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MUSE: LA FORZA E IL FASCINO DELL’ECCESSO. Live Report

by InsideMusic
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Una bomba. Come sempre. Bellamy e soci regalano un tuffo di energia nella giornata più calda dell’anno. Il concerto affronta tutto il percorso artistico dei Muse.

Una band che proviene dalla provincia della bassa Inghilterra, che ha saputo rimescolare generi mantenendo una traccia creativa netta. Usciti dalle ceneri ancora fumanti del Britpop, con echi legati ai Radiohead di inizio carriera hanno poi virato sulla sperimentazione elettronica che per una lunga parte della loro carriera è stata predominante.

Catapultati nel successo mainstream grazie a singoli di forte impatto come Madness, Starlight, Uprising e Time is running out negli ultimi anni hanno ripreso il suono grezzo dei loro strumenti per avvicinare sonorità hard rock con punte heavy.

Ma la dimensione ideale della band rimane quella live, viste le indubbie capacità di Bellamy di sapere tenere il palco con potenza e naturalezza al contempo. I loro show hanno anche un fascino scenografico che ogni volta colpisce in modo diverso gli spettatori. Questa volta l’iconografia di Will of the People è predominante.

Bellamy è capace di passare da virtuosismi chitarristici ai limiti dell’eccesso, a momenti più intimi e strumentali che rivelano tutta l’accuratezza dell’impianto sonoro con cui vengono costruite le loro canzoni.

I testi non sono mai banali, parlano di guerre, diritti e quasi mai di aspetti intimi della band. E’ un gruppo profondamente proiettato verso ciò che c’è fuori che introietta e rielabora nelle sue produzioni artistiche in modo mai scontato e banale. La location di Roma da sempre è stata gradita ai Muse che in passato la hanno anche scelta come location per riprese video ufficiali.

Forse i momenti più esaltanti del concerto di ieri sono state l’interpretazione di Plug in a baby e la finale Knights of Cydonia con l’intro dell’ “Uomo con l’armonica” di Ennio Morricone.

Questa ultima rimane davvero il manifesto artistico dei Muse: esattamente la capacità della band inglese di sapere coniugare il vituosismo rock con la classicità di una certa poetica artistica altrui non è affatto scontato.

Ancora una volta la band si conferma in ottima forma con una linea sonora classica che non sembra cedere mai: il basso di Wolstenholme e la batteria di Howard sostengono la chitarra di Bellamy che si consuma senza soluzione di continuità anche in continui falsetti che mettono alla prova le sue corde vocali.

Anche questo è il timbro di una band che in tutti questi anni ha saputo con sicurezza, e una certa spavalderi,a a crearsi una reputazione tale Oltremanica che gli garantisce anche per il futuro una indipendenza artistica che poche band ancora hanno.

Un palco non è mai abbastanza grande per i Muse che riescono a riempirlo sino a suoi confini con la sfrontatezza do una band capace di comunica quelità ed emozioni a fan che attraversano anni di generazioni.

Bellamy ha il fascino di un alieno senza tempo, anche eccessivo nelle sue manifestazioni, ma mai superficiale, così come superficiale non è il target qualitativo della band che anziché vivere di rendita, insiste a rigenerarsi come fosse agli albori di una carriera che ognuno dei suoi fan riconosce come un pezzetto della proprio vita.

Si esce dal concerto soddisfatti per avere assistito non solo a due ore artistiche di livello qualitativo alto, ma anche a uno spettacolo rigenerante ormai rodato e studiato ma immediato e spontaneo al contempo.

Piacevolmente eccessivo come sguardo di Bellamy a fine concerto mentre lancia in regalo i plettri.

A Cura di Emiliano Le Moglie

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