Il 16 maggio di 104 anni fa nasceva uno dei più grandi registi del cinema italiano: Mario Monicelli. Regista di capolavori come “La Grande Guerra”, “Amici miei”, “L’armata Brancaleone”, “Il Marchese del Grillo”. Ma chi era Mario?

Il primo mistero è proprio quello della sua nascita: fino a poco tempo fa tutti erano convinti fosse nato a Viareggio mentre da poco si è scoperto che la sua città natale è la stessa Roma. Questo perché? Mario aveva un’affezione particolare per la città toscana, lo considerava il luogo in cui era nata la sua anima, la città dove si era trasferito per frequentare le Scuole Medie e in cui era tornato per iscriversi all’università. In Toscana acquisisce il suo essere caustico e irriverente, caratteristiche che ritroveremo nelle sue numerose commedie (alcuni sketch di “Amici Miei” sono ispirati proprio ad episodi reali della sua giovinezza).  Il suo primo contatto con il cinema avviene alle scuole superiori collaborando con la rivista “Camminare” e, in seguito, si cimenta in due produzioni sperimentali: “I ragazzi della via Paal”, film a basso costo con cui riesce a partecipare al Festival de Cinema di Venezia e “pioggia d’estate” girato nel 1937 insieme ad un gruppo di amici. L’amicizia con Giacomo Forzano, figlio di colui che gestiva gli stabilimenti cinematografici della Tirrenia, gli fanno scoprire sempre di più il mondo di celluloide. Per assistere all’esordio nella regia professionale dovremo aspettare qualche altro anno: nel 1949, infatti, vi è il debutto, in coppia con Steno con il film: “Totò cerca casa”. Seguono “Vita da cani” (1950), “Guardie e ladri” (1951) e “Totò e i re di Roma” (1952). Steno e Monicelli diventano una coppia artistica solidissima e si distinguono per uno stile efficace e pratico che affronta tematiche sociali come la povertà e la disoccupazione non tralasciando un pizzico di ironia che non guasta.

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Locandina di Vita da Cani di Steno e Monicelli.

I più grandi successi di Mario Monicelli

Dopo “Padri e Figli”, Orso d’Argento a Berlino per la sceneggiatura nel 1957, l’anno successivo, Mario Monicelli realizza uno dei suoi più grandi capolavori che inaugura il filone della commedia all’italiana: “I soliti Ignoti” con attori del calibro di Vittorio Gassmann, Marcello Mastroianni, Totò e Claudia Cardinale e con una candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Il film è considerato anche il capofila del genere “caper movie” (film del “colpo grosso”), sottogenere cinematografico che descrive le avventure di un gruppo di individui che organizza e mette in atto un grande furto in maniera accurata. Insomma, senza questo capolavoro oggi non avremmo: “La casa di carta”! Una curiosità che forse non tutti sanno è che l’idea base del film è tratta dal racconto “Furto in una pasticceria” contenuto nella raccolta “Ultimo viene il corvo” di Italo Calvino. A questo capolavoro seguono: “La Grande Guerra” nel 1959 ( con Sordi e Gassmann, Leone D’Oro e nomination agli Oscar) e “L’armata Brancaleone” nel 1966. In entrambe le pellicole la tematica della guerra è affrontata in maniera parodistica e divertente.  Nel primo, forse, il regista si ispira alla sua avventura personale durante la Seconda Guerra Mondiale quando riuscì a sfuggire alla leva obbligatoria nascondendosi. Nel secondo, Monicelli mette in scena un Medioevo tragicomico e creativo in cui tutto è assurdo e inventato, dai costumi alla lingua parlata dai protagonisti che resterà nella storia.  È lo stesso Mario Monicelli a descrivere quest’operazione: “nell’Armata Brancaleone si dovette lavorare molto d’immaginazione, perché noi volevamo fare un film sulla vita quotidiana della gente comune prima dell’anno Mille, e su quello non c’era quasi niente dal punto di vista delle testimonianze storiche. Così cercammo di pensare a una storia plausibile, sempre mediata attraverso il filtro dell’ironia, e ci venne fuori quest’idea di un gruppo un po’ sgangherato di “capitani di ventura” e delle loro vicende. Poi, dato che non si capiva neppure bene che lingua parlasse allora la gente del popolo, inventammo un linguaggio “inedito”, che fece la fortuna del film”.

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I Soliti Ignoti.

