Motta, l’amore, l’esistenza: “Vivere o morire”, un disco intimo e familiare

L’amore da alla testa oltre a fare gossip. Nel caso di Motta, ha sicuramente ispirato gran parte delle liriche e degli arrangiamenti a tratti melensi di questo nuovo album, il secondo per precisare. “Il secondo album è sempre più difficile, nella carriera di un artista” (parafrasando Caparezza) ed io di cape ricciolute me ne intendo.

Dato che nella mia rubrica faccio anche opinione, vi confido da subito che Vivere o morire (2018, Sugar) non è secondo i miei gusti, un disco all’altezza de La fine dei vent’anni, ma chiariamoci, è di certo un lavoro diverso.

Ho letto da quando è uscito le considerazioni più disparate, dall’elogio come miglior album dell’ultimo decennio (e qui l’hanno sparata veramente grossa secondo me), a chi evidentemente troppo ancorato al passato ed alla tradizione non è ancora uscito da quei ventotto-ventinove anni di Francesco Motta, che ha abilmente rinchiuso dentro i 700 Mb di un disco che ricorderemo ed ascolteremo ancora nel tempo.

Se vi aspettate la botta rock dell’ultimo tour dal vivo e le atmosfere cupe del primo album preparatevi, nella seconda produzione del cantautore e polistrumentista toscano approdiamo su lidi più solari, canzoni pop, altalenando ballad dal sapore classico a brani con sfumature latin, percussioni, lunghi riverberi ed arrangiamenti di archi. Insomma, una lavoro che lascia notare una certa maturità ed un percorso di ricerca sui suoni e sulle atmosfere per questa nuova produzione.

Anche se il mio incipit può sembrare leggermente negativo ed a tratti perplesso, vi confesso che Motta rappresenta uno degli artisti secondo me più validi della scena musicale odierna, ancor più valevole se ascoltato in tutta la sua energia dal vivo, accompagnato sempre da musicisti davvero molto bravi. Forse è per questo che non riesco ad entrare ancora a fondo nel nuovo album, nonostante sia stato all’instore alla Feltrinelli ad ascoltare le domande di pubblico ed addetti ai lavori, nonostante lo stia ascoltando da giorni in macchina ed al computer. Forse anche io faccio parte di quella famelica schiera conservatrice che talmente è rimasta folgorata da La fine dei vent’anni che non riesce a concepire altro, o forse sto invecchiando anche io e pian piano che mi avvicino ai trenta inizio a bofonchiare slogan nostalgici, non riuscendo più a stare al passo coi tempi.

Aprendo e chiudendo immediatamente la solita parentesi sulla musica al giorno d’oggi, nonostante la florida attività in campo di produzioni pop, indie, rock, rap, trap, siamo costretti ad ascoltare troppo spesso pattume su pentagramma, sintetizzato all’osso e super prodotto da diventare quasi paradosso musicale. Veri e propri fenomeni da baraccone che alla fine ascolti per moda, per non pensare e farti due risate.

Il nostro Motta fortunatamente appartiene alla schiera opposta, quella di validi musicisti, nati dal sudore della gavetta, dai chilometri fatti in giro per il Bel Paese, dalle serate a cachet ridicoli fatte solo per farsi conoscere, dalle sbronze tutti i santi concerti che poi dici basta oppure il tuo fisico ti regala qualche malanno figlio della vecchiaia e degli stravizi.

Quanta vecchiaia in questa prima parte dell’articolo, quanta malinconia e quanta nostalgia; la stessa che trasmette l’ascolto ripetuto di Vivere o morire che già nel titolo emblematico ci pone quasi un quesito esistenziale, a tratti amletico, che ritroviamo in tutta la tracklist del disco, che si conclude con il brano più intimo dedicato a papà Motta, in un palindromo scambio di ruoli fra mostri e bambini.

Ma torniamo all’amore, che con l’aggiunta di una bella chilata di depressione e perdizione caratterizza gran parte dei brani. Francesco non si da pace, non ha ancora trovato un’abitazione che lo soddisfi e per di più non riesce a stare più di un certo periodo di tempo con una donna, anzi si beffa di quella, forse un’ex, che ora paga per vederlo. Vorrei sapere che ne pensa di tutto ciò la sua attuale compagna Carolina Crescentini, nota attrice italiana divenuta musa ispiratrice del cantautore pisano.

