Mina e Battisti, due giganti della musica italiana, due artisti che hanno reso a colori un’Italia in bianco e nero, due colossi che hanno deciso di salutare le scene dopo averle imperate e rigenerate, due anime simili e diverse, due voci nello stesso “Paradiso”.

Chiudo gli occhi. Ho nove anni, quasi dieci. E’ una bella giornata d’inverno e mio padre sta accompagnando me e mia sorella a scuola. Sono seduta nel sedile posteriore dell’auto, una Ulisse grigia, e ad un certo punto “ogni notte ritornar per cercarla in qualche bar, domandare ‘ciao, che fai?’ e poi uscire insieme a lei”. A papà piace Lucio Battisti. Credo che lui e Celentano siano i sui cantanti preferiti. A mamma invece… a mamma piace Mina. Un giorno ho trovato una sua vecchia foto, era giovane e bella, bellissima, ed era pettinata come Mina, aveva perfino il neo nello stesso posto. L’altra sera ha scoperto che non avevo fatto i compiti, ho farfugliato qualcosa in mia discolpa. Poi si è girata e se n’è andata canticchiando “parole parole parole soltanto parole”. Non credo avesse abboccato.

Apro gli occhi. Ho venticinque anni. E’ un nuvoloso e freddo pomeriggio d’autunno. Sono seduta sulla sedia della mia scrivania con il portatile davanti, sorseggiando una tisana mela e cannella. Avanti una pagina bianca. Adoro le pagine bianche, mi danno un senso di libertà, una sorta di nuovo inizio e il bello è che il finale lo decido io. Devo riempirla scrivendo di Mina e Battisti, si proprio loro. E’ strana la vita. Lui, il padre fondatore dei falò estivi, schivo e riservato dalla voce sgraziata, con quel suo ciclo dei tre accordi (Do,Sol,Fa,Sol) mi ha insegnato a suonare la chitarra, La canzone del sole, Il mio canto libero, Il tempo di morire sono state le prime, ed ahimè le ultime, canzoni che ho strimpellato sul letto della mia cameretta. Lei, estrosa ed appariscente, rivoluzionaria e cangiante, ha ridisegnato le redini del mondo della musica e della televisione italiana. L’ho amata da subito: quando ha spogliato le canzoni e le ha rivestite con un tocco che solo una come lei poteva dare; quando ha capito che La canzone di Marinella e De André meritavano di essere consegnati con delicatezza e rispetto agli italiani; quando se n’è fregata del bigottismo italico e si è unita con Corrado Pani, un uomo sposato nell’epoca in cui il divorzio era un sogno irraggiungibile, ci ha fatto un figlio e con fierezza ha cantato nella stessa televisione che l’aveva ingiustamente censurata E’ l’uomo per me. Ho amato perfino la sua scelta di voler abbandonare le scene, anche se oggi pagherei tutto l’oro del mondo per ascoltarla almeno una sola volta live. Ha sprovincializzato la mentalità degli italiani, ha portato la bandiera dell’emancipazione della donna e l’ha consegnata alle generazioni successive, ha reso possibile quello che era impossibile.

Mina e Battisti: gli otto minuti e mezzo che cambiarono la storia della musica

Avrò avuto sedici anni, forse diciassette, quando ho imparato a (ri)scoprire Mina e Battisti. Avevo smesso di ascoltare la musica dei miei genitori e vivevo con le cuffiette incollate alle orecchie. Stavo tornando a casa dopo un allenamento di tennis, ero stanca, e all’improvviso in radio partì Fiori rosa fiori di pesco. Rimasi letteralmente estasiata. Non la cantava Battisti. La cantava Mina. Volevo saperne di più. Non c’era lo smartphone e tanto meno il wi-fi. A casa aspettavo il mio turno per sedermi davanti al pc fisso, quello con lo scatolone che ingombrava metà salotto e che condividevo con le mie sorelle. Finalmente ero davanti alla pagina del motore di ricerca e digitai: “Mina e Battisti”. Uscirono fuori pagine su pagine, video su video. Ricordo che lessi tanti aneddoti su di loro e guardai numerosi filmati. “Mina canta Battisti”, l’album del 1994. Ascoltai una traccia dietro l’altra. Ad oggi quel disco l’ho consumato. “Ma quanto sono belle le canzoni scritte da Battisti e Mogol e interpretate da Mina?”, mi ero chiesta. Amor mio, Insieme, Io e te da soli, Acqua azzurra, acqua chiara sono soli alcuni dei gioielli regalati alla vera ed unica signora della musica italiana.

Tuttavia a colpirmi fu un duetto, un duetto strano, oserei dire il più bello ed entusiasmante che abbia mai visto. Il video completo era stato caricato su youtube nel 2013, durava, anzi, dura nove minuti circa. Ci cliccai su. “Tu di solito canti le tue canzoni. Io molto spesso canto le tue canzoni. Cosa dici, per una volta le cantiamo insieme queste canzoni?”. Era Mina che si rivolgeva ad un timido ed impacciato Lucio Battisti: “Direi che sono d’accordo”, rispose. Partì proprio lui, accompagnato da “cinque amici arrivati da Milano”, che con la sua voce naive interpretò Insieme, senza Mina. Lei intervenne intonando con voce calda Mi ritorni in mente, nel quale si manifestò il primo incrocio delle due voci che poi proseguì ne Il tempo di morire. Due mondi diversi e paralleli, ma che stavano talmente bene insieme che per me era impossibile non rimanere affascinata da quello che stavo vedendo. Poi continuarono. Lei interpretò in modo famelico E penso a te e lui eseguì un piccolo estratto di Io e te da soli.

Ma il punto di non ritorno arrivò dopo i cinque minuti e mezzo. Mina ad un certo punto prese le redini del “gioco”: “Eppur mi son scordato di te come ho fatto non so. Una ragione vera non c’è, lei era bella però. Un tuffo dove l’acqua è più blu niente di più”. Precisa, disinvolta e divertita cantò in maniera impeccabile. Lucio entrò nel ritornello, forse la sua voce era coperta da quella di Mina, ma chi se ne frega. Caspita, erano perfetti, un fiume in piena, emanavano un’energia esplosiva, trasmettevano libertà. La chiusura non poteva che essere affidata ad Emozioni, un capolavoro dove Mina e Battisti la interpretano in maniera intensa ed emotivamente eccelsa. Volevo che quel video durasse ancora un altro po’, almeno il tempo di un’altra canzone… Invece finì lì con quel “tu chiamale se vuoi emozioni”.

Il 23 aprile 1972, la storia era stata definitivamente scritta. Nella trasmissione Teatro 10, quei dieci minuti, lasciati quarantasei anni fa a Mina e Battisti per un mash-up coi fiocchi, cambiarono il nostro Paese nel pieno della sua rivoluzione culturale. Gli anni di piombo, il terrorismo, l’imminente crisi petrolifera, la crisi politica e la strategia della tensione, lasciarono il posto a due talenti straordinari della nostra canzone. Un duetto in bianco e nero colorato da due voci così diverse, così scintillanti, così paradisiache che annullarono tutto il resto, per soli seicento secondi.