Il compleanno di Radio Sonica e Big Time al MONK: live report e photogallery della serata ensemble

Uno dei concerti – anzi, delle kermesse – del 2018 è arrivato, ed è a Roma: il compleanno di Radio Sonica e Big Time, rispettivamente giovani ma appassionati due e diciotto gloriosi anni. Chi impara a parlare e chi diventa maggiorenne: eppure l’entusiasmo non sembra avere età.

Siamo al Monk, club della Capitale, che dal 2014 si propone di portare avanti la cultura, sotto ogni punto di vista, dal 2014: che sia musicale, gastronomico, coreografico. Location dunque intima e raccolta per una festa però grande, tanto che il sold out era stato annunciato già da tempo. Chi sono però i festeggiati? Big Time sarà già nota ai più, fra i seguaci della nostra webzine: azienda fondata nel lontanissimo 2000, ha promosso e lanciato artisti del calibro degli Zen Circus e, più recentemente, Lo Stato Sociale. Radio Sonica, invece, è una radio libera romana che aveva già festeggiato il proprio primo anniversario al Monk. Fra i collaboratori c’è Lucio Leoni, vecchia e carissima conoscenza di Inside Music, quest’oggi in veste di presentatore nonché intrattenitore del nutritissimo pubblico assiepatosi nella sala interna del Monk per il compleanno di Radio Sonica e Big Time.

monk radio sonica big time

La lunghissima nottata di Radio Sonica e Big Time schiude le tende del suo palcoscenico con Max Collini, storico fondatore della band new wave Offlaga disco pax: un curioso cantastorie, idealista nel suo personale modo, ci propone brani del suo repertorio classico, accompagnato dai synth di Bebo de Lo Stato Sociale; Collini, poeta sarcastico che crede ancora nel mito della collettività, si lancia in Lungimiranza, Brano degli Offlaga da Bachelite; e sembra di tornare al 2008. Agli anni del liceo, gli anni in cui si è convinti che credendo fortemente in un ideale, esso possa tornare diventare reale. Mi guardo attorno, e mi rendo conto che probabilmente il settanta percento del pubblico presente, nel 2008, faceva le elementari. Si prosegue con le altrettanto originali Baseline e la deliziosa storia delle due tedesche di Gombio, Ida e Augusta.

Salutiamo Max Collini con la promessa di rivederlo a fine serata, e sul palco salgono Dente, fluenti capelli antigravità, che si siede alla tastiera e improvvisa un dolce arpeggio, e Guido Catalano, scrittore e poeta nonché giornalista per Il Fatto Quotidano, che imbraccia il microfono. Dichiaratemente, questa sarà la loro ultima volta insieme, perché, per chi non lo sapesse, questo inverno, Dente & Catalano hanno dato vita a Contemporaneamente Insieme, uno spettacolo ibrido fra poesia, operetta, e recitazione. Da tale repertorio propongono, fra risate strappate con professionalità e incredibile simbiosi fra i due artisti, Per il tuo compleanno (poesia di Catalano), Vieni a Vivere (brano di Dente), dolce parafrasi della prima convivenza, concludendo con la tragicomica Supernova: aah, le ex ragazze. Come sono belle quando ti lasciano.

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Ad ogni intermezzo appare Lucio Leoni, a tentar di guadagnar tempo, dice. Presentando, infine, i Joe Victor al completo. Promettentissima band romana, viene da una lunghissima gavetta ad orari improbabili; il loro trascinante rock dance (ma un po’ metal, dai) fa ballare, ennesima conferma di quanto essa sia importante. Piccole perle nere i testi senza senso, che mescolano inglese, francese, italiano, esperanto: il tutto con un’energia prettamente alcolica. Quell’etanolo di cui però non si necessita per apprezzarli. La chiusura con Somebody to Love dei Queen è un sussulto: ma solo per me e pochi altri. Freddie, te lo giuro, e te lo giura anche Gabriele Amalfitano, scatenato vocalist dei Joe Victor: noi non ti dimenticheremo.

Saltiamo da un genere all’altro, nel roaster di mamma Big Time, colei che non guarda in faccia a nessuno se la sua musica funziona: ed ecco Diodato, il sensibile cantautore per molti erede di De Andrè. Capace di inanellare parole semplici ed efficaci, dirette e evocative; di far toccare con mano quel lucente concetto che ogni brano contiene. Propone, dunque, solo chitarra, basso, e percussioni leggere, l’energica Ubriaco (primo brano con cui strinse contatti con Bigtime), la teatrale Ma che vuoi, e l’incantevole (nonché tremendamente attuale) Adesso. E mi viene voglia di lanciare lo smartphone in mezzo alla folla per dargli degna sepoltura.

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Siamo ormai nel vivo della serata, tanto che Giancane (“Quando la fai Vecchi di merda?”, chiede qualcuno dal pubblico) e Lucio Leoni convincono il pubblico a intonare Chissà se stai dormendo del rapper Jovanotti, solo per presentare un altro rapper, ben differente: Rancore. Rancore, al secolo Tarek Iurchic, il più ispirato rapper italiano al momento, forte del successo di critica di Musica per Bambini, suo primo album privo delle basi del producer dj Myke, ma non per questo inferiore: anzi. Eppure, sceglie, per aprire la sua mini-esibizione, un grande classico, la tragedia astronomica e umana di SUNSHINE. Prosegue poi, in un immaginario ma concretissimo sentiero, con Arlecchino, profonda allegoria del nostro multicolore paese, concludendo poi con la splendida dark fantasy Sangue di Drago.