Gli anni ’70 e ’80

Questi anni sono il periodo più prolifico per il regista a partire da “Romanzo popolare” fino ad arrivare ad “Amici miei” (1975) e “Amici miei – Atto II” (1982), metafora della vita considerata come un gioco in cui spiccano valori come la vitalità e l’intelligenza. Si prosegue con “Caro Michele” (1976) Orso d’argento al Festival di Berlino fino ad arrivare a “Un borghese piccolo piccolo” (1977) con un immenso Alberto Sordi. Ispirato ad un’opera di Vincenzo Cerami, il film è pienamente drammatico, qui Monicelli getta la spugna e ci fa capire che non ha più senso ridere dei vizi e delle virtù degli italiani dinanzi ad un peggioramento della società, delle condizioni dell’epoca in cui si vive e del contesto politico. Nel film emerge anche l’anticlericalismo del regista senza tralasciare un pizzico di humor nero. Il ritorno alla commedia è sancito con un altro capolavoro: “Il Marchese del Grillo” (1981), Orso D’Argento al Festival di Berlino.  Sono ancora le parole del regista a descrivere l’idea alla base della pellicola:” Per il Marchese mi sono documentato molto, e anche lì mi sono accorto subito che non c’era bisogno di inventare granché: la trama e gli episodi erano già tutti nelle testimonianze storiche su questo personaggio che raffigurava un’epoca. E poi mi incuriosiva questa Roma papalina, rappresentata da un’aristocrazia “curiale” – fatta di famiglie un po’ sgangherate, ma che avevano dato tutte almeno un papa a Roma – e dal popolino, senza che esistesse una borghesia degna di questo nome. Una Roma in cui tutti, dai grandi signori ai più poveri, erano papalini, e in cui pochissimi avevano idea che in Francia c’era stata una rivoluzione decisiva e che si facevano strada idee nuove. Una Roma, in fondo, non tanto diversa da quella che avevo conosciuto nel 1934, che non aveva nulla a che vedere neppure con la Milano di allora”.

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Il cast principale di Amici Miei.

Gli anni ’90 e l’ultimo periodo

Gli anni ’90 si inaugurano con il film: “Parenti Serpenti” (1991) una rappresentazione delle problematiche familiari attraverso il rapporto tra generazioni, uscito poco dopo il Leone d’Oro alla carriera del 1990. Si prosegue con il grottesco: “Cari fottutissimi amici” (1994) con Paolo Villaggio, ancora una volta Leone d’Argento. L’attività cinematografica e anche teatrale si va diradando finché, nel 2006, gira “Le rose del deserto” film su una divisione medica italiana mandata allo sbaraglio a combattere nel deserto libico. Dopo questa pellicola si dedica a dei cortometraggi fino a chiudere definitivamente la sua attività registica. La sera del 29 novembre 2010, con un cancro alla prostata in fase terminale, decide di porre fine alla sua vita gettandosi nel vuoto dalla finestra della stanza del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni Addolorata a Roma. Stesso destino del padre, il grande regista decide la fine della sua vita. Dopo le commemorazioni civili (Monicelli era ateo), il suo corpo viene cremato. Il suo ultimo atto è lucido e coraggioso.

Il Pensiero di Mario Monicelli

Dalle numerose interviste a cui Mario Monicelli è stato sottoposto possiamo ricostruire la personalità di un artista ribelle, ironico, schierato, amante della propria nazione e proprio per questo preoccupato delle sue sorti.

Sul Neorealismo:

“Quando finì la guerra, noi che avevamo già lavorato con i vecchi registi, pensavamo che il cinema italiano fosse morto, che le pellicole americane ci avrebbero seppellito. Il vecchio modo di fare i film, tutti costruiti nei teatri di posa, non avrebbe avuto possibilità di sopravvivere. Allora a Rossellini venne l’idea di andare a girare per Roma, prendendo gli attori dalla strada e mischiandoli con i professionisti, e venne fuori quel miracolo che è Roma, città aperta. E tutti andammo dietro a questa intuizione, anche perché non avevamo i mezzi per fare diversamente, e del resto eravamo ancora gli unici nel mondo ad aver imparato a girare all’esterno, con la luce naturale”.

Sul modo di fare cinema

“Il mio cinema è nazional-popolare nel senso più stretto del termine. Si rivolge alle masse. Ma non c’è alcun intento educativo esplicito. Diciamo piuttosto una necessità di raccontare il più semplicemente possibile, in una chiave veristica ma allo stesso tempo irridente, un fatto che può essere accaduto o meno, ma che risulti come fosse accaduto davvero. I personaggi si muovono nella stessa dimensione realistica, colta però in un’ottica divertente. Divertente e drammatica. Questa visione nazional-popolare è rinforzata dalla sua natura provinciale, che non aspira a verità massime né a piacere a tutti. Il punto di vista del mio cinema è di sinistra ma si potrebbe anche definire democratico per il suo stare dalla parte dei deboli e mettere in luce le ingiustizie. Fino all’avvento di Craxi, io sono sempre stato socialista. Ma nel mio cinema non c’è alcuna rivendicazione ideologica. Prevale sempre lo spirito anticonformista”.

