storia particolare, annunciata sui social – Rattling Rose – alla vigilia della sua uscita, è stata “bruciata sul tempo” da una trovata geniale di Liam, che durante un concerto di endorsement alla linea di abbigliamento Adidas Spezial che porta la sua firma, ha fatto ascoltare “Shockwave”, il primo singolo estratto da “Why Me? Why Not”, suo secondo album solista in uscita a settembre. I riflettori sono stati puntati così più sull’entrata in scivolata a gamba tesa di Our Kid sul fratello con cui sembra prendersela anche nel testo, che sul brano in se. Un brano che però non eccelle, è un timido condensato di disco-rock e psichedelia.
Veniamo così al terzo brano, ultimo inedito dei cinque, Sail On. Una Argentine Folk Country in cui torna la linea melodica a cui Noel Gallagher ci ha abituati (e viziati) nei decenni. The Chief torna a giocare in casa, le caratteristiche della instant classic ci sono tutte e questo brano è davvero una bellissima gemma.

C’è chi ha parlato di crisi di mezza età, chi ha detto che Noel da tempo (probabilmente da “Who built the Moon?”) ha preso una strada che lo ha allontanato da quella maestra e lo ha fatto perdere nella selva oscura artistica. Ogni bambino è un artista, il problema è poi come rimanere artisti crescendo, diceva Picasso. E Noel Gallagher che da “bambino” raccontava, con i famosi quattro accordi, il suono grezzo e il linguaggio scurrile la vita dei ragazzi emarginati di periferie che – tra furti in case del quartiere, risse nei locali e abusi alla qualunque – sognavano di diventare “Rock ‘n roll star”, da adulto ha deciso di cambiare piede per lasciare la sua orma; la stessa in cui il fratello ancora continua a marciare, sfruttando l’intramontabile marchio Oasis. Noel prova a fare un salto nel vuoto, abbandonare quello stile che lui ha inventato e reso celebre, lasciando che gli altri lo imitino, lo portino avanti negli anni anche maccheronicamente, e riscoprendo suoni del passato, rendendo aurei ancor di più gli anni ottanta e non rischiando di diventare mai l’emulatore di se stesso. E magari restando profetico alla battuta iniziale, aprendo la strada alla tendenza 80’s che ci investirà nei prossimi cinque anni.