Ma passiamo alla musica che anche lì ho i miei appunti da fare. Non vi nascondo che al primo ascolto sono più volte sobbalzato dal divano quando partivano certe chitarre acustiche arpeggiate, tipicamente “senigalliche”, che tanto mi hanno ricordato brani del primo album, ma d’altronde lo ha ammesso anche lui, “di cambiare accordi non gliene frega niente” e dunque… Invece ho apprezzato molto l’inserimento degli arrangiamenti di archi, i suoni metropolitani d’oltreoceano di brani come Ed è quasi come essere felice e la grossa presenza di percussioni ad opera di Mauro Refosco (Red Hot Chili Peppers) e dello stesso Motta. Una sfilza di musicisti d’eccellenza citati nel booklet del disco fisico tra cui compaiono Andrea Appino (Zen Circus) alla chitarra, Federico Pellegrini (ex Criminal Jockers ed attuale chitarra degli Zen Circus) alla chitarra anche lui, Roberto Angelini alla lap steel guitar, Cesare Petulicchio (Bud Spencer Blues Explosion) alla batteria, Carolina Crescentini e Alice Motta ai cori, Taketo Gohara al banjo, percussioni e programming, anche produttore del disco, Stefano Nanni all’arrangiamento di archi, Mauro Ottolini al trombone, tromba e flicorno e davvero molti altri che non stiamo qui ad elencare per ovvi motivi di sintesi.

Questa volta non ho descritto tutte e nove le canzoni che compongono la tracklist ma mi limito a citarvi i pezzi che mi hanno colpito di più: primo fra tutti Per amore e basta, davvero un mood insolito per questo nuovo Motta ormai trentenne, ma il brano retto su un groove funky con sfumature hip hop newyorkesi si incastona nel cervello e ti accompagna per il resto della giornata. Ho apprezzato molto il videoclip del primo singolo estratto dal disco, Ed è quasi come essere felice, mentre come brano musicale preferisco La nostra ultima canzone, altro titolo allegro del secondo singolo uscito.

La title track Vivere o morire è un brano molto orecchiabile, con una linea melodica vocale bassa che ciclicamente racconta l’intero pezzo alternandosi alle aperture sui ritornelli,  con un’inedita solarità che difficilmente si poteva aspettare da un artista del genere. Infine l’avevo già citata in precedenza ma anche la traccia conclusiva, Mi parli di te, ha una dimensione intima ed emozionante, a concludere un disco maturo, velatamente malinconico, con i soliti grandi suoni delle produzioni e dei musicisti che accompagnano Francesco Motta, ma con un orientamento più d’autore e meno istintivo, al contrario del più viscerale precedente lavoro, diretta conseguenza del trascorso rock del nostro cantautore, ma anche ovvia dimostrazione di un artista sempre in evoluzione.

Ah, quasi dimenticavo, abbinamento enogastronomico della settimana a cura della Signorina V, Cacciucco alla livornese ed un ottimo Chianti d’annata. Anche questa settimana, rimanendo sulla scia degli ultimi articoli, decidiamo di ricercare un piatto che abbia a che fare con la territorialità, in questo caso della famiglia dell’artista trattato ed il prescelto non può non essere il cacciucco che, con i suoi tredici pesci utilizzati in preparazione, è polistrumentista come il nostro Motta. La ricetta originale del piatto vanta infatti tante diversità di pesci  ed ognuno di essi va aggiunto in cottura al momento opportuno, per aver il tempo di maturare correttamente.  In abbinamento necessitiamo un vino con una buona sapidità ed un sapore marcato per accompagnare degnamente un piatto così strutturato e ricco di aromi e sapori. Ovviamente l’opzione migliore risulta essere un rosso, un Chianti d’annata, scelto un po’ per il territorio, un po’ per l’accostamento al piatto ed anche un po’ ispirati dai colori protagonisti  nel digipack di Vivere o morire.

Tracklist:

  1. Ed è quasi come essere felice – 4:56
  2. Quello che siamo diventati – 3:15
  3. Vivere o morire – 4:41
  4. La nostra ultima canzone – 3:03
  5. Chissà dove sarai – 3:04
  6. Per amore e basta – 2:37
  7. La prima volta – 3:35
  8. E poi ci pensi un po’ – 4:22
  9. Mi parli di te – 3:29

Foto copertina di Laura Sbarbori

Leonardo Angelucci

2018-04-16T20:31:10+00:00 16 aprile 2018|ENOGASTRONOMUSICA, Rubriche|0 Commenti