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Mario Monicelli e Alberto Sordi.

Sugli attori con cui ha lavorato:

“Io guardo la commedia all’italiana dal punto di vista degli autori, senza i quali non sarebbe mai esistita. Ma aggiungo subito che le nostre storie non avrebbero visto la luce senza gli attori straordinari di cui disponevamo. Erano tutti di bravura eccezionale, dal caratterista a Sordi. E noi fummo bravi a servirci di loro. Il tratto innovativo nel comportamento di Gassman ne I soliti ignoti è la prevaricazione. Il suo raggiro nei confronti di Carotenuto contiene una dose di spietatezza contraria alla natura di Totò, Fabrizi, Macario, Scotti. Loro appartenevano a un mondo in cui il comico era una vittima. La risata scattava ogni volta che gli toccava subire angherie, botte, insulti. La commedia all’italiana invece è crudele. I nuovi comici ribaltano la loro condizione che spesso diventa aggressiva. Adesso è la sopraffazione a suscitare la risata. L’inettitudine non è più accompagnata alla sfortuna, ma si abbina alla viltà, alla turpitudine talvolta, o soltanto alla stupidità. Arrogante con i deboli e deferente con i potenti, la nuova figura del comico spiazza lo spettatore e non gli permette più di essere ingenuo. Noi ci muovevamo proprio in questa direzione. Puntando lo sguardo sulla gente che incontravamo per strada, al ristorante, in tram. In questo senso Sordi fu grandissimo nel cogliere l’anima dell’italiano. La furbizia, per esempio, non coincideva più con la secolare arte di arrangiarsi. Sordi svelò il suo retroscena di grettezza, ipocrisia, egoismo, fino a mettere in scena personaggi antipatici se non proprio odiosi. E infatti fu durissima farsi accettare dal pubblico. Totò invece non poteva essere antipatico. Lui era una maschera”.

Sulla Morte:

“La morte è fonte sublime di comicità. Innesca dinamiche familiari e personali che possono prendere qualsiasi direzione. Sfuggendo alle logiche della normalità. Rovesciando rapporti ed equilibri. Suscitando clamorose rivelazioni. Aprendo il capo a soluzioni di umor nero dalle sfumature grottesche o persino blasfeme. La presenza stessa della morte, con l’obbligo sociale del cordoglio, genera le soluzioni più impensate. E il riso assume talvolta forme isteriche, liberatorie, difensive. Accompagnato a rivalse, improvvise confessioni, liti furibonde. La morte è comica. Non ha quasi nulla di eroico. E quando lo sembra, spesso rivela un equivoco come in fondo era la fucilazione di Sordi e Gassman nella Grande guerra. Anzi, il più delle volte la morte ti coglie sempre nel momento meno opportuno. Dalla veglia funebre al funerale, con tutto quello che può accadere durante l’interramento, la morte fornisce materia comica straordinaria”.

Di Mario Monicelli ha parlato Andrea Appino, nel brano omonimo del suo disco solista, Il Testamento:

Ho dieci strofe per lasciare un bel ricordo

Ho dieci piani che mi aspettano giù in fondo

E sono certo in pochi possono capire

Ma davvero io son felice di morire

Ho fatto tutto quello che dovevo fare

Ed ho sbagliato per il gusto di sbagliare

Son stato sveglio quando era meglio dormire

E ho dormito solo per ricominciare

Son stato solo tutto il tempo necessario

A guardare gli altri, non per fare il solitario

Ed ho creduto in tutti per quel che ho potuto

Mi son rialzato sempre dopo esser caduto

Ho preso in giro solo quelli più potenti

A loro ho preferito sempre i pezzenti

Me ne son fregato dei giudizi della gente

Nessuno giudica se è un poco intelligente

Ne ho amati molti perché lo volevo fare

Tanti ne ho odiati ma anche loro per amore

Ho preferito Gesù Cristo a suo padre

Anche se entrambi non li voglio al funerale

Ho scelto tutto quello che volevo fare

E ho pagato ben contento di pagare

Perché la scelta infondo è l’unica cosa

Che rende questa vita almeno dignitosa

E quindi scelgo di saltar dal cornicione

Come un gabbiano, falco o piccolo aquilone

Come un’aereo, una falena, un pipistrello

Che vola alto invece ora è un misfacello

Ho scelto te per dei motivi misteriosi