Sono passati esattamente 10 anni dalla scomparsa di Michael Jackson, l’icona pop dalle mille sfaccettature che ha saputo scrivere, reinventare e definire le pagine più prestigiose della storia della musica internazionale

Michael Jackson, ribattezzato “Il Re del Pop”, ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura popolare degli ultimi quarant’anni, inventando un percorso artistico ricercato e riconoscibile, che ancora oggi nessuno ha mai saputo ricalcare, trasformando i video in veri e propri corti cinematografici e innalzando il pop ad una vera opera d’arte. Un personaggio in bilico tra genio e sregolatezza, tra successi e fallimenti, tra ambiguità e contrasti. Una vita privata consegnata in mano ad una pungente opinione pubblica, troppo spesso giudicata e messa in discussione per delle scelte non condivise e spesso discutibili. Un artista controverso, per questo è difficile raccontare e cogliere la complessità dell’universo di una delle star più importanti del Novecento.

Un predestinato: sale sul palco per la prima volta a 5 anni, insieme ai suoi fratelli, i Jackson Five, ma il loro pigmalione, il padre Joe, lo sa fin da subito che tra i cinque è Michael il più bravo, quello dal talento innato e dalla genialità irraggiungibile, seppure fosse il più piccolo. Infatti, ben presto lascia il gruppo per dedicarsi ad una carriera da solista. Ciò che segue è storia: Michael Jackson sconvolge il mondo con l’album Thriller – disco più venduto di sempre con oltre cento milioni di copie vendute, numero destinato a crescere sempre di più – e il video della titletrack: 13 minuti e 42 secondi di suspance ed effetti speciali, la leggenda di Jacko parte proprio da qui, da quel prodotto strabiliante dell’industria dell’entertainment.

Dopo Thriller Michael realizza un capolavoro dopo l’altro: Billie Jean, Black or White, Beat it, Human Nature, Smooth Criminal, Bad, Dangerous e molti altri. Il più grande performer della storia, l’unico in grado di eccellere sia nel canto che nel ballo. Fred Astaire lo definì “il più grande ballerino di tutti i tempi” e suo erede. Infatti, oltre che ad una vocalità riconoscibile e particolare, quello che ha affascinato da sempre di Michael è stata la leggerezza e la straordinarietà delle sue coreografie. A renderlo immortale è un passo di danza ideato dal mimo francese Marcel Marceau ma perfezionato abilmente e con maestria dall’artista. Nel 1983, per la prima volta, presenta al pubblico il Moonwalk, passo realizzato durante lo show celebrativo dei 25 anni di Motown e destinato a diventare il più famoso e riprodotto di sempre. Pulito e preciso come se lo stesse eseguendo un robot, la “passeggiata sulla luna” diventa subito leggenda. Esattamente 10 anni da quel passo, nel 1993 Michael ci rende testimoni di un’altra grande prova del suo talento da coreografo, inventando la 45° Degree Lean, il movimento antigravitazionale presente nel video di Smooth Criminal. Per fare questo, la star del pop utilizza il trucco delle scarpe speciali che gli permettono di piegarsi in avanti di 45° gradi, sfidando e vincendo contro la forza di gravità.

I media e la popolazione mondiale non ha dubbi: è lui The King of Pop. L’unico capace di farci vedere ed ascoltare cose inverosimili. Una popolarità immensa che lo rende affascinante e vulnerabile allo stesso tempo. Un uomo con delle stranezze che richiamano su di se l’attenzione, alimentando dubbi sulla sua persona. Si accendono i riflettori sulle sue fobie e manie, come l’abuso della chirurgia estetica, l’infanzia negata, la sua passione per i bambini, ma anche la sua incapacità di essere padre e marito. Un grave incidente di scena, lo stress del successo e una grave forma di lupus eritematoso che aggredisce il corpo di Michael e gli fa perdere rapidamente il pigmento, lo rendono esposto a critiche continue. La star si presenta al pubblico con un colore della pelle sempre più chiaro, dovuto alla malattia, attirandosi le critiche della comunità afroamericana che crede che “il Re del Pop” disconosca la sua origine black.

Negli stessi anni finisce nell’occhio del ciclone del gossip per una serie di atteggiamenti particolari: i media gli attribuiscono un’amicizia con la scimmia, l’acquisto a peso d’oro delle ossa dell’elephant man e una camera iperbarica al posto del letto. Un’attenzione asfissiante e morbosa su Michael che lo spinge a cantare Leave me alone, “lasciatemi in pace”. Mentre gli impresari vendono i biglietti dei suoi concerti in ogni parte del mondo, una grave malattia che gli provoca dei dolori articolari invalidanti: per danzare ha bisogno di dosi massicce di antidolorifici da provocargli un collasso durante uno spettacolo. Come se non bastasse, nei primi anni Novanta arrivano le prime accuse di pedofilia in cui Michael si ritrova in un vortice di ricatti che erodono il suo immenso patrimonio. Il colpo definitivo arriva nel 2003 con un processo che lo sottopone a test umilianti a cui i giornali attingono a man bassa, ledendo definitivamente non solo il Michael Jackson artista, ma anche e soprattutto il Michael uomo. Una macchia nella sua vita pubblica e privata che ancora oggi non lascia riposare il mito musicale, nonostante fu assolto da tutte le accuse.

Oggi “The King of Pop” avrebbe 60 anni. Ormai non le conto più le volte in cui mi sono chiesta che fine avrebbe fatto se quel maledetto 25 giugno 2009 non avesse assunto quella dose di Propofol – un forte anestetico – che unita a farmaci a base di benzodiazepine gli provocò l’attacco cardiaco che lo avrebbe portato alla morte. Chissà quale show avesse in serbo Michael Jackson dopo che aveva annunciato il ritorno sulle scene con This is it, tour che inizialmente avrebbe dovuto comprendere dieci date alla O2 Arena di Londra, ma che data la richiesta di biglietti si era presto tramutato in una serie di cinquanta concerti, tutti rigorosamente sold out. Andò a ruba un milione di biglietti per quello che lo stesso Jackson definì il suo “Final Curtain Call”, intendendo che non ci sarebbero più stati altri concerti.

L’entusiasmo per i live e la grande attesa del ritorno di Michael Jackson finì diversamente, con un medico curante – quel Conrad Murray che gli aveva fornito il Propofol – processato e condannato a quattro anni di carcere per omicidio colposo, milioni di fan in lacrime per la scomparsa di uno dei più grandi miti della storia della musica e un’eredità artistica dal valore inestimabile.