E’ in uscita l’8 Giugno, come autoproduzione, il secondo album di Minor Swing Quintet, Minor Mali. Un viaggio fra tutte le terre del globo terracqueo!

C’è ancora, o c’è mai stato, spazio per il jazz in Italia fatto da italiani?

La risposta è: forse. Anche perché la caratterizzazione del fenomeno, a livello mondiale e di larga scala, è ridotta al film candidato all’Oscar 2015 Whiplash e band come il Kinga Glyk Trio siano rarità. Fatto sta che negli anni duemila dei giovani musicisti di Bologna si sono riuniti per dar vita al Minor Swing Quintet, un nome che prende ispirazione dal brano più famoso del chitarrista jazz europeo più noto di tutti i tempi, il parigino Django Reinhardt (1910-1953). Fondatore del sottogenere del jazz manouche, è considerato ad ora compositore di numerosi standard jazz, come la Nouge, Minor Swing stessa, e Le Mèr: un genio che, nonostante la propria disabilità (perse l’uso di alcune dita a causa di un incendio nella sua carrozza, da bambino) ideò alcune tecniche rimaste irrinunciabili per un musicista jazz. E dalla sua peculiare arte da gipsy (Django era infatti appartenente all’etnia sinti), il Minor Swing Quintet ha preso l’amore per il colore, per la gioia, e la capacità di portare il sorriso a chiunque ne ascolti le composizioni. Tempi accelerati, violini e arpeggi sincopati, un ampio uso delle percussioni, ed importanti contaminazioni folk sono elementi caratteristici dell’originale sound del quintetto bolognese, più swing che tipicamente jazz, e che conta i seguenti musicisti:


Le Mer di Django Reinhardt, rispolverata per la colonna sonora di Bioshock, videogioco del 2009.

Paolo Prosperini: chitarra solista
Alessandro Cosentino: violino
Matumaini aka Laura Masi: chitarra ritmica
Francesco Angelini: tastiera
Tommy Ruggero: percussioni

In Italia, attualmente, il jazz è un genere musicale confinato a pochi circoli (quale le Casa del Jazz a Roma), ad eventi privati, ascoltato da pochi attenti fruitori e ritenuto, ora più che mai, un hobby anziché un lavoro vero e proprio. I festival dedicati sono pochissimi, ed il più importante è l’Umbria Jazz, che però viene criticato spesso dagli addetti ai lavori come un calderone generalista che, sostanzialmente, di jazz e di cultura e qualità musicale ha ben poco.

Eppure, nonostante il clima sfavorevole, i nostri hanno già prodotto un bell’album, sette anni fa, intitolato Mapo Salato: un lavoro forse acerbo, canonico, ma che conteneva già i semi della nuova concezione di jazz dei ragazzi di Bologna.

Minor mali: anagramma di mai normali. Un’ode alla bellezza della diversità, e le numerose contaminazioni jazz fusion dell’album ne sono una perfetta realizzazione. Un album totalmente privo di canto, per lasciar spazio all’interpretazione strumentale, al libero vagare della mente dell’ascoltatore, sui vaghi sentieri tracciati dagli spartiti. Ma anche al male minore, ad un sincero ottimismo ed una grande fiducia nel prossimo. Ed infine al Mali, terra ricca di musica.

Minor Mali, Minor Swing Quintet

Artwork di Minor Mali di Minor Swing Quintet, artwork di Adriano Ruggero

Si parte con Tipitappi: atmosfere estremamente folk, un grandissimo lavoro del percussionista Tommy Ruggero, ed un incessante arpeggio della chitarra di Matumaini (groove, in termini musicali). Si inserisce il canto della chitarra elettrica solista di Prosperini, a narrare una storia che è nella mente dell’ascoltatore, un dialogo immaginario. Ad essa si aggiunge il violino di Cosentino, per un bell’intermezzo che diviene man mano più veloce, sfociando in un arioso prog di in cui si fa valere il percussionista. Splendido brano, che va gustato con la giusta attenzione, per quando dotato di un’ottima orecchiabilità che ne rende facile la fruizione anche ai meno musicalmente esperti. Sul finire c’è un cameo del figlioletto di Ruggeri, Jamal, che pronuncia proprio “Tipiptappi”.

Si prosegue con Le Bandit de Bambeto, titolo estremamente onomatopeico. Sull’incipit, ci sono voci chiassose e sonorità un po’ mariachi di Cosentino: è una salsa che trasmette un enorme malinconia, con la sirena dell’ambulanza in sottofondo. È un brano fatto di rallentamenti, cadenzati dalla chitarra solista e dal gran lavoro di Matumaini con la chitarra acustica. La componente sudamericana è fortissima: c’è rimando allo stile di Daniel Indart, modificato ed adattato al gipsy jazz. Una finezza stilistica è la creazione pezzo per pezzo di un arpeggio ricorrente, suonato prima da violino e poi pianoforte: una scala modificata che viene poi ripresa anche dalle percussioni.

