Mirkoeilcane: “Volevo vincere il Festival, non sono andato lì per arrivare secondo!” [INTERVISTA]

Stiamo tutti bene” – di Mirkoeilcane – è uno dei migliori pezzi di Sanremo 2018, e in pochi lo hanno capito›, lo definiva così il nostro Lorenzo questo brano dopo il primo ascolto durante la kermesse sanremese. È Mirkoeilcane il secondo ospite della nostra rubrica sanremese, secondo come il suo posto nella categoria dei giovani, un posto discusso da chi ne inneggiava la vittoria e da chi invece il tema non l’ha proprio capito, da chi lo ha accusato di demagogia e da chi ne ha apprezzato il coraggio nella scelta sia del tema che della sua esecuzione. Noi apparteniamo a quest’ultima barricata e decidiamo di sentirlo per riferire.

Ciao Mirko non ti chiederò il perchè del nome ma il perchè di una scelta così coraggiosa come proporre un brano parlato ad un festival della canzone classica d’autore.
Innanzitutto apprezzo tantissimo questa “non domanda” sul nome, per quanto riguarda il brano non lo so se parlare di coraggio sia giusto, sono anni che vado in giro a dire che “faccio il cantautore” e nella mia testa i cantautori sono quelli che parlano e hanno parlato di cose scomode, temi che altri non volevano menzionare.  Visto che mi definisco cantautore ho deciso che andare a Sanremo sia un bellissimo traguardo ma comunque sarei dovuto andarci seguendo le mie modalità. Più che di coraggio parlerei di coerenza.

Prima di iniziare questa competizione hai ricevuto già due importanti riconoscimenti: finalista al premio Lunezia e Disco D’Argento Rea 100 –Radio. Successo atteso o inaspettato?
Assolutamente inaspettato, non ci si aspetta mai delle nomination del genere, soprattutto perchè sono dei premi alti, trovarcisi dentro è sempre una gran sorpresa. A me ovviamente fa piacere quando mi si riconosce qualcosa del genere. Io non ti dico che non lo sperassi che il testo della canzone e il suo messaggio arrivassero nel modo giusto e in questo senso sono molto felice perchè vuol dire che la canzone è stata capita.

Grazie al Festival sono arrivati anche il Premio Jannacci e il Premio della critica Mia Martini e la targa PMI (Produttori Musicali Indipendenti); in aggiunta a ciò – tra le nuove proposte – il tuo brano è il più trasmesso dalle radio. Tutto ciò suona meglio di una vincita?
Ti dico la verità: io volevo vincere il Festival, non sono andato lì per arrivare secondo. Tutti i premi che sono arrivati dopo – uno su tutti il Premio Sergio Bardotti che incorona il miglior testo, che ogni tanto passo dentro casa e me lo guardo – mi rendono orgoglioso. Sono contento, per me è assolutamente una vittoria. Vengo da una realtà del locale in cui suoni con la chitarra e hai tot persone che ascoltano, quindi per me arrivare davanti a dieci milioni di persone e ricevere dei premi per quello che faccio è assolutamente clamoroso.

Hai scelto come produttore artistico un nome noto alle scene per aver prodotto artisti del calibro di Depeche Mode e The Cure, Steve Lyon. Come nasce questa combo fra di voi?
E’ stato un incontro umano prima che artistico. Ci siamo incontrati durante un mio concerto, lui era fra il pubblico e ha espresso un sacco di pareri positivi sia sulle mie canzoni che sul mio modo di stare sul palco e ci siamo trovati poi a parlare e ridere di cose inerenti la quotidianità e abbiamo pensato che sarebbe stato assolutamente divertente collaborare per il mio secondo disco.

Non hai avuto l’ansia di poter essere paragonato anche nel tuo modo di lavorare a questi mostri sacri e probabilmente di non esserne all’altezza?
Innanzitutto già passare dai Depeche Mode a Mirkoeilcane mi sembra piuttosto complicato, però io credo che quando si parli di musica e ci si trovi, si sia tutti sulla stessa lunghezza d’onda. È anche difficile fare paragoni con lavori precedenti perchè sono dei generi lontani tra loro, ma comunque davanti a delle canzoni e degli strumenti si ritorna tutti allo stesso livello.