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Ancora scombussolati dal dramma del drago di Rancore, i bpm continuano a salire con Il Muro del Canto. Nient’altro se non gli stornellisti romani più famosi dai tempi di Gioacchino Belli. La voce tenorile, scura, calda, feroce, di Daniele Coccia (che sfoggia una t-shirt dei Napalm Death) e la fisarmonica di Alessandro Marinelli portano la liquida e a tratti velenosa essenza della vera romanità, al Monk, nella profonda Roma Sud, con cinque brani, cinque grandi classici dell’ancor breve discografia della band: l’Anima de li Mejo, Il Canto degli Affamati, Alessandro Pieravanti nella recitazione di Domenica a pranzo da tu madre, l’epopea di Ciao Core, e, infine, in chiusura, Peste e Corna; ecco, la romanitas, quella vera, quella di qualità, mai raffazzonata eppure sincera, racchiusa in pochi brani.

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Dopo che Lucio ci ha presentato la famigliola di Big Time, arriva un momento assolutamente topico per tutti i metal head (o che non sanno di esserlo): i Bud Spencer Blues Explosion, con la chitarra elettrica (ed i preziosissimo pedale) di Adriano Viterbini e la batteria di Cesare Petulicchio. Duo che dal 2007 fa del virtuosismo il proprio marchio di fabbrica, passando per il punk e per una lontana eco di Radiohead e per infinite collaborazioni di livello; l’ultima è stata con Davide Toffolo, dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Psichedelia allo stato puro riverbera al Monk, fra le grida di una pazza chitarra distorta e sussurri filtrati.

Si cambia genere in casa Monk, e per la festa di Radio Sonica e Big Time è arrivato il momento dei grandi ospiti: gli Zen Circus. Mezzi Zen, in quanto presenti solo il frontman Andrea Appino e il chitarrista Francesco Pellegrini. Ragazzi miei, ogni volta è un’emozione. La capacità espressiva degli anthem anti-provincia dei brani proposti acquista un nuovo sapore, quando trasmessa solo con chitarra elettrica ed acustica; ed il micromondo del Monk diviene la galassia più cementificata dell’universo, mentre si susseguono Catene, Vent’anni, Non voglio ballare, Il fuoco in una stanza, L’anima non conta, e, infine, la grandiosa Viva. Evviva la patria, il lavoro, quelle cinque stelle, anche se non crediamo più tanto alla collettività e nudi sul balcone, canna alla mano, abbiamo ormai un po’ freddo.

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Un altro geniale duo, stavolta metà maschile e metà femminile, si accinge a calcare il palco del Monk assieme ai propri strumentisti: Ilaria Graziano e Francesco Forni, che avevamo intervistato qui. Lei, donnina di un metro e cinquanta, ma con una voce da usignolo arrabbiato; una voce imbronciata, che trova il suo completamento nelle musiche di Francesco Forni, col quale ha collaborato nell’album Twinkle Twinkle, che ha avuto grandioso successo in Francia, ma ben poco in Italia. Tanto per parlare dell’internazionalità degli artisti, Ilaria Graziano ha interpretato le colonne sonore dell’anime Ghost in the Shell. Solo per dire, eh. Il raffinatissimo cantautorato folk della coppia, che ha collaborato anche alla colonna sonora di Gatta Cenerentola, viene in questa serata rappresentato da pochi brani, ma incisivi: Io sono come te, La Glace e la Neige, ed altri da Twinkle Twinkle. Impeccabili le percussioni di Fabio Rondanini e i synth di Daniele Rossi.

Arriva, ora, il momento di presentare lo staff della gloriosa Big Time. Ovviamente la direzione del tutto è affidata al sempre energico Lucio, cui viene lasciato anche l’onore di annunciare gli ultimi artisti di questa infinita festa: i Tre Allegri Ragazzi Morti. Ed ora, davvero, torno al liceo. Eccoli là, pezzi di adolescenza fatti carne e ossa, che salgono sul palco con le loro maschere da scheletri e le maglie ufficiali. Eccolo là, Davide Toffolo, la ribellione adulta, con una pelliccia bianca e nera: eccoli là, che alle due di notte cantano Mai come voi, Sono morto, Il Principe in Biciletta, e, per il gran finale, torna Max Collini, per un gaudioso finale horror cabaret con Allarme dei CCCP. Pugni alzati al cielo.

La notte è finita, andate in pace a dormire, o ad un after alcolico. La metropolitana ha chiuso, i notturni ancora non passano: cominciamo dunque a camminare verso casa, canticchiando, assieme a Davide, “padrona mia è la luna e altro io non ho”.

Buonanotte RadioSonica e Big Time, e ancora, tanti auguri di buon compleanno.

Photogallery di Giusy Chiumenti

Giulia-della-pelle

Wannabe ricercatrice e wannabe scrittrice. Amante dell’improbabile e del surreale. Adoratrice del Sole e dei dati statisticamente consistenti.

2018-10-15T12:44:47+00:00 15 ottobre 2018|Live Report|0 Commenti