Minor Mali è la traccia omonima all’album. Parte interrogativa, banjo e bacchette, qualche effetto di tastiera qua e là, ad ampliare l’orizzonte musicale verso il terzo millennio. Interviene poi la chitarra solista a dialogare con la ritmica, ripetendo lo stesso motivo musicale l’una in controtempo rispetto all’altra, in un delicato nascondino acustico. Gli effetti elettronici interrompono il tutto, fondendosi con i due strumenti principali in una soundtrack per un viaggio nel profondo sud del mondo: c’è lo ngoni, strumento tipico del Mali. Si va in crescendo, percussioni si aggiungono man mano che la traccia avanza, ripetendo lo stesso motivo musicale di base. La batteria si fa via via predominante e il jazz viene abbandonato nel finale, in cui i musucisti si lanciano nel post rock: atmosfere sincopate e cadenzate, l’ariosità viene abbandonata in luogo di doppia cassa ed esplosioni musicali che si possono ritrovare nei God is an Astronaut.

C’è poi Vittorio. Vittorio Arrigoni, morto nel 2011 nella striscia di Gaza. Vengono riprese le sonorità spagnoleggianti, sfociando però ora in un tormentato swing che riprende però la lentezza e la malinconia di Miles Davis in Sketches of Spain. Brano non articolato, se non per il puntuale ed espressivo violino e per lo struggente finale. Eppure, c’è la sensazione che un rallentamento fosse necessario, nell’economia dell’album.

Quinta traccia, Black Shark. Chitarra pizzicata e percussioni ritmate; parte presto il violino, principe dell’intero album e suo narratore d’elezione. La componente di batteria torna preponderante, e c’è una sorpresa: la tromba di Fabrizio Bosso. Ci si tuffa in un’atmosfera anni ’30, New Orleans, così tipica e distante che si fa fatica a ricordarsi di essere nel Terzo Millennio, e ciò è un bene. Ci sono le dissonanze tipiche, le improvvisazioni e la sensazione di trovarsi in una jam session. Qui non ci sono basso o contrabbasso a dettare il tempo, ma solo la batteria è a dirigere, e gli accordi vengono modulati man mano di comune accordo. Nel finale si teme per l’archetto di Cosentino.

La Cometa di Halley sfrecciò in cielo ed ora i Minor Swing Quintet ne fanno musica. Brano debitore di sonorità africane, un po’ mitologia Dogon. C’è un bell’arpeggio ripetuto della chitarra ritmica su cui la solista colloquia amabilmente col violino. Qualche percussione, qualche effetto elettronico, e l’atmosfera si fa magica. Il violino suona siderale e clair de lune, come la coda della cometa. Un intermezzo di body percussion di Ruggero, che fornisce un tono etnico al pezzo. È forse il brano più evocativo dell’album: si ha la sensazione di trovarsi in un lounge bar di una stazione spaziale.

Split ricorda un po’ i Joey Division, per la malinconia, per l’uso degli accordi, per gli effetti elettronici. Il violino sussurra in controtempo con la base di chitarra ritmica e percussioni, ed un orecchio attento si accorgerà delle citazioni: è infatti un brano prog, nello stile italiano della PFM. Nella volontà degli autori, è la descrizione in musica del disturbo di personalità multipla, e pertanto è ricchissimo di variazioni e di contaminazioni, che sfociano nel rock e nei frequenti cambi di tempo, stacchi e riprese.

Il finale è affidato a Samba Sabar, unione di samba brasiliana e il sabar, tipico ballo senegalese, agitato ed elettrico. Un brano ballabilissimo, che è testimone dell’anima sociale della band, della fiducia che essi ripongono nella capacità della musica di creare e cementare i rapporti umani. Gran prova della chitarra solista, che si esibisce in un bellissimo tapping cui segue il pianoforte ed atmosfere decisamente folk. Un ending esplosivo cui partecipano ne percussioni di Mbar Ndiaye.

In conclusione, Minor Mali è un bellissimo progetto, che ci si auspica possa portare il Minor Swing Quintet verso lidi in cui possano ampliare la propria notorietà. Dotato di brani ballabili e radiosi, fornisce un apprezzabile intrattenimento ed una splendida colonna sonora per la propria vita. Bravissimi strumentisti, come pochi se ne trovano. Il jazz ha ancora speranza.

Giulia Della Pelle