Una storia vera quella che racconti, il viaggio di un bambino che inizia a vivere delle esperienze ma non ha ancora gli strumenti per riconoscerle e farle sue. Pensi che da piccoli ci manchi l’esperienza per farle e da grandi lo stupore per le prime volte?
Sicuramente sì, questa è una cosa molto giusta che dici, ma credo che neanche da grandi ci manchi lo stupore, semplicemente è uno strumento che alcuni di noi non vogliono più utilizzare. Io ad esempio mi diverto tantissimo ad utilizzarla, a coprirmi di stupore, a scoprire cose sempre diverse. C’è chi – non per bravura o per talento – si è tenuto da parte un pezzetto di quella ingenuità,  spontaneità, che ti aiuta a vedere le cose nella maniera giusta.

Sei già stato musicista per altri progetti, autore e penna per colonne sonore e testi interpretati da altri artisti, a proposito di stupore, la musica riesce ancora a sortire questo effetto in te?
Assolutamente sì. Penso sia l’unica cosa che mi riesca a stupire ancora e mi rendo conto che anche su dei dischi che ho ascoltato e riascoltato almeno cento volte, ogni tanto mi stupisco di trovare qualcosa di nuovo e collego questo al grande potere della musica. Mi è successo di nuovo qualche sera con un vecchio disco dei Beatles, ho sentito che c’era una cosa che non avevo mai considerato, è stato un momento di festa.

In cosa pensi stia peccando la nostra generazione?
Decisamente in curiosità. Siamo un popolo di comodi, è una cosa che è davanti agli occhi di tutti. Stiamo tutti belli seduti con questi telefoni in mano a farci cascare le cose addosso, io penso che sia la cosa più sbagliata del mondo. Non c’è più curiosità, non c’è più qualcuno che legga un libro, che fa un viaggio diverso  da Londra o Amsterdam. È tutto un grande stereotipo, e secondo me si perde il 98% delle cose da fare. Ovviamente quando parlo di queste cose mi ci inserisco anche io.

Dal 9 febbraio è disponibile il tuo nuovo album “Secondo me”, ce lo racconti un po’ dalla sua genesi al senso più intimo?
“Secondo me” è un insieme delle mie opinioni su quelle che succede intorno. Sono opinioni sempre trattate con un filo di ironia, fatta eccezione per “State tutti bene” che avete già sentito e avete capito che non c’era grande spazio per l’ironia. Tutti gli altri brani affrontano altre questioni e lo fanno con l’ironia, facendo ridere, quella risata amara che  è la cosa più pratica per far capire un concetto a qualcuno. Mi propongo proprio in una forma di cantautore che racconta storie, a volte attraverso personaggi (Beatrice, Valentina, ecc) e lo fa col sorriso.

Ti hanno paragonato a Bersani e Silvestri, con chi dei due ti piacerebbe collaborare e perchè? Devi scegliere.
Devo scegliere per forza? Ok allora sono due immensi. Daniele Silvestri è romano e spesso e volentieri me l’hanno accostato anche solo per geografia. Le canzoni di Samuele Bersani alle volte mi lasciano senza parlare per sette, otto minuti. Quindi ti direi Bersani, mi piacerebbe davvero fare un duetto con lui.

Tra i big per chi hai tifato?
Qua te ne dico un paio però dai. Mi piaceva tantissimo la canzone di Diodato e Roy Paci, abbiamo passato insieme anche qualche serata durante il festival e ci siamo divertiti non ti so neppure dire quanto. Su tutti però – forse per una questione di amore per Dalla – mi ha colpito Ron.

Tra dieci anni ancora musica o cinema e teatro?
Sempre musica. Non so fare l’attore, sono molto timido, finchè c’è da salire sul palco e cantare o parlare di musica riesco a diventare coraggioso, ma se dovessi recitare o stare davanti ad una telecamera mi riuscirebbe molto complicato.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-02-20T15:49:04+00:00 20 febbraio 2018|Dopo Festival, Rubriche|0 Commenti